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Il virus ha messo a nudo le nostre fragilità e i nodi stanno purtroppo venendo al pettine

Secondo l’economista Carlo Favero gli anziani non andavano segregati, ma tutelati. Inoltre l’emergenza sanitaria doveva essere affrontata in parallelo a quella economica, con chiusure differenziate e non generalizzate. E la classe politica italiana? Sbaglia, per massimizzare il consenso, spostando i costi delle scelte sulle generazioni future


14/12/2020

di Giambattista Pepi


Carlo Favero

“La crisi sanitaria è stata il cigno nero che nessuno si aspettava. La politica di contenimento è risultata impostata sul presupposto che la crisi fosse simmetrica, ma non lo era: la popolazione anziana, la più colpita, con oltre l’86 per cento dei decessi, non è stata adeguatamente protetta”. Il professore Carlo Favero, professore di Econometria al dipartimento di Finanza dell’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, usa il fioretto per poi affondare la spada. 
“L’intervento emergenziale - spiega - ha seguito un approccio sequenziale: prima fronteggiare l’epidemia e poi pensare all’economia. Bisognava, invece, procedere simultaneamente. Servivano chiusure differenziate e non omogenee, non generalizzate”. Infine la sciabola. “I mercati non stanno prestando attenzione al fatto che l’indebitamento degli Stati, tra cui il nostro, sta crescendo troppo. La Bce sta offrendo grosse opportunità per ristrutturare e rilanciare le economie e l’Italia deve coglierle, ma affrontando le cause strutturali della mancata crescita, non rinviandole come ha fatto finora”. 
Fuor di metafora, l’economista - è fra l’altro autore, con Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, del libro Austerity edito dalla Princeton University Press nel 2019, al quale nel maggio scorso è stato assegnato l’Hayek book Prize dal Manhattan Institute - denuncia gli errori che a suo parere il Governo ha commesso nel modo per come ha affrontato la crisi sanitaria ed economica che ha rimesso a nudo, mai prima d’ora in maniera così evidente, le nostre fragilità socio-economiche. Ferma restando l’inadeguatezza della classe politica protesa alla ricerca del consenso, ipotecando peraltro il futuro delle prossime generazioni.

“Il cigno nero” è un saggio filosofico-letterario dell’epistemologo, matematico ed ex trader di origine libanese Nassim Nicholas Taleb, esperto di scienze dell'incertezza. Il libro tratta del forte impatto di alcuni avvenimenti rari e imprevedibili e della tendenza umana a trovare retrospettivamente spiegazioni semplicistiche di questi eventi. La pandemia Covid-19 è il “cigno nero” che nessuno si aspettava? 
Sicuramente dal punto di vista economico è stata uno choc inatteso. Se poi la valutiamo dal punto di vista dei modelli che vengono utilizzati dai policy maker, mi riferisco alla Banca d’Italia, al ministero dell’Economia ee alla Bce, l’evento come quello pandemico è stato uno choc. Fa parte di quelli che vengono definiti residui non prevedibili del modello. In tutte le previsioni che come economisti avevamo fatto sugli scenari macro del 2020 sicuramente possiamo considerare Covid-19 come un blackswan, cioè un “cigno nero”.

