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Il ritrovamento di un cadavere, un brefotrofio, una lettera e un macabro rituale

Dalla penna del giornalista danese Erik Valeur un nuovo caso editoriale. Consigli per gli acquisti anche per Gazzola, Pagliaro, Caponetti e Selmi


23/03/2015

di Mauro Castelli


I Paesi del Grande Freddo ci hanno abituato, negli ultimi anni, a una robusta fioritura di successi nel campo delle crime novels. Così non stupisce più di tanto il nuovo caso editoriale che arriva dalla Danimarca, ovvero Il settimo bambino (Neri Pozza, pagg. 794, euro 20,00, traduzione di Eva Kampmann) firmato da Erik Valeur, uno dei più noti giornalisti danesi, che per questo suo thriller psicologico ha incassato il prestigioso Glass Key, un premio che in passato era stato assegnato a dei numeri uno del calibro di Stieg Larsson e Jo Nesbø. Un lavoro di successo i cui diritti sono già stati venduti in Germania (per i tipi dell'editore Blanvalet), Olanda (De Bezige Bij), Norvegia (Schibsted), Spagna (Maeva), Stati Uniti (Amazon Crossing) e in altri sette Paesi. Nato il 2 settembre 1956, Valeur collabora con le testate Berlingske Tidende, Danmarks Radio e Information, mentre è stato opinionista anche per Politiken e Jyllands-Posten. Di certo una mano calda che non fa pesare la lettura di un malloppone di quasi 800 pagine, tanto da far scrivere a Weekendavisen: "È un romanzo così bello che viene voglia di rileggerlo". Mentre a rincarare la dose ci ha pensato Nordjyske: "Raramente capita di imbattersi in un lavoro che metta insieme in maniera così ben gestita un mosaico di storie". In effetti questo canovaccio (nel quale Valeur affronta i fantasmi dell'infanzia, "lasciandosi ispirare dalle atmosfere delle fiabe di Hans Christian Andersen", peraltro addentrandosi "nella vita di coloro che nascono indesiderati e sono costretti a vivere sotto il feroce marchio dell'abbandono") si propone drammatico e al tempo stesso intrigante, divertente quanto originale, portatore di ondate di suspense. Il tutto supportato, oltre che da una scrittura di grande leggibilità, dalle ambientazioni cupe e noir cui ci hanno abituato i grandi narratori provenienti dal Nord. Ma veniamo alla sinossi. All'alba dell'11 settembre 2001, in una spiaggia a nord di Copenaghen, viene rinvenuto il cadavere di una sconosciuta, "con il viso affondato in una pozza di sabbia grigia bagnata, come se avesse cercato di divorare...". Poche ore dopo, mentre il mondo osserva attonito il crollo delle Torri Gemelle di New York, la polizia danese - ritenendolo un episodio all'apparenza poco significativo - chiude il caso come "morte accidentale". Eppure, sul luogo del ritrovamento vengono raccolti quattro reperti che rimandano palesemente a un macabro rituale: un libricino di fantascienza, un ramo di tiglio, un piccolo cappio e un raro canarino con il collo spezzato. A poche centinaia di metri dalla spiaggia si erge, inoltre, il celebre brefotrofio di Kongslund diretto da Martha Ladegaard, alla quale nessuno ha pensato di rivolgere la benché minima domanda. Queste e altre considerazioni si affollano nella testa di Knud Tåsing, giornalista screditato da uno scandalo e sull'orlo del licenziamento, allorché, sette anni dopo, apre la lettera anonima che gli è stata recapitata e ne esamina il contenuto: un articolo del 1961 che parla del brefotrofio e una foto che ritrae sette bambini. Alcuni di loro sono volti noti della società: un astronomo, un noto presentatore televisivo, un avvocato e persino l'assistente di un ministro. Uno solo, invece, tale John Bjergstrand, non compare da alcuna parte. Come se non fosse mai esistito. Ma chi è quel ragazzo? E perché qualcuno sta cercando di attirare l'attenzione su di lui dopo così tanto tempo? Possibile che le mura di quel benemerito istituto abbiano ospitato una mente perversa capace di far scomparire un bambino senza lasciare traccia? Tra rivelazioni inaspettate, morti violente e velate minacce da parte delle più alte cariche del Governo, Knud è sempre più convinto che la chiave per risolvere l'enigma stia nella soluzione del mistero della donna rinvenuta sulla spiaggia. Un mistero, tuttavia, davvero complicato per riuscire a venirne a capo.
