Share |

Il voto contro Orban, la Brexit e l'irrequietezza italiana: l'Ue sta firmando il suo tramonto?

Gli Stati membri sono divisi su tutto: dalla gestione dei flussi migratori alla riforma dell’eurozona, passando per la politica estera. In realtà le istituzioni comunitarie non sanno più dialogare. E allora, possono ancora servire gli appelli all’unità, quando il processo di allargamento dell’Unione è allo sbando?


17/09/2018

di Giambattista Pepi


Il voto del Parlamento europeo contro l’Ungheria del premier Victor Orban a causa di una “minaccia sistemica” ai valori fondanti dell’Ue potrebbe produrre fatti politici rilevanti, anche se la procedura per arrivare alla sanzione “bazooka”, cioè la sospensione del diritto di voto in Consiglio, sarà presumibilmente bloccata nella fase finale perché occorre l’unanimità dei 27 Stati membri prevista dall’articolo 7 del Trattato istitutivo. Cosa che sembrerebbe allo stato non sussistere. 
La Polonia, anch’essa soggetta alla procedura dell’articolo 7 per minacce all’indipendenza della magistratura, l’indomani del voto si è affrettata a far sapere, attraverso il suo ministro degli Esteri, Jacek Czaputowicz, che porrà il veto su eventuali sanzioni a Budapest. “Se la discussione emergerà in Consiglio, saremo contrari”. In quanto “ritengo che si stia tentando di esercitare pressione sui Paesi della nostra regione”. Per questo “dobbiamo dimostrare solidarietà”. 
L’Ungheria, dal canto suo, non starà a guardare. Budapest intende infatti ricorrere alla Corte di giustizia dell’Unione Europea (con sede in Lussemburgo) contro il voto del Parlamento di Strasburgo sulle sanzioni. “La valutazione del Governo ungherese sul voto del Parlamento europeo sullo stato di diritto in Ungheria è che l’assemblea non ha approvato il rapporto Sargentini” (la parlamentare olandese Judith Sargentini, del partito Sinistra Verde, è colei che ha redatto il rapporto in cui ha indicato, in modo circostanziato, tutte le presunte violazioni dei valori europei da parte del regime magiaro - ndr) ha detto il vice premier Gergely Gulyas. 
Comunque vada a finire, in Europa con il “caso” Orban si apre un nuovo fronte “caldo”: il fronte orientale. 
I Paesi del Patto di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Ungheria e Slovacchia, tutti entrati a far parte dell’UE il 1° maggio 2004), con il tacito assenso dell’Austria, intendono fare fronte comune. Come peraltro hanno già fatto, ad esempio, nell’adottare una politica comune contro l’immigrazione nei loro Paesi. Cosa, questa, che contrasta con i princìpi stabiliti dal Trattato di Dublino. È inevitabile, dunque, che la “querelle” tra gli organismi comunitari ed i governi di questi Paesi è destinata a continuare. E perfino ad aggravarsi qualora la Commissione europea dovesse decidere di sanzionare l’Ungheria e la Polonia. 
Oltre al fronte orientale, l’Europa con le sue istituzioni comunitarie è impegnata a ricercare con il Regno Unito un accordo sulla Brexit, prevista formalmente entro il prossimo marzo. Un accordo di partenariato che si tenta di raggiungere, tra molte difficoltà, ma che alla fine potrebbe sfociare in un nulla di fatto. Al punto che oltre Manica e a Bruxelles già si parla apertamente di nessun accordo (“no deal”). 
Ma c’è dell’altro. Con l’avvento a Roma - dopo le elezioni di marzo - di due partiti (M5s e Lega) critici verso l’Europa, per non dire fortemente avversi, si è aperto anche un fronte Sud. Nonostante Di Maio e Salvini, ministri del governo Conte, ma soprattutto leader dei partiti di maggioranza in Parlamento, abbiano dichiarato a più riprese che nella redazione della legge di Bilancio per il 2019 saranno rispettati i parametri del Trattato di Maastrict (soprattutto il fatidico 3% nel rapporto deficit-Pil), l’Italia resta irrequieta. I nervi sono scoperti e basta un nonnulla a scatenare l’animosità. 
Dopo l’annuncio che sarebbe stato usato il veto sulla prossima programmazione del Bilancio comunitario senza un accordo sulla questione “calda” della gestione dei flussi migratori, e i continui “strappi” alle regole del Patto per la Stabilità e la crescita e al rispetto della procedura per gli squilibri macroeconomici, in particolare la minaccia di finanziare in deficit, quindi in debito, le misure più popolari del programma di governo, e i risentiti richiami e velate minacce da parte della Commissione europea, nei giorni scorsi si è assistito ad un nuovo, grave episodio che conferma, il cattivo stato dei rapporti tra Italia ed Europa. 
Intanto l’Italia è stata bacchettata sia dal presidente della Bce, Mario Draghi (“Negli ultimi mesi le parole hanno fatto danni, tanto che i tassi sono saliti per le famiglie e le imprese”), sia dal commissario agli Affari economici e monetari, il francese Pierre Moscovici, che a differenza del numero uno dell’istituto di Francoforte l’ha sparata davvero grossa (“L’Italia è un problema per l’eurozona, perché c’è un clima che somiglia agli anni Trenta. E anche se non c’è Hitler, ci sono tanti piccoli Mussolini”). Attirandosi, per questo, le veementi quanto giustificate critiche di Di Maio e Salvini. 
