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Immagina di trovarti prigioniero in uno zoo, nello zoo dei tuoi incubi

In viaggio con Paola Barbato nella… gabbia degli orrori. In scena anche Il trafficante di Jorge Fernández Díaz e gli Atti spietati di Jane Casey


24/06/2019

di Mauro Castelli


Un gradito ritorno, quello di Paola Barbato, un’autrice che strada facendo si è conquistata i galloni di portavoce del thriller italiano, quello più duro e crudo, pronto a competere - in termini di suspense, paura, capacità di scandagliare i lati più oscuri dell’animo umano - con i paludati protagonisti della narrativa a stelle e strisce. Un talento capace, come pochi altri, di attingere in quel pozzo senza fondo rappresentato dai nostri incubi quotidiani. A fronte di una scrittura credibile, che aggancia il lettore - segnato dalla curiosità di sapere sin dove la brutalità mentale possa arrivare - per trascinarlo in un mondo limaccioso e ipnotico che non lascia via di scampo. Se non quello di fare le ore piccole, irretito dalla realtà fuori dal coro messa in scena da questa intrigante penna. 
Il tutto all’insegna della diffidenza, in quanto - se a raccontare storie sono le donne - la realtà viene subdolamente manipolata. Giocando sugli umori e sulle fantasie, sugli stati d’animo e sulla labilità dei pensieri. In altre parole lasciando intendere una cosa per poi rifilarcene un’altra all’insegna, ci mancherebbe, di una notevole cattiveria narrativa. 
Tutte connotazioni, quelle riportate, che fanno da corollario anche al suo ultimo lavoro, Zoo (Piemme, pagg. 436, euro 18,50), storia “gemella” di Io so chi sei (finiscono infatti nello stesso luogo, nello stesso momento e hanno un unico seguito), che peraltro si nutre delle conoscenze già in precedenza sfruttate (per questo non mancano, nei ringraziamenti, i nomi e i cognomi di chi l’aveva aiutata). Ferma restando una considerazione fuori campo: “Questo libro è nato grazie alla mia inaspettata caparbietà di non voler abbandonare un’idea della quale, apparentemente, ero convinta solo io. Potevo almeno per una volta - ironizza - non ringraziarmi?”.   
Per la cronaca Paola Barbato è nata a Milano il 18 giugno 1971, è cresciuta in provincia di Brescia, e più precisamente a Desenzano del Garda (“I miei genitori, quando avevo due anni e mezzo, decisero di scegliere una località più tranquilla rispetto a quella che allora teneva banco sotto la Madonnina”), mentre da diversi anni risulta accasata a Grezzana, un Comune veronese di quasi undicimila abitanti (“Siamo in una posizione un po’ scomoda rispetto alla città, ma con il piacere di poter beneficiare di un bosco dietro casa e di poter vedere le lucciole, che quest’anno sono un po’ in ritardo a causa del maltempo”). Un luogo impagabile dove vive con il compagno Matteo e le figlie Virginia, Ginevra e Melania, rispettivamente di dodici, otto e tre anni. Per non parlare dei tre cani adottati, ovvero Garrett, Cordelia e Heidi. Anche perché, in memoria di un amico, ha contribuito alla nascita di un rifugio per animali abbandonati. 
Attenzione al sociale che spazia peraltro a largo raggio. Eccola infatti ricoprire da tempo il ruolo di presidente dell’Associazione onlus Mauro Emolo, che si prende cura di persone affette da una malattia genetica neurodegenerativa chiamata Corea di Huntington, malattia che colpisce la coordinazione muscolare e porta al declino cognitivo oltre che a problemi psichiatrici. 
Che altro? Una bella signora dai lunghi capelli castani (“Che da qualche tempo stanno però - ironizza - recuperando il loro sacrosanto colore grigio, in quanto la cosa non mi infastidisce affatto”), dietro ai quali - sempre a suo dire - spesso si nascondono le insicurezze e che “rappresentano una specie di protezione quando non sai dove mettere le mani”; lei che dopo aver frequentato il liceo linguistico avrebbe proseguito su questa strada fermandosi però a otto esami dalla laurea (“In ogni caso me la cavo bene sia in inglese che in tedesco”); lei che sin da piccola amava scrivere, partendo dai rapporti epistolari con altri compagni di scuola, per poi arrivare, sui 12-13 anni, a inventarsi i primi racconti. “Mai comunque pensando che la scrittura potesse diventare il mio pane quotidiano”. 
Sin quando, intorno ai ventidue anni, iniziò a beneficiare dei primi positivi riscontri che l’avrebbero stuzzicata a proseguire su questa non facile via. Sta di fatto che, alcune primavere dopo, avrebbe inviato alla Sergio Bonelli una “proposta” di collaborazione. Risultato? “Venni ingaggiata in prova per un anno e poi confermata”. Così oggi Paola Barbato si propone come penna di punta nelle sceneggiature di Dylan Dog, nonché di altre serie, di romanzi grafici e via dicendo. 