Si è parlato di crisi simmetrica. Ma, a ben vedere, non ha impattato ovunque allo stesso modo. Non solo tra i Paesi (sviluppati, emergenti e in via di sviluppo), ma anche tra i ceti e le classi, la crisi sanitaria non ha colpito con la stessa intensità e provocato gli stessi danni. È corretto parlare di crisi asimmetrica? 
Sì, concordo: la crisi è asimmetrica. Le nostre evidenze empiriche lo confermano. La principale asimmetria è attraverso le fasce di età: purtroppo in Italia le morti attribuite alla causa del Covid-19 secondo l’Istituto superiore della sanità sono ad oggi oltre 66mila. Meno di 700 vittime hanno meno di 50 anni. L’86 per cento si colloca nella fascia d’età oltre 70 anni. Tenere conto di questa asimmetria è rilevante per definire l’entità delle crisi e disegnare una politica ottimale di contenimento. Se lei guarda ad esempio al confronto tra Israele e Italia noterà che lo Stato ebraico ha una popolazione molto più giovane della nostra. E, a parità di casi tra la popolazione, ha avuto una mortalità molto più bassa. 
Questa crisi ha comportato uno choc sociale notevole, ma non per questo la politica ottimale di risposta deve essere omogenea per tutta la popolazione. Trovo stupefacente che nel disegno di politiche di risposta alla crisi, nel nostro Paese non si tenuto assolutamente conto del fatto che la popolazione anziana avesse bisogno di essere protetta in modo particolare anche attraverso l’adozione di misure differenziate rispetto alle altre classi di età della popolazione. Inoltre se si guarda all’impatto economico conseguente all’adozione delle misure di lockdown è naturale pensare a criteri che tengano conto del diverso impatto sulle diverse fasce di età. Tenendo conto sia degli aspetti epidemiologici, ma anche delle conseguenze economiche. 
Dal punto di vista economico bisogna tener conto del fatto che le classi più avanzate di età sono anche quelle meno produttive. E quindi dare una risposta simmetrica a uno choc asimmetrico è sbagliata. Occorreva quindi una politica non tanto di segregazione degli anziani, quanto piuttosto di tutela. Sarebbe stato probabilmente opportuno valutare il rischio dell’esposizione delle persone a seconda della loro età e del tipo di lavoro.

Ci fa un esempio? 
Sì. In alcuni Paesi hanno deciso che le prime ore di accesso ai mercati generali o ai supermercati fossero dedicate ai cittadini di età più avanzata, oltre i 60 e 70 anni di età. Questo ha evitato che gli ultrasessantenni si mescolassero con coloro che sono più giovani. Era una politica molto facile da implementare, ma non è stata minimamente presa in considerazione. Avrebbe sicuramente contenuto il numero delle vittime. Dei 64mila morti registrati in Italia, oltre 11mila vittime avevano più di 90 anni. Se noi guardiamo a quanti sono sopra gli 80 anni ci avviciniamo a 36mila.

A parte la Cina, dove la crisi sanitaria sembrerebbe essere stata superata sia pure adottando misure draconiane, la maggior parte degli Stati è ancora immersa nella pandemia. Ora la Cina è in ripresa, mentre gli altri Paesi stanno patendo a causa di una recessione che storicamente è stata paragonata a quella degli anni Trenta del Novecento. Come valuta i provvedimenti adottati da Banche centrali, Governi e Istituzioni internazionali? 
La crisi odierna è molto diversa da quella degli anni Trenta perché è uno choc che ha la caratteristica di reversibilità. Quando l’emergenza finirà, speriamo il più presto possibile grazie all’arrivo del vaccino, la struttura produttiva si rimetterà in moto velocemente perché non è stata intaccata. Non si può fare alcun confronto né con la crisi del 1929, né con la Grande Crisi finanziaria del 2008 con il collasso del sistema bancario. Nel nostro caso, pertanto, il “motore” delle economie è stato spento per necessità, ma una volta che sarà superata la pandemia, si potrà riaccendere. 
Le Banche centrali hanno fatto quello che dovevano fare fornendo liquidità al sistema. Anche i Governi, dal canto loro, hanno approfittato dei bassi tassi di interesse sul mercato per emettere titoli di debito e fornire uno stimolo fiscale. L’intervento congiunto monetario e fiscale è stato davvero imponente. Un problema potenziale di intervento è stato l’approccio sequenziale: facciamo il lockdown per fronteggiare la crisi epidemiologica sostituiamo la mancata spesa privata con la spesa pubblica e spostiamo in avanti la reazione economica allo choc. In realtà sarebbe stato preferibile un rapporto simultaneo di ottimizzazione che tenesse conto contemporaneamente degli aspetti economici e di quelli epidemiologici. 
Questo approccio sequenziale creerà un grosso problema economico nel momento in cui la crisi sanitaria sarà alle nostre spalle. In questo momento i mercati non stanno prestando attenzione al problema dell’aumento dell’indebitamento degli Stati e in particolare di quello italiano, dove il rapporto debito pubblico-Pil sta peggiorando vistosamente: siamo ad oltre il 150 per cento e viaggia verso il 160 per cento. Avere posposto la soluzione del problema non risolve il problema. Riconosco che gli interventi effettuati siano stati molto importanti, ben coordinati, il problema è che si è adottata una soluzione non ottimale.