Voltiamo... libro. Rifacendoci a una scrittrice italiana di appena 33 anni che ha già fatto "pokerissimo" con cinque storie legate a un unico filo conduttore: quello rappresentato da Alice Allevi, giovane anatomopatologa drogata di shopping, una simpatica quanto romantica pasticciona con un debole dichiarato per il suo cagnolino e, ci mancherebbe, per l'investigazione. Di piacevole aspetto, questa ragazza - che in amore gioca perdente per via di certe scelte fuori target - i guai sembra andarseli a cercare, fermo restando che ha il dono di saper leggere con acume e lungimiranza fra le righe dei crimini. A inventarsi il collaudato personaggio di Alice (sulle cui avventure - confortate da 300.000 copie vendute - la Endemol produrrà una nuova serie tv per Rai Uno, a fronte di un primo ciak previsto per l'estate, «grosso modo - tiene a precisare l'interessata - quando nascerà la mia secondogenita, che si chiamerà Bianca») è stata Alessia Gazzola, nata nel 1982 a Messina, dove vive e lavora come medico chirurgo specialista in medicina legale. Lei che aveva iniziato a scrivere un raccontino all'età di cinque anni e che da allora non avrebbe più mollato la presa, arrivando a pubblicare il suo primo romanzo, L'allieva, nel 2011, seguito da Un segreto non è per sempre e Sindrome da cuore in sospeso nel 2012, quindi da Le ossa della principessa lo scorso anno. E ora eccola nuovamente sugli scaffali con Una lunga estate crudele (Longanesi, pagg. 314, euro 16,40). Lei che è già stata tradotta in Francia, Germania, Giappone, Polonia, Spagna, Serbia e Turchia; lei pronta a precisare che Alice non è il suo alter ego, semmai una specie di sorellina con la quale ha diversi punti in comune, ma non certo la passione per le scarpe griffate e gli abiti alla moda; lei che ha un debole dichiarato per le indagini classiche, sulla scia di una certa... Agatha Christie («In realtà, i miei, non sono soltanto gialli vecchia maniera, e chi lo pensa rischia di rimanere deluso. Semmai una somma di pretesti per raccontare storie a uso e costume della protagonista»). Ma veniamo al dunque. Di cosa si nutre Una lunga estate crudele? Di una nuova avventura, ne abbiamo accennato, imbastita su Alice Allevi, alla quale hanno affidato la supervisione di una specializzanda. Proprio a lei, che già fatica a supervisionare se stessa, condizionata com'è da una tortuosa vita sentimentale, in bilico fra due uomini tanto affascinanti (ai quali se ne affianca anche un terzo, Sergio) quanto agli opposti: Arthur, il fascinoso reporter diventato l'Innominabile dopo troppe sofferenze, e Claudio, il medico legale più rampante dell'istituto, bello e incorreggibile. Ferme restando le sue fantasiose teorie investigative quando si trova a collaborare, in segreto, alle indagini del commissario Calligaris, un brav'uomo e un altrettanto bravo poliziotto che per lei nutre un affetto sincero e una incondizionata fiducia. Come in questo caso impossibile, legato a un delitto vecchio di 24 anni, con il cadavere mummificato di un attore che casualmente viene trovato in una stanza segreta del sotterraneo di un piccolo teatro dove vengono messe in  scena soltanto opere di Shakespeare. Un omicidio che rappresenterà soltanto il primo atto di un'indagine intricata e complessa. Nel corso della quale Alice dovrà fare i conti con alcuni colleghi del morto - uno dei quali diventato un altezzoso attore di successo e la cui moglie, attiva nel casting, sta correndo un serio pericolo - che all'apparenza si propongono limpidi e sinceri, ma dietro le quinte nascondono segreti inconfessabili. Fortuna vuole che Alice lo sappia: nella vita nessun segreto è per sempre.