E ancora: lei caratterialmente rigida, puntigliosa, fantasiosa, fondamentalmente timida; lei che ama il teatro e la lettura (“Fra i miei autori preferiti Stephen King, Stefano Benni, Daniel Pennac e Mario Vargas Llosa); lei che adora più le piante che i fiori (“Sto battagliando per far sopravvivere una piccola mimosa che ha accusato i recenti quanto brutali sbalzi di temperatura”); lei che adora “interagire con il lettore, fiutare l’aria, decidere se seguire il vento oppure usarlo a suo vantaggio per confondere le acque”; lei che nell’aprile del 2008, con Mani nude, aveva vinto l’edizione 2008 del Premio Scerbanenco; lei che aveva debuttato sugli scaffali con Bilico, per poi fare tris con Il filo rosso nel 2010. Poi sei anni di silenzio, visto che per lei pubblicare un libro non è mai stata una necessità. “Semmai il mio bisogno primario è quello di scrivere, in quanto non farlo significa finire in debito di ossigeno”. 
Sei anni di silenzio peraltro condizionati - repetita iuvant - da certi “suggerimenti” editoriali che non le andavano a genio. In ogni caso in questo periodo avrebbe rivolto maggiore attenzione al suo lavoro di sceneggiatrice di fumetti, oltre a scrivere il soggetto della fiction Nel nome del male, co-sceneggiato per la Filmmaster e interpretato da Fabrizio Bentivoglio per la regia di Alex Infascelli. Il tutto a fronte di “esperienze gratificanti che le hanno consentito di percepire in diretta l’apprezzamento per il suo lavoro”, con il piacere di ricordare un gradito complimento di una lettrice: “Sette giorni dopo aver finito il suo libro ero ancora lì a pensarci. Come dire che del mio lavoro è rimasta una traccia”. 
Un lungo preambolo, questo, prima di arrivare al dunque. Ovvero alla sinossi di Zoo, che si nutre di un inquietante avvertimento: Qualunque cosa vedrai qui dentro, la tua anima ne uscirà mutilata. Sinossi che recita così: “Immagina di risvegliarti da una notte senza sogni e di ritrovarti sdraiata su una superficie fredda e dura, i vestiti del giorno prima ancora indosso e nessun ricordo delle tue ultime ore. Intorno a te solo un buio spesso al quale lentamente lo sguardo si abitua. Cominci a intravedere delle sbarre alla tua sinistra. Non può che essere un incubo, tra poco sarai nella tua stanza, avvolta nelle soffici lenzuola di casa e la vita riprenderà come prima”. Questo però non è ciò che accade ad Anna, che nella gabbia di quel carrozzone da circo, tra quelle sbarre, in un capannone pieno di gabbie simili alla sua e di persone come lei, si risveglia per davvero. 
E non ci vorrà molto, alla nostra protagonista, di rendersi conto di trovarsi all’interno di una sorta di gioco, manovrato da una mente malata che da alcuni anni rapisce e tiene prigioniere delle persone, inserendole in una specie di nuovo sistema sociale. O, meglio ancora, una sorta di zoo dove ogni personaggio rappresenta un animale o, quanto meno, ne rispecchia le caratteristiche fisiche e in un certo senso morali o intellettive. Dove ognuno ha un ruolo ben definito e compiti da rispettare. 
Ma Anna - che al contrario degli altri è decisa a non mollare - non ci sta, proponendosi come un elemento di disturbo, in quanto cercherà di capire chi è e cosa vuole il carnefice, per rendersi conto se ha dei punti deboli e, soprattutto, se c’è una possibilità di riuscire a fuggire da quella spettrale prigione. 
Sarà così che inizierà a battagliare contro il suo carceriere, chiunque esso sia, a fronte di una guerra impari. Perché “Anna non ha altre armi che la sua rabbia e la nudità cui poco a poco è stata costretta per combattere contro chi detiene il potere, qualcuno che nessuno ha mai visto, ma la cui presenza si avverte in ogni angolo di quel luogo spaventoso, di giorno e di notte. E spetterà a lei, circondata da persone diversissime, alcune rese folli dal macabro gioco, altre succubi di un Lui dai tratti sempre meno sfumati, decidere se giocare o cedere le armi, lasciandosi morire”. 
In sintesi: un romanzo claustrofobico, nero come la pece, che non mancherà di catturare il lettore, inducendolo a riflettere sulla “precaria condizione dell’essere umano”. Il tutto a fronte di una scrittura aspra, violenta, adrenalinica. Bene e spesso inquietante, che non mancherà di graffiare le coscienze lasciando il segno. 
E per quanto riguarda il domani narrativo di Paola Barbato? “Sto già lavorando alla terza puntata, ma non la definirei una trilogia, dei miei due ultimi romanzi, a fronte di contenuti certamente controcorrente. In quanto il punto di vista della persona indagata risulterà più sensato di quello del protagonista…”. 