Di fatto l’irritazione e la scontentezza palesati a più riprese dagli esponenti più autorevoli del nostro Governo (a fronte d i una posizione più defilata il premier Conte e del ministro dell’Economia, Giovanni Tria) sul problema della gestione dell’immigrazione e non solo potrebbe fare presa su altri Paesi periferici del Mediterraneo. 
A cominciare dalla Grecia e da Cipro. I governi di Atene e Nicosia - in parte per loro demeriti negli anni della crisi finanziaria globale e del debito sovrano in Europa (2011-13), in parte per la inidonea gestione della recessione economica da parte della Commissione europea - hanno dovuto ingoiare il rospo del default “pilotato” e concordare con la Troika (organismo formato dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione europea) un piano di salvataggio e un programma di assistenza finanziaria in cambio dell’istituzione di politiche di austerità. Illuminante, in proposito, l’intervista di Athanasios Orphanides, ex governatore della Banca centrale di Cipro dal 2007 al 2012 rilasciata tempo fa all’Economist, che ha preso posizione - per abbattere il debito pubblico - sul taglio di pensioni, stipendi e salari nel settore pubblico, privatizzazioni di aziende pubbliche, prelievo forzoso dai conti correnti e dai depositi delle banche sopra i centomila euro. Una decisione che ha fortemente impoverito le famiglie e le imprese. 
Atene e Nicosia sono fortemente indiziati di approfittare dei rapporti non idilliaci tra l’Italia e le istituzioni comunitarie per tornare a puntare i piedi contro l’Europa. Ma non dimentichiamo che problemi analoghi hanno vissuto altri Paesi periferici come l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna per le proprie banche. Con la differenza, rispetto a Grecia e, soprattutto, Cipro, che la Bce è stata più comprensiva e la Commissione europea più generosa. 
Da qualunque parte la si veda in Europa oggi la discordia regna sovrana e i suoi Stati membri sono divisi su tutto: dalla gestione dei flussi migratori, alla riforma dell’eurozona passando per la politica estera. 
La crisi è passata, l’Europa cresce, la disoccupazione diminuisce, la fiducia di imprese e famiglie è stabile, il costo del denaro non è mai stato così basso grazie all’allentamento monetario perseguito con coerenza ed efficacia dalla Bce, sotto la guida dell’italiano Mario Draghi, eppure il Vecchio Continente non ha mai dato di sè un’immagine peggiore come in questo momento, dove si assiste a confronti aspri ed a dialoghi sterili, mentre le riforme sono al palo e ormai se ne occuperanno il futuro Parlamento e Commissione europei.   
“Rispettiamo meglio l’Ue, non sporchiamo la sua immagine, diciamo sì al patriottismo, no al nazionalismo esagerato che detesta gli altri e cerca di distruggerli” ha esortato Jean-Claude Juncker nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione in sede Plenaria a Strasburgo. In linea di principio egli ha perfettamente ragione ad appellarsi al senso di responsabilità degli Stati membri dell’Ue (“Ogni volta che l’Europa parla con una sola voce riesce a imporsi agli altri, deve agire come un fronte compatto, e noi lo abbiamo dimostrato quando abbiamo difeso l’accordo di Parigi sul clima”), ma il problema vero è che lo stesso presidente della Commissione Ue (non  Juncker, ma l’organo in quanto tale) non dispone di strumenti per obbligare i Paesi ad osservare quei valori di solidarietà, cooperazione, dialogo su quali è stata fondata la Comunità economica europea (CEE) con i Trattati stipulati a Roma il 25 marzo 1957 (entrati in vigore il 1° gennaio 1958) da Germania, Francia, Italia (Presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi) Belgio, Olanda e Lussemburgo, di cui proprio quest’anno è ricorso il sessantesimo anniversario. 
Valori di cui essere orgogliosi, specie dopo lo sfacelo della Seconda guerra mondiale, sempre evocati dai Presidenti e dai Capi di Governo europei, ma che negli ultimi tempi appaiono fortemente appannati perché non rispettati non solo nei confronti dell’Italia, ma anche di altri Paesi. L’ultimo “caso” è stato quello della nave militare Diciotti (nessun Paese Ue, tranne l’Irlanda, ha manifestato la disponibilità a farsi carico dell’accoglienza degli immigrati a bordo), che ha reso più aspri i rapporti dentro l’Unione. “L’Europa deve restare un continente di apertura e tolleranza, non sarà mai una fortezza in un mondo che soffre, non sarà mai un’isola, resterà multilaterale, il pianeta non appartiene a pochi” si sforza di ripetere Juncker. Il quale auspica che il processo di allargamento dell’Europa continui. 
Come non essere d’accordo con queste dichiarazioni di principio? Tuttavia i fatti, almeno sinora, dicono un’altra cosa. Che l’Europa più che da madre, si comporta da matrigna. E, quindi, prima di pensare ad allargare i confini dell’Europa comunitaria facendo entrare altri Stati a farne parte, secondo noi ci si dovrebbe preoccupare piuttosto di non far uscire quelli che ancora, nonostante tutto, intendono restarci.

(riproduzione riservata)