A questo punto proponiamo un thriller aspro e graffiante firmato da Antonio Pagliaro, ovvero Il bacio della bielorussa (Guanda, pagg. 302, euro 18,50). Nato a Palermo nel 1963, città dove lavora come ricercatore fisico, questo scrittore che - narrativamente parlando - ama mettersi in gioco, aveva debuttato nel 2007 con Il sangue degli altri, si era riproposto tre anni dopo con I cani di via Lincoln e aveva pubblicato nel 2012, approdando alla corte di Guanda, La notte del gatto nero. E che ora ha deciso di diversificare, giocando su una trama imbastita su una doppia ambientazione: sposando cioè con la sua nuova storia l'olandese Utrecht (un trasloco non solo fisico, ma anche di contenuti) per poi approdare dalle parti di casa, nella natìa Sicilia. Ferme restando, ci mancherebbe, altre collocazioni geografiche intermedie (Bielorussia, Grecia e Lussemburgo). Logico quindi aspettarsi una commistione fra politica e mafia, dai risvolti drammaticamente crudeli. A fronte di un intrigo che vede buoni e cattivi confondersi "in un mortale gioco di specchi". Con le indagini affidate a un ispettore stanco, John Paul van den Bovenkamp della polizia di Utrecht, un uomo frustrato dalla vita ma non disilluso dal lavoro. In quanto lui sa quale sia il vero valore del dovere e della giustizia. Sta di fatto che a un certo punto - come accennato - le indagini sul suo ultimo caso varcheranno le frontiere olandesi sino ad approdare in Sicilia, dove la scena troverà il suo spazio quando le collusioni malavitose si faranno più pressanti... Insomma, un viaggio fra le pieghe del male che si snoda fra la malavita del Nord Europa per approdare fra le braccia di Cosa Nostra. Ma torniamo al nostro ispettore, che troviamo a confrontarsi con un problema mica da ridere: due cadaveri ripescati da un canale della sua città. Cadaveri che purtroppo non possono "parlare", in quanto il troppo tempo passato in acqua ne ha reso irriconoscibili i volti e cancellato le impronte digitali. Restano solo il frammento di un tatuaggio e una misteriosa medaglietta, oltre a una testimone poco affidabile. E che i due morti in questione abbiano poco da dire lo sa bene anche Franz La Fata, uomo d'onore e killer palermitano, irresistibile per le donne ma ben deciso a starne lontano perché "un soldato non si deve innamorare". Finché, nel luogo più impensato, incontra Gaia, donna fragile, complicata e bellissima. Non bastasse il nostro ispettore si troverà di fronte a un terzo cadavere (un uomo che... pendeva da un cavo) e un assassino alle prese con un cuore che non sapeva di avere: vicende lontane, in due Paesi diversi, destinate però a intrecciarsi. Confortate, si fa per dire, dall'entrata in scena della bella quanto equivoca bielorussa Ludmilla Zamiatenko, mentre l'indagine si allarga sino a toccare i traffici della politica siciliana e a minacciare la criminalità organizzata internazionale... E a Palermo, dove gli indizi si accavallano senza poter regalare risposte e fa "un caldo che si crepa", sullo sfondo della storia - alla stregua di pedine marginali, ma comunque vitali, della partita - troviamo alcuni protagonisti degli altri romanzi di Pagliaro, come il giornalista Corrado Lo Coco e il tenente Cascioferro. Sta di fatto che "nella bellezza avvelenata della città si dipana un thriller che coinvolge con le sue atmosfere, conquista con le voci e le storie di due personaggi straordinariamente reali". In effetti Pagliaro, che qualcuno ha etichettato come la risposta italiana a Don Winslow, sa come dare corpo - forte di una scrittura senza fronzoli, in ogni caso convincente - a una trama dall'architettura complessa quanto ben giocata. Un viaggio fra le pieghe del male che finirà per regalare un finale inaspettato, lontano mille miglia da qualsiasi ipotesi.