L’Italia non aveva avanzi di bilancio a differenza di altri Paesi come la Germania e i Paesi Bassi: come avrebbe potuto agire se non facendosi autorizzare dalla Commissione europea a fare più debito per affrontare l’emergenza? 
In un approccio simultaneo le decisioni di lockdown tengono conto simultaneamente dell’aspetto epidemiologico e di quello economico. In questa ottica procedere a chiusure differenziate e non omogenee è ottimale. Ad esempio chiudendo i settori più a rischio perché i lavoratori sono a più stretto contratto tra di loro o proteggendo i lavoratori più esposti al rischio Covid-19.

La Bce ha annunciato ulteriori stimoli per sostenere la ripresa: il Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme) verrà incrementato di 500 miliardi di euro per un totale di 1.850 miliardi. Gli acquisti di titoli del debito sovrano verranno estesi fino a marzo 2022, mentre i tassi restano ai minimi storici. La Bce “compra” tempo per aiutare gli Stati a rimettersi in sesto? 
Sì. La Bce, tramite la Banca d’Italia, diventerà il principale detentore del debito pubblico nazionale, arrivando a detenerne attraverso l’acquisto dei BTP sul mercato secondario, una quota a lungo termine superiore al 20%. Questo significa che lo spread resterà molto basso perché essendo il debito nelle mani di un investitore che non è soggetto a panico, che non vende nei momenti di crisi, c’è più stabilità. 
Questa maggiore stabilità nell’andamento dei tassi dà maggiori possibilità di fare politiche fiscali espansive perché una delle principali determinanti la dinamica del debito è il differenziale tra il costo medio di finanziamento del debito ed il tasso di crescita dell’economia. Con l’intervento della Bce c’è un effetto calmiere sullo spread e di stabilità della tendenza del debito. Questa è un’opportunità. Per sfruttarla occorre che il tasso di crescita dell’economia diventi più alto del tasso di interesse. Cosa che in questo momento non è vera nonostante il fatto che il tasso di interesse sia prossimo a zero ed inferiore all’uno per cento per i titoli di debito a lungo termine. La Bce sta dando grosse opportunità all’economia, ma la finestra non resterà aperta per sempre.

D’altra parte, con i livelli di indebitamento pubblico in rapido aumento, la Bce potrebbe essere costretta a continuare ad aggiungere stimoli anche solo per non rischiare un’altra crisi del debito sovrano. 
Costretta non è la parola giusta. Perché per suo statuto la Bce è indipendente. Quello che è evidente è che sta decidendo di supportare le economie avendo in mente gli obiettivi di lungo periodo che sono quelli dell’inflazione il cui target è prossimo ma inferiore al 2 per cento.  C’è un atteggiamento di disponibilità da parte del Consiglio direttivo della Bce, ma gli interventi di politica monetaria sono volti agli obiettivi del mandato istituzionale.

Da digitale a sostenibilità, poi salute, istruzione e inclusione. Nello schema delle linee guida del Recovery Plan nazionale per poter usufruire, una volta approvato dalla Commissione europea, e ottenere la prima tranche delle risorse del Next Generation UE, sono state inserite alcune priorità per la crescita. È ciò che serve al nostro Paese per avere tassi di crescita più robusti di quelli degli ultimi 20 anni? 
Dal punto di vista teorico queste priorità sono indiscutibili. Il problema è un altro: il Paese per uscire dalla stagione di bassa crescita ha bisogno di più flessibilità nell’uso delle risorse, tempi più stretti per decidere il da farsi. Questi problemi sono di carattere strutturale e sono indipendenti dallo choc Covid-19. È solo risolvendo le cause strutturali che tengono incatenato il nostro Paese che ci porterà a una dimensione diversa. 
Le faccio un esempio. La commissione presieduta da Vittorio Colao produsse un grande rapporto in cui si individuavano le debolezze strutturali dell’economia italiana su cui si doveva intervenire. Quel rapporto ha avuto poco seguito dal punto di vista di provvedimenti di policy. È vero che c’è stato lo choc Covid-19, ma non dimentichiamo che siamo in una situazione di bassa crescita che è indipendente dalla crisi sanitaria da molto tempo. Quando è arrivato il virus noi eravamo già piuttosto attardati rispetto al resto dell’Europa e ai Paesi con i quali tradizionalmente ci confrontiamo.

