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Il vero tesoro? Una vasta piantagione di canna da zucchero

Dalla penna di Miguel Bonnefoy una fiaba sensuale e picaresca che si rifà a una nave naufragata nel bel mezzo di una palude di mangrovie


03/04/2018

di Valentina Zirpoli


Ci aveva stregato, tre anni fa, con Il meraviglioso viaggio di Octavio, un romanzo breve che aveva catturato i lettori per i suoi contenuti decisamente innovativi, a fronte di una scrittura fuori dagli schemi imparentata con il neorealismo sudamericano (“Caratteristica - è stato detto - che lo aveva fatto accostare a penne celebri quali quelle di Gabriel Garcia Márquez e Alejo Carpentier”). La qual cosa non deve stupire più di tanto visto che Miguel Bonnefoy è nato sì a Parigi il 22 dicembre 1986, ma da madre venezuelana e padre cileno. Per di più è cresciuto tra Francia, Venezuela e Portogallo. Lui che con questo lavoro si era subito guadagnato la stima dei critici, proponendosi come finalista del “Premio Goncourt du premier roman” nonché vincitore del “Prix Edmée de la Rochefoucauld” opera prima. 
Un libro che l’autore aveva voluto dedicare al Paese della madre, una terra a suo dire dignitosa e fiera, costellata di santi e farabutti, pronta a nutrirsi di atmosfere e colori accattivanti. A fronte di una storia incentrata sul casuale incontro di un contadino analfabeta, appunto Octavio, con la scrittura e la lettura. La qual cosa lo avrebbe portato a intraprendere un lungo viaggio - intessuto di storia e mito, religione e irrazionalità - in cerca di un difficile riscatto, al termine del quale si ritroverà al punto di partenza, ma con una diversa consapevolezza. 
Per la cronaca Bonnefoy aveva debuttato e vinto nel 2009 il Grand Prix della Nouvelle Sorbonne con La Maison e Le Voleur, quindi aveva pubblicato in italiano Quando chiudemmo il labirinto nel Minotauro (Quand on enferma le labyrinthe dans le Minotaure). A seguire Naufrages nel 2011, Icarus due anni dopo, poi nel 2015 il citato primo romanzo Octavio’s Voyage, seguito da Jungle nel 2016 e da Sucre noir nel 2017. E appunto Sucre noir è stato nuovamente oggetto dell’attenzione della 66thand2nd, che l’ha proposto sui nostri scaffali come Zucchero nero (pagg. 148, euro 16,00, traduzione di Francesca Bonomi). 
Anche in questo caso il giovane autore transalpino ha dato forza narrativa a un’altra variazione inventiva, vale a dire a una fiaba “sensuale e picaresca” che si rifà a una nave naufragata nel bel mezzo di una palude di mangrovie, dove il vero tesoro non è quello dei pirati, ma una vasta piantagione di canne da zucchero. Un altro romanzo breve (saper concentrare trame vincenti in poche pagine non è da tutti) volto a celebrare la bellezza del Sud America, ferma restando la convinzione che il suo Paese natale, la Francia, rappresenta “un piccolo paradiso dove la gente crede di essere all’inferno”. 
Ma veniamo a briciole di trama di questa vicenda che si intreccia con la storia di uno dei più celebri corsari, abbinata ai “destini di uomini e donne mossi dalla ricerca dell’amore, ma ostacolati dai capricci della sorte”.  Con in scena due donne forti, Serena ed Eva: la prima, lettrice accanita, alla ricerca disperata dell’uomo dei suoi sogni e di una vita diversa; la seconda, una specie di figlia adottiva strappata al fuoco che era divampato nelle piantagioni, dal carattere forte quanto determinato. 
Secondo una leggenda il vascello del pirata Henry Morgan si era incagliato - come accennato - tra le paludi di mangrovie dei Caraibi ed era stato inghiottito dalla foresta insieme al suo carico d’oro e gioielli. “Tre secoli dopo sopra il vascello fantasma sarebbe sorto un villaggio, dove avrebbe prosperato la famiglia Otero e dove ancora si raccontano le storie di quelle ricchezze favolose. Fra i tanti avventurieri che arrivano in zona per cercare fortuna spunta un giorno Severo Bracamonte: maldestro rabdomante che esplorando quella terra selvaggia, lussureggiante, finirà per essere attirato nella rete della giovane Serena Otero, erede di una vasta piantagione di canna da zucchero”. Una piantagione che si trasformerà in una distilleria di rum sotto la guida spregiudicata di Eva Fuego (nome che le era stato imposto da Serena, in quanto strappata appunto da un campo in fiamme). 
Morale della favola? Il racconto di una terra ricca destinata però a rimanere povera: chiaro, ancora una volta, il riferimento al Venezuela che, nonostante le sue ricchezze naturali, continua a non saperle sfruttare adeguatamente, navigando pertanto sotto la linea di galleggiamento. E lo fa, Bonnefoy, senza eccedere e sena trarne conclusioni personali. Semmai lasciando questo compito ai lettori…

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