Curiosamente intrigante è per contro l'ultimo lavoro di Giorgio Caponetti, un autore fuori dagli schemi nato a Torino nel 1945 il quale, dopo una brillante carriera di pubblicitario, si è trasferito in campagna - prima nel Monferrato e poi in Maremma - per diventare allevatore e addestratore di cavalli, istruttore d'equitazione, regista e conduttore di spettacoli e di documentari equestri. Lui che da diversi anni vive con la famiglia in Tuscania, in una tenuta con tanto di necropoli etrusca; lui che di recente ha cominciato a insegnare ippologia all'università; lui che ha debuttato in libreria con il romanzo Quando l'automobile uccise la cavalleria, nel quale racconta la storia segreta della fondazione della Fiat; lui che nella narrativa di settore ha lanciato Alvise Pàvari dal Canal, grande esperto di cavalli e altrettanto grande viaggiatore, nel romanzo Due belle sfere di vetro ambrato (dove lo troviamo alle prese con il fantasma di Colleoni). Un personaggio "pericolosamente sensibile al fascino delle donne e al mistero", che ama il cibo e la buona musica, che cattura per la sua variegata personalità. Peraltro tornato sulla scena, in seconda battuta, della Maremma etrusca nel lavoro Venivano da lontano. E che ora viene riproposto ne La carta della regina (Marcos y Marcos, pagg. 333, euro 12,00), dove a malincuore si trova costretto a lasciare il suo palazzo veneziano sul Canal Grande (fonte di gioie e di tribolazioni) per accompagnare all'altare, in terra siciliana, la nipote Anna. Una trasferta che si tradurrà in un suggestivo viaggio nel tempo, fino all'epoca in cui regnava Adelasia, che aveva il dono e la lungimiranza di trarre il meglio dalla diversità di etnie e culture. Un lavoro che strada facendo si nutrirà della strana storia di un falconiere sbadato e di un foglio di carta che cambia il destino di una donna di oggi che si scopre regina. Ma veniamo a cenni di trama, attingendo dalle note dall'editore. Il baglio della famiglia dello sposo (un tipico edificio con cortile) è di pietra millenaria. Risuona ancora per le stanze la voce della regina delle mescolanze. La sua nobiltà rivive ora in Dedè, bella signora, che versa latte di mandorla nel bicchiere gelato e sospira: il baglio è infatti minacciato da viscidi individui... Ma succede dell'altro: nella torre dei falchi, all'imbrunire, Alvise avverte uno scricchiolio sinistro. Cede una scala a pioli e scoperchia segreti; fogli di carta antichissima si sbriciolano nel buio di una stanza. Ormai solo un colpo di genio potrà riscattare questa famiglia, che Alvise - dopo le prime titubanze - incomincia a sentire un po' sua. A questo punto troverà spazio nel canovaccio un piano rocambolesco che ci porterà nel cuore dell'invenzione che avrebbe cambiato il mondo: quella della carta.  Che dire: un lavoro di robusta leggibilità, che cattura e intriga, che ci porta a viaggiare con la fantasia - attraverso personaggi ben caratterizzati, tratteggiati all'insegna di una accattivante semplicità - su terreni sconosciuti. Il tutto supportato da un robusto lavoro di documentazione, di ricerca e di incontri con esperti di settore, che hanno fatto scoprire a Caponetti "mondi" sconosciuti quanto impensati, consentendogli di parlarne con cognizione di causa.
