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Il senso del Rinascimento visto attraverso il pennello di due grandi artisti: Piero della Francesca e Giovanni Bellini

Due diverse quanto geniali personalità capaci di regalare - attraverso strade interpretative ricche di inventiva e grande sensibilità - immagine, colore e vita alla figura della Madonna


19/09/2019

di Donatella Gallione Molinari

La Pinacoteca milanese di Brera è ricca di dipinti a tema religioso, quindi sono molte la Madonne col bambino che ci guardano mentre attraversiamo sale e corridoi. Io ne prenderò in considerazione due che catturano sempre la mia attenzione e che trovo particolarmente affascinanti anche se diversissime fra loro: la prima, la Madonna di Piero della Francesca (Borgo San Sepolcro, Arezzo 1415/20 - 1492), è quella rappresentata nella “Pala Montefeltro”; la seconda è invece “La Madonna col bambino benedicente” di Giovanni Bellini (Venezia 1431/36 - 1516). 
Il primo toscano, il secondo veneto sono due artisti che parteciparono entrambi alle novità del Rinascimento (Bellini un po’ più tardi, sia perché più giovane di Piero, ma anche a causa delle tradizioni bizantina e tardogotica che influenzarono a lungo la cultura veneta che stentava ad aprirsi alle novità che giungono dalla Toscana).  Sono due personalità straordinarie che qui ci mostrano la loro maestria, ma anche la loro originalità, la differente concezione della pittura, la diversa sensibilità umana e il loro modo personalissimo di guardare il mondo terreno e di interpretare quello soprannaturale.


Piero della Francesca - Pala Montefeltro,1472/74, Tempera e olio su tavola, cm. 251x172, Milano Brera

La Pala Montefeltro (1472/74) di Piero è una sacra conversazione, quindi più complessa per il maggior numero di personaggi rappresentati; comunque la figura che sta al centro della scena è una Madonna col bambino. 
Nella Pala di Piero, come d’altronde in tutte le sue opere, la Madonna è raffigurata immobile e distante, ha un’espressione solenne ed una fissità metafisica. È una figura, immersa in una dimensione ultraterrena lontana dalla realtà, dove regnano silenzio e concentrazione e dove il tempo sembra quello sospeso di un mondo ideale. Una figura che tiene sulle ginocchia il Bambino Gesù, ma ha le mani giunte per cui il figlio, che lei non sorregge, appare in una posizione instabile, quasi stesse per scivolare dal suo grembo ed è abbandonato in un sonno profondo, che evoca la morte. 
La luce è chiarissima, fredda e astratta. Sulla scena aleggia profonda spiritualità. 
Le rappresentazioni di Piero sono severe e meditate, la sua pittura è frutto di rigorosa costruzione matematica che sotto le sue dita si fa arte intellettuale e sofisticata. 
La Madonna, seduta in trono, circondata da Angeli e Santi, rappresenta la Chiesa ma anche la Regina del cielo: infatti l’eleganza, l’armonia e la razionalità costruttiva di questo spazi architettonico, inondato di chiara e limpida luce, richiama alla mente la perfezione del Paradiso, dove noi ci affacciamo silenziosi e intimiditi. 
È un’opera ricca di significati simbolici come l’uovo di struzzo (posizionato proprio sopra la testa della Vergine) che simboleggia la vita e la perfezione geometrica, ma anche il parto virginale della Madonna, infatti si pensava che l’uovo di struzzo venisse fecondato dai raggi del sole. Anche la conchiglia ha lo stesso significato perché produce la perla senza bisogno dell’intervento maschile. 
L’opera fu commissionata dal duca di Urbino, Federico da Montefeltro, qui rappresentato in ginocchio in una splendida armatura, per festeggiare la nascita del figlio Guidobaldo e la sua vittoria sulla città di Volterra, essendo il duca valoroso condottiero, oltre che fine intellettuale. Alla destra della Vergine c’è un posto vuoto perché la moglie del Montefeltro, Battista Sforza, molto amata dal marito, era appena morta. 
Per comprendere meglio l’opera di Piero non si può prescindere dal contesto culturale in cui l’artista è vissuto. 
Nel Rinascimento Firenze, dove Piero si forma, guardando Masaccio e lavorando presso Domenico Veneziano, sta vivendo uno dei periodi più importanti della sua storia che rivoluzionerà non solo l’arte, ma anche il modo di concepire lo spazio, il mondo e l’uomo. Il Rinascimento toscano, sostenitore della filosofia neoplatonica e di una cultura che ama la razionalità, produce una pittura in cui è importantissimo il disegno che è il modo di razionalizzare le forme percepite dal nostro cervello. 
L’artista rinascimentale sa che anche il Creato è regolato da leggi matematiche e vede in esso la perfezione divina, per cui vuole rappresentarlo con la stessa precisione matematica che mette ordine nello spazio. L’uomo domina sulla Natura e impone alla realtà una legge matematica: la prospettiva per cui tutti gli oggetti e le figure, rappresentati in pittura, sono legati fra loro da precisi rapporti di proporzione e sono inseriti dentro una stretta griglia geometrica. Questo metodo di rappresentare lo spazio, al cui centro è posto l’uomo, sarà valido fino ai primi anni del 1900 quando rivoluzioni artistiche, come ad esempio il Cubismo, lo metteranno in discussione, proponendone di nuovi. 
Alla corte del Montefeltro, dove lavora dal 1469 al 1472, Piero frequenta inoltre filosofi e intellettuali, ma soprattutto un suo conterraneo, il matematico Luca Pacioli che influenza molto la sua arte; Piero stesso scrive diversi trattati di matematica e geometria.