Voltiamo libro. Dalla penna felice dell’argentino Jorge Fernández Díaz (è infatti a nato a Buenos Aires l’8 luglio 1960), giornalista sulla breccia da trent’anni con incarichi di prestigio (cronista d’inchiesta, editorialista, vicedirettore e direttore in diverse testate) nonché portatore di diversi premi e riconoscimenti anche internazionali. Come la Croce dell’Ordine Isabel la Católica, la decorazione più importante che gli è stata assegnata dalla corona spagnola. 
Lui che attualmente è responsabile di  adn Cultura, supplemento letterario del quotidiano La Nación che ha fondato insieme a Tomás Eloy Martínez; lui che nei suoi romanzi (sinora ne ha scritti una decina) si rifà spesso al quotidiano e alla gente comune, dando voce a eroi contradditori; lui comunque capace di mettere in scena, come ne Il trafficante (Longanesi, pagg. 348, euro 19,90, traduzione di  Patrizia Spinato), intrighi e complotti che hanno per protagonisti politici, camorristi e persino esponenti del Vaticano. 
In altre parole un thriller, nel quale trova spazio anche una adrenalinica storia d’amore, che si dipana fra due continenti (inizia fra le mura del Vaticano per proseguire a Buenos Aires e poi in Patagonia) all’insegna del lato oscuro del potere. Un poliziesco infarcito di spionaggio che risulta frutto di approfondite ricerche (“Sono tanti quelli che hanno contribuito ad arginare i miei errori e se qualcuno è rimasto la responsabilità non è certo loro”). Con tanto di dedica finale, nei ringraziamenti, a due eroi in carne e ossa, “fonte costante di ispirazione”, ovvero padre Pepe e Claudio Espector, entrambi protagonisti de La hermandad del honor. “Nessuno dei quali ha mai gettato la spugna né si è lasciato corrompere”. 
Fermo restando che benché questa storia, credibile quanto ben raccontata, sia basata sull’esperienza personale dell’autore e tratti con sguardo realistico il lato occulto della politica, non rappresenta “un romanzo in codice - annota l’autore - e tutti i personaggi, i luoghi e le circostanze sono frutto esclusivo della mia fantasia”. 
Ma dove è ambientato e di cosa parla questo thriller benedetto da quel geniaccio di Arturo Pérez-Reverte? La vicenda si dipana a partire da Roma, dove scompare una suora lasciandosi al seguito un enigmatico messaggio. A questo punto un collaboratore di papa Francesco incarica due agenti dei servizi segreti di cercarla ovunque. 
Intanto in Patagonia una consulente politica, ex dipendente della Casa Rosada, viene assunta per migliorare l’immagine di un governatore ed evitargli così una possibile catastrofe elettorale. Nella sua squadra c’è Remil, un agente abituato a lavorare sotto copertura, già impegnato nella ricerca della suora scomparsa. Tormentato da un enigmatico scivolone professionale che getta la propria ombra sul suo presente e sul suo futuro, Remil torna a occuparsi di spionaggio politico, corruzione e narcotraffico, fino a imbattersi in un crimine di Stato e in un’organizzazione pericolosa che allunga i suoi tentacoli su qualcuno che gli è molto vicino… 
Il giudizio? Da uno degli autori più apprezzati del Sudamerica, un thriller investigativo dal ritmo indiavolato, che meriterebbe seduta stante una trasposizione sul piccolo o sul grande schermo. In quanto gli ingredienti giusti ci sono tutti. 


