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Il vero volto dell'Iran che l'Occidente non si è mai immaginato

Tiziana Ciavardini racconta di un Paese difficile e dittatoriale che tuttavia si porta al seguito una componente fascinosa e regale che nessun totalitarismo è mai riuscito a eclissare


07/01/2019

di Tancredi Re


Nella plurimillenaria storia della Persia, l’odierno Iran, sono molti gli eventi significativi che occorrerebbe ricordare per non farle torto e fornire ai contemporanei un’idea della grandezza di questo Paese, fin dall’antichità crogiolo di civiltà, terra bramata da molti popoli e ponte ideale tra il Medio oriente e l’Europa. Ma per evidenti ragioni, di tempo e di spazio, non è possibile. 
Partiamo allora da un evento storico drammatico: la rivoluzione islamica del 1978-79. Con gli sconvolgimenti politici e sociali che generò, essa costituisce una sorta di pietra miliare perché trasformò la monarchia del Paese in una Repubblica islamica sciita la cui costituzione si ispira alla legge del Corano (il libro sacro dei musulmani, scritto dal profeta Maometto): la “sharj’a”. 
Con la cacciata dello Scià (l’equivalente di un sovrano in Europa) Mohammed Reza Pahlevi, fortemente osteggiato e combattuto dalle forze di opposizione di ispirazione laica (liberali, marxisti e nazionalisti) e religiosa (gli sciiti) che, per rovesciarlo, si coalizzarono attorno alla figura carismatica dell’Ayatollah Seyyed Ruhollah Khomeyni (che per anni aveva vissuto da esule) l’Iran volta pagina e si avvia a diventare una Repubblica con un forte imprinting religioso. Un cambiamento epocale che nei fatti comprime le libertà, censura idee, comportamenti, costumi, sostituendo il diritto positivo con i precetti ed i principi della religione musulmana secondo l’interpretazione che ne danno le massime autorità religiose iraniane: i mullah.   
Alla morte di Khomeyni (1989) il suo ufficio di guida suprema della rivoluzione islamica venne assunto (su disposizione dello stesso Khomeyni) dall’ayatollah Ali Khamenei dopo la rimozione dell’Hossein-Ali Montazeri, inizialmente destinato a succedergli come guida suprema, ma dimostratosi non perfettamente allineato con le sue idee ed i suoi programmi. 
Khamenei ebbe il merito di riformare l’economia incoraggiando l’iniziativa privata e limitando lo strapotere delle bonyad, le associazioni caritatevoli. In politica estera, che già durante gli ultimi anni del potere di Khomeyni si era fatta più pragmatica, iniziò a tessere nuove relazioni con le Repubbliche dell’Asia centrale: Turchia, India e Cina. Ma l’illuminata e, tutto sommato moderata, presidenza di Khamenei, fu una breve parentesi, prima che il Paese, sotto le spinte dell’estremismo religioso, sprofondasse nuovamente in un regime autoritario ed opprimente. 
Infatti, le elezioni presidenziali del 13 giugno 2009 furono vinte ufficialmente dal radicale Mahmud Aḥmadinejad, ma sulla cui regolarità l’opposizione espresse forti dubbi, acuendo la tensione sociale del Paese, che sfociò in manifestazioni non autorizzate e scontri di piazza, con un numero indefinito di morti provocato da un intervento delle forze dell’ordine, giudicato eccessivo all’interno dello stesso governo, affiancate da un discreto numero di “pasdaran” (guardiani della rivoluzione). 
A dispetto della dura repressione del regime i moti studenteschi continuarono e ripresero anzi un drammatico corso dopo la morte dell’ayatollah Hoseyn Ali-Montaseri, il quale non era stato indulgente verso il regime clericale, che pure aveva contribuito a far crescere. 
Sono anni difficili, questi, per l’Iran, caratterizzati da proteste sociali, scontri nelle piazze, incarcerazioni, abusi di potere. Dopo il governo di Ahmadinejad, non ben visto nelle cancelleria dei Paesi occidentali, l’Iran tenta una svolta moderata con l’elezione, il 14 giugno 2013, di Hassan Rouhani, leader del partito moderato, Società dei Chierici Militanti, che diventa nuovo presidente con il 52,7% delle preferenze e lo è tuttora essendo stato riconfermato alle elezioni del 2017. 
Gli avvenimenti che qui abbiamo molto sommariamente riassunto fanno da sfondo al libro dal titolo Ti racconto l’Iran. I miei anni in terra di Persia (Armando, pagg. 160, euro 12,00), con la prefazione di Dacia Maraini, nel quale l’autrice, Tiziana Ciavardini, ci consegna un ritratto dell’Iran contemporaneo, inedito e straordinario: un Paese contraddittorio ed esplicito, che l’Occidente non conosce nella sua anima, nella sua essenza, nei suoi sentimenti. 
“Questo libro è un viaggio, un viaggio antropologico, alla scoperta dell’Iran vero, quello del volto noto di un Paese difficile, represso e dittatoriale che sotto cela quello più fascinoso e profondamente regale che nessun totalitarismo è riuscito ad eclissare completamente” scrive l’autrice. 
Raccontare l’Iran non è certo facile, aggiunge, perché complesse realtà si intersecano l’una con l’altra, a volte sovrapponendosi fra loro. “Raccontare la propria esperienza di vita in questa terra – nota la scrittrice - è ancora più difficile perché è molto ampia la forbice tra quel che è la realtà e quel che sembra. In Occidente si è sempre percepito l’Iran come un Paese troppo distante e diverso da noi, dove il regime politico ed una religione ferrea ed oltranzista, spiccano su tutto”. 
Non siamo, dunque, di fronte ad un saggio accademico, né tanto meno l’ennesimo scritto sul solito Iran, quanto piuttosto “la semplice, ma al contempo complessa, esperienza di una lunga permanenza, oltre un decennio, in questa terra, trascorsa tra i miei conflitti interiori, forti dubbi esistenziali, rapporti interpersonali e la prima vaga, ma poi precisa e imbarazzante, sensazione di non aver compreso bene il significato ed il senso ultimo dell’anima più profonda dell’Iran”.

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