Giovanni Bellini - Madonna con Bambino benedicente, 1510, olio su tavola cm. 85x118, Milano Brera

E ora analizziamo “La Madonna col Bambino benedicente” (1510) di Giovanni Bellini. Come già detto è un’opera meno complessa di quella di Piero, ma anche qui la Madonna è al centro della scena. Bellini però non la pone tra eleganti architetture che ci ricordano il Paradiso; questa Madonna, dall’espressione assorta e pensierosa, è immersa in un paesaggio reale, dal quale è separata da un semplice telo verde. 
Le montagne sullo sfondo scolorano in un azzurro sempre più tenue, sfumato dalla foschia, il cielo è solcato da nubi leggere e la stessa luce calda e naturale bagna il paesaggio, le figure e le cose, creando fra loro armonia ed unità. 
Questa non è la luce astratta e spirituale di Piero, ma quella della campagna veneta dove ci sono casolari, una collina rocciosa, un pastore che riposa con le sue pecore sotto un piccolo ponte e un uomo a cavallo. E’ la vita quotidiana che si svolge sotto i nostri occhi. 
La Madonna non ci appare solenne come la Regina del Cielo, ma come una bella e giovane veneziana di cui sembra di percepire la morbidezza e il tepore della carne e ne avvertiamo l’umanità nella tenerezza dei gesti e nella dolcezza dello sguardo, mentre sorregge il suo bimbo nudo e paffuto. 
È una pittura dove i contorni sono morbidi e il colore, che definisce le forme, prevale sulla linea. 
Ma cosa porta Bellini, come d’altronde i pittori veneti di quel periodo, a una interpretazione così diversa della realtà e della pittura? 
Venezia è una città straordinaria, la sua anima è liquida, ricca di trasparenze e riverberi perché fondata sull’acqua, i suoi edifici sono traforati come merletti perché devono essere leggeri in quanto poggiano su palafitte di legno. Molto diversi dalle solide architetture toscane. 
L’aria è ricca di umidità: brume e nebbie sfaldano i contorni delle cose che sembrano ammorbidirsi e perdere consistenza.  
È una città ricca, vivace, libera, abituata a commerciare con i favolosi popoli d’Oriente da cui giungono spezie dai forti aromi, profumi densi e inebrianti, stoffe preziose, sete variopinte e cangianti che riempiono gli occhi di colori. Venezia ama il lusso e i piaceri della vita e quindi tutto ciò che è legato ai sensi e alla realtà. 
I pittori veneti, per creare la profondità, più che la prospettiva geometrica sviluppano la prospettiva cromatica e aerea, quando i colori variano dalle tonalità più calde dei primi piani a quelle più fredde dello sfondo. 
È la cosiddetta pittura tonale, che parte da Giorgione, per cui la scena pittorica non ha più bisogno della presenza dell’architettura per dare il senso della profondità, che è data invece dagli effetti luminosi e atmosferici del paesaggio, colti nei diversi momenti della giornata e ottenuti col metodo delle velature di colore stese una sopra l’altra e possibili grazie all’uso dei colori ad olio. Questi, sovrapposti quando non sono ancora asciutti, tendono a fondersi, creando maggiore morbidezza. 
A Venezia si osserva la Natura e l’uomo ne fa parte senza sovrastarla; nei dipinti domina il colore che definisce le forme, mentre il pittore fiorentino costruisce le forme con le linee precise del suo disegno entro cui poi mette il colore. 
Ma oltre a tutto ciò Bellini ha di suo un’indole più affettuosa e tenera, un’umanità più sensibile e delicata, infatti le sue opere hanno sempre un’intonazione intima e assorta. La sua pittura ci tocca il cuore, dà voce ai nostri sentimenti e sollecita i nostri sensi; quella di Piero è come un cristallo purissimo che entra freddo nella nostra mente e la inonda di una luce che non è più terrena. 
Bellini unisce al rigore compositivo e prospettico fiorentino la poesia della laguna dove la luce che gioca sull’acqua ricorda le trasparenze dei suoi vetri preziosi e quando occhieggia fra i complessi trafori dei suoi palazzi li rende inconsistenti come quelli che tremano riflessi nei suoi canali.  La malinconia delle soffici e impalpabili nebbie rende la realtà morbida e lieve come un sogno per cui viene spontaneo pensare che anche per questi motivi a Venezia il disegno lasci spazio al colore, alla luce e all’atmosfera che qui diventano protagonisti.

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