Crisi inedita, svolta epocale. Secondo lei occorrerebbe maggiore unità nel Paese? 
Credo che il problema principale della classe politica italiana nella storia sia stato quello di non tenere conto delle generazioni future. Cioè di fare politiche che massimizzassero il consenso spostando i costi delle scelte politiche sulle generazioni future. Qual è la tipica manifestazione di questo modo di agire? Il debito pubblico che comprende anche quello pensionistico. È molto difficile fare riforme e tenere comportamenti di politica economica che favoriscano coloro che non ci sono ancora e non possono votare. L’unità cui lei fa riferimento presuppone politici che nel prendere decisioni possano tener conto di chi non vota oggi ma lo farà domani. Credo che questo debba essere il cambio di passo che la situazione che stiamo vivendo richiede a tutti. Cioè tenere conto di tutte le generazioni degli italiani. Sfruttare la crisi per attribuire la colpa al Governo attuale con l’obiettivo di massimizzare i propri voti è il tipico atteggiamento che non è produttivo dal punto di vista dell’ottimizzazione intertemporale e intergenerazionale delle politiche economiche.

Italia Paese duale: Nord e Sud. La Svimez insiste nel sollecitare il Governo perché destini almeno il 34% della spesa ordinaria al Sud. In tal modo il Pil crescerebbe di più. Come superare il divario storico tra il Sud e le aree più sviluppate dell’Italia e dell’Europa? 
Non è l’intervento pubblico che può risolvere il problema. Ma finché la spesa pubblica non funziona da stimolo all’attività privata il problema non si risolve. L’emergenza sanitaria ha evidenziato la necessità di avere strutture appropriate per rispondere alla crisi. Si pensi alla diversità che c’è stata nella mortalità tra Germania e Italia. Ciò è dovuto al fatto che le strutture sanitarie tedesche erano molto più preparate rispetto a quelle italiane e hanno risposto meglio alla crisi. E quindi il problema non è usare la spesa pubblica in sostituzione di consumi e investimenti privati, ma usarla come incentivo affinché l’intervento nel settore privato chiude questo gap tra Nord e Sud.

I leader Ue hanno raggiunto al recente Consiglio europeo l’accordo sul Next Generation Eu e sul bilancio pluriennale. "L'Europa va avanti!". Tutti contenti e felici. Ma sovente gli Stati perseguono obiettivi che confliggono con l’unità dell’Unione. 
La mia idea è che dalla crisi innescata dalla pandemia o si esce peggiori, o si esce migliori. Sicuramente la Commissione europea e le altre autorità sono uscite migliori perché sono stati fatti dei grossi passi avanti. Il che non vuol dire che l’integrazione sia terminata. C’è ancora molto da fare. Altri passi devono essere compiuti soprattutto sull’Unione bancaria. Credo che sulla risposta alla pandemia sicuramente la Commissione è uscita decisamente migliore di quanto non abbia agito nel passato.

Anche uscirne e regolare i rapporti con gli ex partner è una fatica improba. La Brexit è stata realizzata quattro anni fa e manca ancora un accordo tra Ue e Regno Unito. Come finirà questa saga? E soprattutto la Brexit è una lezione? 
La Brexit dal punto di vista economico è stato un grosso errore e credo che il Regno Unito se ne sia reso conto: tutta la discussione che è seguita è la conseguenza della sottovalutazione iniziale. La lezione per l’Europa è che agire sull’ondata del populismo senza valutare bene i dati e le conseguenze economiche delle decisioni è potenzialmente molto pericoloso. Si può finire condannati in un equilibrio che non è un buon equilibrio, ma un cattivo equilibrio. Dopodiché è molto difficile uscirne e cercare di gestire una situazione quando la decisione sostanzialmente sbagliata è un dato di fatto.

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