In chiusura di rubrica spazio a una promettente debuttante di settore, la monzese Alessandra Selmi (classe 1977), la quale, dopo aver dato alle stampe lo scorso anno E così vuoi lavorare nell'editoria. I dolori di un giovane editor sulla scia delle esperienze maturate in diverse case editrici (ha comunque lavorato anche per Vogue Sposa e Vogue Bambini), ha deciso di regalarsi un romanzo dal titolo storicamente impegnativo: La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon (Baldini & Castoldi, pagg. 234, euro 16,00). Un lavoro peraltro suggeritole dal caso: «Tre anni fa, mentre mi trovavo al bar della stazione Termini di Roma, in attesa del mio treno diretto a Milano, mi passò accanto una senzatetto: era pingue, calva e con la pelle cosparsa di macchie. Parlava da sola, infagottata in un logoro piumino marrone. Io, che avevo comprato e stavo leggendo l'ennesimo Maigret, osservai - con una punta di cinismo - che quella donna poteva rappresentare una detective ideale: non solo nessuno presta attenzione a un clochard, ma anzi la gente preferisce voltare la testa dall'altra parte quando ne incontra uno. Quale investigatore, allora, potrebbe essere più discreto?». Insomma, sarebbe stato quello lo spunto alla base del romanzo che stiamo proponendo, nella speranza che, «nel frattempo, la vita abbia sorriso a quella signora sconosciuta». Risultato? Una trama infarcita di intriganti personaggi, capitanati da Bianca - una barbona sdentata, tanto ripugnante nell'aspetto quanto colta e raffinata nei modi, che si esprime come se avesse mangiato un dizionario - e da Alex Lotoro, un simpatico quanto egocentrico sovrintendente che di cultura in vita sua ne ha masticata pochina, ma che ha il dono della perspicacia. L'incontro fra i due avviene presso il Commissariato Garibaldi Venezia, dove Bianca si reca per denunciare il probabile omicidio di un anziano "collega" di sventura: Aiace, detto Pardon per la sua abitudine di scusarsi in continuazione. A uccidere quel mite senzatetto, "in servizio" presso la stazione centrale e peraltro reso quasi cieco da una cataratta trascurata, sarebbe stato il suo benefattore. Il medicante aveva infatti iniziato a ricevere - secondo il racconto di Bianca, ascoltato da un folto quanto incuriosito uditorio - strane donazioni da un misterioso individuo: prima 5, poi 10, 20 e 50 euro. Ma quando sono 100 euro a cadere nel bicchiere dell'elemosina il gioco si conclude e il barbone, poco dopo, sparisce. Che sia stato ucciso dall'uomo con le scarpe lucide ed eleganti che gli riservava tanta attenzione? Bianca ne è convinta. E anche Lotoro - proveniente da una famiglia di gendarmi e la cui vita sentimentale è intessuta di "stronze" - ritiene che sia giusto indagare su quella strana storia per cercare di appurare la verità. Magari tenendo d'occhio anche la barbona (la rintraccerà e la porterà persino in una pasticceria dove, di fronte ad alcuni dolcetti, riceverà altre informazioni sul presunto omicida), in quanto se ha detto il vero può risultare a sua volta in pericolo. Sta di fatto che il corpo di Aiace Pardon verrà rinvenuto alcuni mesi dopo nel parco Forlanini... E visto che il delitto c'è stato, riuscirà la nostra strana coppia a dare un volto all'assassino? Detto questo, ci preme sottolineare la scorrevolezza narrativa di questo giallo all'italiana; l'intrigante tema e il modo in cui viene trattato (quello appunto degli "invisibili", lievitati a dismisura in questi anni di crisi); la garbata quanto ironica contrapposizione di due mondi agli antipodi. Ferma restando l'inedita caratterizzazione dei protagonisti a fronte di una indagine per così dire fuori ordinanza, comunque intessuta di depistaggi, indizi fuorvianti e ambiguità. Elementi che, a conti fatti, rappresentano il sale della lettura.

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