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Il sogno (svanito?) dell'Europa senza il muro

Jacques Rupnik analizza i travagli che hanno accompagnato la transizione degli Stati dell’Est dal comunismo alla liberal-democrazia. Paesi che oggi stanno sperimentando un modello inedito di democrazia illiberale, demagogica e populista, che rischia di mettere a repentaglio l’unità dell’Ue


24/06/2019

di Giambattista Pepi


Sono trascorsi trent’anni dal crollo del muro di Berlino. Un evento passato giustamente alla storia perché un’Europa uscita dilaniata dalla Seconda guerra mondiale, veniva artificialmente e forzatamente divisa da due diverse e inconciliabili ideologie: a Ovest quella liberaldemocratica (che poggiava sullo Stato di diritto, sul Parlamento come espressione del pluralismo politico e della sovranità popolare, sul riconoscimento e la tutela delle libertà dell’uomo, sulla promozione ed incentivazione dell’iniziativa economica privata e sul libero mercato) e a Est quella socialista (che giustificava - nell’affrancamento delle masse dall’oppressione borghese e nella loro ascesa al potere - l’instaurazione di un regime totalitario per la cui difesa e perpetuazione negava i diritti inalienabili dell’uomo, perseguiva il dissenso, escludeva libere elezioni, credeva nella collettivizzazione dei mezzi di produzione, nel dirigismo economico e pretendeva di esportare la rivoluzione socialista nel mondo). 
Un muro, quello di Berlino, che è stato per alcuni decenni il simbolo del mondo diviso in blocchi, o sfere di influenza, nonché della “guerra fredda” tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica. Un conflitto combattuto senza il ricorso ad armi convenzionali o a quelle di distruzione di massa (entrambi gli Stati detenevano e detengono tuttora missili dotati di testate nucleari), ma attraverso la geo-politica e la politica estera, che metteva in campo strumenti come il sostegno diretto o indiretto a governi filo-americani o filo-sovietici, lo spionaggio e il contro-spionaggio e la propaganda. 
Caduto quel muro, si mise in moto un processo che avrebbe portato due anni più tardi alla riunificazione della Germania, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, alla rottura del Patto di Varsavia che aveva tenuto gli Stati dell’Europa orientale sotto l’influenza ed il dominio dell’Urss, reprimendo nel sangue ogni anelito alla libertà e a superare il regime comunista (il 23 ottobre 1956 i moti in Ungheria vennero soffocati dall’Armata Rossa inviata da Mosca e lo stesso accadde in Cecoslovacchia dove la riforma di Alexander Dubcek e la Primavera di Praga furono repressi dalle truppe del Patto di Varsavia). 
Quell’evento nel corso degli anni successivi è venuto via via assumendo significati diversi: rivoluzione anti-utopica, emblema di una transizione non violenta alla democrazia, ma anche momento creativo del mondo globalizzato. 
Ma cos’è accaduto in questi ultimi tre decenni nell’Europa orientale? Jacques Rupnik nel libro Senza il muro. Le due Europe dopo il crollo del comunismo (Donzelli, pagg. 249, euro 25,00) ci racconta, appunto a trent’anni dal 1989, la parabola di una transizione difficile. 
Orfani dell’ideologia comunista, i Paesi dell’Europa orientale sono tornati nell’alveo delle democrazie liberali, le popolazioni si sono riappropriate delle libertà fondamentali che erano state loro negate dal comunismo. I cittadini di questi Paesi hanno scelto attraverso il pluralismo e le libere elezioni le élite da cui essere governate, i mercati sono stati riaperti all’iniziativa economica privata e alla concorrenza. Riacquistata la piena sovranità e indipendenza, molti di essi hanno aderito all’Unione europea, hanno eletto loro rappresentanti nel Parlamento europeo, hanno espresso commissari nella Commissione Ue, hanno beneficiato dei fondi di coesione del Bilancio europeo, che ne hanno favorito la crescita, lo sviluppo, l’occupazione ed il benessere. 
Caduto il muro di Berlino, insomma, l’Europa grazie alle Istituzioni comunitarie ha goduto di un prolungato periodo di pace, mentre la cooperazione economica e commerciale hanno innescato un processo di graduale convergenza verso obiettivi di crescita degli Stati dell’Est Europa, che hanno nel frattempo consolidato e sviluppato le proprie istituzioni democratiche. O, almeno, così era avvenuta agli occhi di molti osservatori la transizione dal comunismo alla democrazia nei Paesi dell’ex Cortina di ferro. E invece, dopo l’ubriacatura democratica, l’infatuazione per il regime liberaldemocratico, l’ascesa al potere di nuove classi dirigenti dichiaratamente non più comuniste, si è andato assistendo negli anni più recenti alla creazione di nuovi confini, alla costruzione di nuovi muri, ad allarmanti chiusure nazionalistiche. 
Professore universitario (insegna al Collegio d’Europa di Bruges, visiting professor all’Università di Harvard e all’Università Carlina di Praga, nonché direttore di ricerca al Centre de recherchesinternationales), influente diplomatico (negli anni 90 è stato consigliere del primo presidente della Repubblica Ceca, VàclavHavel, capo della Commissione internazionale per i Balcani ed estensore del rapporto sull’accordo di pace dopo la guerra nella ex Jugoslavia) l’autore nel volume (tradotto da David Scaffei) delinea la parabola dei tre processi che da quel fatidico 1989 si sono innescati: dalla transizione democratica a sintomi evidenti di “stanchezza” della democrazia con classi dirigenti logorate e cittadini disillusi; dalla trasformazione economica alla crisi del libero mercato; dall’idea di una “democratizzazione attraverso l’europeizzazione” alla scoperta drammatica dei limiti geopolitici del potenziale di trasformazione della governance europea. 
“La forza interpretativa del libro di Rupnik - si legge nell’introduzione al volume - sta nel considerare la caduta del Muro non come un evento, ma come l’inizio di un processo, anzi di un insieme di processi a catena, che delineano la parabola di una lunga transizione inconclusa verso il modello di democratizzazione politica cui originariamente ispiravano”. Una transizione che non è stata uniforme poiché differente è stato il “dosaggio” di alcuni fattori: “il grado e la forza di insediamento del precedente sistema sovietico, la forza o la fragilità di suggestione del modello liberaldemocratico di ispirazione occidentale, la presenza di fattori di inquinamento e intorbidamento, quando non di corruzione; la diversa torsione delle derive identitarie che stanno alla base delle più o meno forti istanze nazionalistiche”. 
Pur in presenza di esiti differenti, il dato comune che suscita una comprensibile inquietudine è che negli Stati dell’Europa orientale stanno affiorando i tratti inediti di una democrazia illiberale, demagogica, populista e autoritaria. E dobbiamo constatare con altrettanta franchezza e preoccupazione che le sirene ammaliatrici del nazionalismo, del populismo, dello sciovinismo, stanno pericolosamente diffondendosi anche ad Ovest, negli Stati dell’Europa occidentale, sia pure non proprio ovunque e non con la stessa intensità, diventando la negazione di quei principi e di quei valori sui quali era stato fondato l’edificio europeo e che aveva alimentato il sogno e l’aspirazione dei Padri costituenti dell’Europa libera, democratica e solidale. 
Un libro, dunque, che può aiutarci a riflettere sulla stagione complicata che sta vivendo il Vecchio Continente individuando gli errori compiuti, ponendo in essere i necessari rimedi e cercando tutti insieme di rilanciare il progetto europeo per la difesa e la promozione di quella che alla fine dei conti è e rimane pur sempre la nostra Casa comune: l’Europa.

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