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Ilva e Alitalia, le due facce di una identica medaglia

Anche la partita giocata sulla nostra compagnia di bandiera - con il no di Lufthansa a voler tirar fuori quattrini - è purtroppo arrivata a un vicolo cieco


11/11/2019

di Artemisia


Alitalia e Ilva, due facce della stessa medaglia. Quella di una politica che ha da tempo abdicato alla definizione di una strategia industriale di lungo termine scegliendo di agire in emergenza e guidata solo dalla logica del facile consenso. 
La partita della nostra compagnia di bandiera è infatti arrivata a un vicolo cieco. Lufthansa ha detto chiaramente che non intende mettere un soldo e che una eventuale partecipazione al salvataggio implicherebbe un alleggerimento del personale. Inoltre la compagnia tedesca è interessata a una partnership commerciale soprattutto verso gli Usa che rappresentano il mercato primario. Le condizioni poste dai tedeschi sono capestro: chiedono di tagliare 5mila unità e di far diventare la proprietà totalmente privata, senza la presenza pubblica, che oggi è rappresentata in cordata dal ministero dell'Economia e dalle Ferrovie dello Stato. Lufthansa ha i suoi grattacapi. Ha dovuto affrontare uno sciopero di due giorni che ha portato alla cancellazione di 1.300 voli. I dipendenti chiedono migliori condizioni salariali e organizzative. Anche i conti non vanno benissimo a sua del maggior costo dei carburanti. Il terzo trimestre si è chiuso con un utile operativo in lieve calo, passando da 1,4 miliardi di euro dello scorso anno, a 1,3 miliardi. 
Entro il 21 novembre bisognerà inviare l’offerta vincolante ma se queste sono le premesse sembrerebbe aperta la porta all’ennesimo rinvio, l’ottavo. Il concorrente americano Delta Air Lines ha garantito 100 milioni di euro per il 10% della nuova Alitalia ma la definizione di una cordata con Ferrovie e Atlantia, è ancora in alto mare. Sullo sfondo c’è sempre l’ipotesi di una nazionalizzazione. Una prospettiva che è stata ventilata anche per l’Ilva. 
Gli indo-francesi di ArcelorMittal hanno svelato le carte: sul tavolo non c’è solo lo scudo legale ma il taglio di 5 mila unità. La linea del Governo è sì al dialogo ma senza ridiscutere il piano industriale, niente riduzione della produzione e niente 5mila esuberi. Al Ministero dello Sviluppo economico sarebbero disponibili a mettere sul piatto un raddoppio delle casse integrazioni, da 1.200 a 2.500 persone. Ma non a discutere un solo licenziamento. Il ministro Di Maio ha ribadito più volte di essere contrario allo scudo legale. Quindi o si trova un accordo decente con ArcelorMittal, oppure Ilva tornerà ai commissari straordinari, quindi allo Stato. E si andrà per vie legali in quella che Conte già chiama "La battaglia del secolo". E se poi non si troveranno nuovi acquirenti, la nazionalizzazione non è affatto esclusa. 
Ma il vero nodo, come è ormai chiaro a tutti, non è lo s uno legale ma il piano industriale e la riduzione della forza lavoro. Il mercato dell’acciaio è in contrazione e ArcelorMittal non vuole pagare il costo di una sovrapproduzione. Parlando alla Camera il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha riferito quanto ha detto Mittal, ovvero che “non è in grado di rispettare il piano industriale e occupazionale, e il Governo questo non può accettarlo. Ne va della serietà del nostro Paese”. Il governo è pronto a tutto, anche alle carte bollate. Ma il premier Conte sottolinea anche che "arrivare alla battaglia legale ci vedrebbe tutti perdenti”. 
E a farne le spese sarebbero soprattutto i lavoratori perché i tempi dei tribunali porterebbero alla chiusura della fabbrica. Conte ha indicato il percorso: "Se Mittal dovesse effettivamente disimpegnarsi il primo step sarebbe la gestione commissariarle al Mise", dopodiché si aprirebbe la ardua ricerca di nuovi compratori, e nella cordata ci potrebbe essere anche Cassa depositi e prestiti. 
Sull’ipotesi di una nazionalizzazione, il premier è stato vago: “Vedremo gli strumenti migliori. Stiamo già valutando tutte le possibili alternative”. 
Per questa soluzione si sono detti favorevoli sia Leu che il Pd. Tutto ricadrebbe sulle spalle degli italiani. Un conto girato da una politica inadempiente.

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