Il terzo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla penna dell’irlandese Jane Casey, apprezzata autrice di polizieschi nata a Dublino nel 1977 e cresciuta a Castleknok, a otto chilometri dal centro cittadino. Lei che dopo aver studiato Letteratura inglese al Jesus College di Oxford, per dieci anni si è data da fare nel campo dell’editoria, prima a Dublino e poi a Londra, sino ad arrivare sugli scaffali nel 2010 - per i tipi della Ebury Press - con The Missing, un romanzo baciato dal successo e tradotto in sette Paesi. 
La qual cosa l’avrebbe portata a proseguire su questa strada, dando voce a otto storie - la penultima delle quali, Let The Dead Speak, è stata inserita dall’Hirish Times fra i venti migliori gialli del 2017 - incentrate sull’agente investigativa Maeve Kerrigan, diventata una delle figure più note della narrativa di settore. Serie peraltro premiata con il Mary Higgins Clark Award e selezionata quattro volte per l’Irish Crime Novel of the Year, della quale fanno parte, fra l’altro, The Burning (proposto lo scorso anno da Astoria con il titolo di In fiamme), The Last Girl, The Stranger You Know, The Kill e The Reckoning. Un giallo, quest’ultimo, che viene ora edito in Italia, sempre dalla casa editrice Astoria, come Atti spietati (pagg. 486, euro 20,00, traduzione di Valentina Ricci). 
Detto questo, quale giudizio dare alle storie imbastite dalla Casey? Di certo si tratta di trame avvincenti, che non lasciano nulla al caso. Stando infatti alle affermazioni della stessa autrice, le vicende raccontate si rifanno a “dettagli criminali trattati su basi realistiche, per quanto possano essere orrendi. Niente è infatti completamente inventato. Seppure i luoghi e i protagonisti messi in scena risultino frutto di una mia invenzione”. Il tutto supportato da ricerche e consulenze, consigli e suggerimenti incassati a livello legale. La qual cosa regala credibilità ai canovacci, peraltro di piacevole quanto intrigante lettura. 
Veniamo ora alla trama: Londra è sconvolta da una catena di omicidi, opera di un serial killer che se la prende con i pedofili, torturandoli sino alla morte. Curiosamente per l’opinione pubblica l’assassino diventa una sorta di eroe e anche la polizia non ritiene il caso una vera priorità. A occuparsene sarà quindi Maeve Kerrigan, giovane e inesperta agente investigativa della London Metropolitan Police, convinta che nessuno debba farsi giustizia con le proprie mani. Una novellina per la quale, nonostante le discriminazioni sessiste, l’appartenenza al corpo rappresenta un lavoro che “non assomiglia a nessun altro al mondo” anche se si trova a confrontarsi con giornate positive e altre meno. 
Ovviamente la nostra Maeve si butterà a capofitto nell’indagine, che giorno dopo giorno si rivelerà più complicata. Dovendo peraltro confrontarsi con la scomparsa di una ragazza, figlia di un noto trafficante di droga. Che si tratti di un rapimento? E c’è forse un legame fra questo caso e quello di altre giovani donne che si sono volatilizzate? Inoltre, è possibile che ci sia un nesso anche con gli omicidi dei pedofili? Interrogativi sui quali Maeve dovrà fare luce, pressata com’è da Josh Derwent, il suo nuovo superiore che la tratta da idiota, e da Rob Langdon, il collega con cui ha iniziato una storia, contravvenendo alle regole interne che non permettono relazioni sentimentali tra poliziotti. 
Narrato in prima persona da Maeve e occasionalmente anche da Rob, il racconto si fa via via più incalzante e ricco di suspense, calamitando in questo modo l’attenzione e l’interesse del lettore. 
Per la cronaca ricordiamo che Jane Casey, sposata con un avvocato penalista (la qual cosa le ha consentito di essere introdotta, in termini di conoscenza, “nel lato brutale della vita urbana, dalla puzza delle celle di una stazione di polizia alle motivazioni più oscure di un serial killer”), ha dato alle stampe anche alcuni libri per giovani adulti, incentrati sul personaggio di Jess Tennant. Libri che hanno peraltro riscosso un buon successo commerciale.

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