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Imperversa la Sindrome Nimby ("Non nel mio cortile") e abortiscono le grandi opere

Nel nostro strano Paese, complici la burocrazia e la politica in abbinata al ruolo della contestazione (vedi il caso del gasdotto Tap in Puglia), risulta quasi impossibile dare concretezza ai capisaldi di una sana economia. Salvo poi lamentarci dell’immobilismo che ci costringe a lasciarci il futuro alle spalle


15/05/2017

di Mauro Castelli


Ma che strano Paese è il nostro. Ci si lamenta che la disoccupazione è alle stelle, che i giovani non trovano un posto (bene e spesso contrari, come sono, a sporcarsi le mani), che le offerte di lavoro scarseggiano e poi, quando se ne presenta l’occasione, ecco tutti a dire no e ancora no all’insegna della bandiera della contestazione. Si tratta della cosiddetta Sindrome Nimby (Not in my back yard, “Non nel mio cortile”) che va ben oltre il significato originario. Non solo quindi contestazioni di comitati che non vogliono nei dintorni di casa infrastrutture o insediamenti industriali, ma anche una emergenza battezzata Nimto (Not in my term of office, “Non nel mio mandato”), vale a dire quel fenomeno che svela l’indifferenza dei nostri politici ad affrontare i problemi in abbinata alla malapianta della burocrazia. La qual cosa porta, nel Paese dei mille feudi e delle troppe poltrone e poltroncine, a rinviare importanti decisioni all’insegna dello scaricabarile delle responsabilità. D’altra parte, si sa, la protesta è un’arte e, in questo, noi italiani ne siamo indiscussi maestri.
Così ecco prendere corpo i pareri non vincolanti di Regioni, Province (perché di fatto esistono ancora) e Comuni, pronti a trasformarsi in veri e propri pareri negativi, mentre i parlamentari chiudono un occhio, se non tutti e due, nei confronti dell’elettorato locale. Risultato? Tempi decisionali lunghi, scelte rimandate e maneggi infiniti, che portano gli investitori stranieri a voltare le spalle all’Italia. E anche le nostre imprese non risultano intenzionate, per gli stessi motivi, ad aprire i cordoni della borsa. Ammonterebbe così - secondo una stima Agici-Bocconi - a 40 miliardi di euro il costo del non fare.
D’altra parte il “non fare” rappresenta una specie di bandiera nazionale. Basti ricordare la fiera opposizione alle centrali nucleari (con il risultato di importare energia - sporca per noi, pulita per gli altri - dalle porte di casa, come Francia e Svizzera), ma anche il rifiuto ai rigassificatori, alle infrastrutture stradali (ci sono voluti vent’anni per realizzare la variante di valico fra Bologna e Firenze), al diniego (soprattutto al Sud) di realizzare termovalorizzatori: con il risultato di trasportare a caro prezzo i rifiuti in Olanda, Belgio o Germania per lo smaltimento. E, mentre gli altri gongolano facendo affari, da noi a pagare è sempre Pantalone.
Un altro esempio? Quello delle infrastrutture ferroviarie. Ricordate le contestazioni legate all’Alta Velocità? Certo, oggi nessuno si lamenta più se in meno di tre ore da Milano si può raggiungere Roma. A cominciare da quel capopopolo in carrozzella che, dopo aver fatto il diavolo a quattro per contrastarla, era arrivato dalla Capitale per “divertirsi” sotto la Madonnina in occasione dell’Expo non utilizzando, ci mancherebbe, il suo tanto apprezzato “regionale”, ma il detestato treno Frecciarossa. All’insegna, in altre parole, di una grande, grandissima coerenza.
E, sempre in tema di opere ferroviarie, guardate cosa è successo (e sta ancora succedendo) per l’alta velocità Torino-Lione. Con un manipolo di guastatori a creare danni all’insegna di ipotetiche teorie ambientali, come se - tirate le somme - il trasporto su gomma inquinasse meno di quello su rotaia. Che dire, inoltre, della ghigliottina legata all’incremento della produzione nostrana di idrocarburi? La situazione è sotto gli occhi di tutti: i progetti di estrazione sono boicottati, così come quelli di ricerca, da veri e propri percorsi a ostacoli (per attivare un pozzo in Basilicata sono ad esempio necessari oltre 400 passaggi burocratici).  
Naturalmente, siccome ogni stagione deve avere la sua bandiera per lasciarci il futuro alle spalle, in questi ultimi tempi è stato il turno del gasdotto Tap (acronimo di Trans Adriatic Pipeline), portato avanti all’insegna della difesa degli ulivi a San Foca di Melendugno, in provincia di Lecce. Per la cronaca, il Tap è un progetto volto alla costruzione di nuove condotte che consentano, dalla frontiera greco-turca, di trasportare in Italia e in Europa il gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio (leggi Azerbaigian).
La giustificazione? Quest’opera - secondo i dissidenti spalleggiati dal governatore Emiliano - provocherebbe danni irreparabili all’ambiente (in realtà gli appena 200 ulivi interessati sono già stati quasi tutti reimpiantati) e al turismo. Ma allora come la mettiamo con i miliardi di metri cubi di gas che arrivano attraverso tubi su altre nostre coste, come in Emilia Romagna e nelle Marche (zone ad alta concentrazione turistica) o addirittura nelle vicinanze delle aree protette del delta del Po? Chi si è mai preso la briga di contestare le 136 piattaforme attive nei nostri mari, a cominciare appunto dall’Adriatico, collegate con le coste da 2.400 chilometri di tubi? Come mai si parla di inquinamento marino in Puglia, quando al Nord, nelle zone interessate, sventolano le bandiere blu del mare pulito?
In realtà l’impatto sull’ambiente e sul turismo risulta praticamente nullo. In primis perché le tubature vengono interrate di otto metri; poi per il semplice motivo che, in caso di una malaugurata perdita, il gas (al contrario del greggio) si dissolve nell’aria.
Inoltre, come potremmo far fronte, in tutta tranquillità, alla richiesta annuale di 70 miliardi di metri cubi di gas, visto che la nostra produzione risulta limitata a 5,5? Da qui l’esigenza - ma se lo chiedono mai i contestatori? - di importare il prodotto dall’Algeria, dalla Norvegia e soprattutto dalla Russia. La quale Russia, con i problemi in essere con l’Ucraina, ha già rischiato un paio di stagioni fa di farci rimanere al freddo. E allora perché non beneficiare di una ulteriore fonte di approvvigionamento, volta a regalarci una maggiore tranquillità e magari anche prezzi più convenienti?
Figuriamoci. Meglio contestare. Salvo poi fare il diavolo a quattro nel malaugurato momento in cui le forniture iniziassero a scarseggiare.

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