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In Italia la viltà è al potere in tutte le sue forme

Mentre gli extracomunitari soffrono di disagio psichico e incominciano a sparare, su internet tiene banco una delle poche categorie che non conosce crisi: quella degli imbecilli


07/10/2019

di Sandro Vacchi


Il problema di fondo è la fondina. Siamo oltre ogni soglia della vergogna, del ridicolo, del surreale, ma non dell’italico pensiero dell’anno 2019, primo – e si spera ultimo - del governo giallorosso. 
Due poliziotti sono massacrati da un dominicano a rivoltellate nella Questura di Trieste, un altro è ferito, sembra che una dozzina abbiano rischiato la pelle. Prima notizia che fa capolino: l’omicida soffre di “disagio psichico”; seconda notizia: tutta colpa, o quasi, delle fondine inadeguate delle pistole d’ordinanza, perché il “disagiato” si è impadronito dell’arma di uno degli agenti e ha sparato più di Rambo e Callaghan messi insieme, con una professionalità da testa di cuoio o da soldato del battaglione San Marco. Disagiato psichico? Notizia accessoria: gli imbecilli dei “social”, cioè di Facebook e simili, una delle rarissime categorie professionali che non conosce crisi in Italia, si sono esibiti nel meglio del loro repertorio, incolpando gli agenti definiti incapaci, inesperti e inaffidabili. 
Fra i giudici togati che hanno tranciato simili sentenze anche tale Chef Rubio, conduttore di un programma televisivo di approfondimento culturale ambientato in trattorie per camionisti e parlato rigorosamente in romanesco. Il fratello di uno degli agenti uccisi gli ha risposto di tenere la guardia alta, perché potrebbe finire male. 
Due mesi e mezzo fa a Roma due giovanissimi tossici americani gonfi di quattrini scannarono senza pietà un carabiniere. Al di là del “cordoglio delle istituzioni per la giovane vita spezzata di un eroico tutore dell’ordine”, anche in quel caso l’imbecillità dei comunicatori compulsivi, i “socialisti” dei social che non perdono occasione per esibirsi, toccò vette himalaiane; la più alta la raggiunse una insegnante di animo tanto sensibile che diede pari pari dell’imbecille alla vittima. 
Da lì in avanti è stato un susseguirsi di arrampicate sugli specchi alla ricerca di attenuanti per i due americanotti, in primo luogo la circostanza che i carabinieri erano andati sul posto disarmati. Inadeguati anche loro, incapaci? Vedrete quanti anni di galera si faranno i due tossici, e quanti ne faranno il “disagiato psichico” e suo fratello. 
Il segretario del sindacato di Polizia Coisp, Domenco Pianese, ha commentato: «Quanto è successo è il risultato di quindici anni di disattenzione sul fronte della sicurezza. Se non ci fosse stato il decreto bis sulla sicurezza, gli autori di aggressioni ai danni di poliziotti e carabinieri avrebbero la certezza dell’impunità». 
Quel decreto bis è però in fase di smantellamento da parte dei buonisti a oltranza, delle figlie di Maria che frignano ogni volta che un tutore dell’ordine fa il proprio mestiere, dei parlamentari che vanno subito a far visita in carcere ai poveri assassini. Le vittime? Si arrangino. Vi pare che il presidente Sergio Mattarella sia salito su un aereo per raggiungere Trieste, o forse crede che non sia Italia? Come si sarebbe comportato al posto di Sandro Pertini, presidente che attraversò buona parte degli anni di piombo? Sarà stato permaloso e un po’ trombone, ma si presentò per ore e ore perfino a Vermicino, davanti al pozzo che aveva inghiottito Alfredino Rampi. 
Questi qua? Un comunicato e via, semmai un tweet. Sembra che non esistano, come per loro sembrano non esistere le persone. I sudditi disprezzano ogni anno di più gli occupatori blindati e tremebondi dei palazzi del potere, il loro, mentre fuori infuria una guerra in cui i tutori dell’ordine sono umiliati di continuo. 
C’era una volta Pier Paolo Pasolini, uomo più di sinistra di tutti i sedicenti “compagni” contemporanei, ma il Pci, cui era iscritto, lo detestava in quanto omosessuale, “pederasta” lo definiva il democratico Palmiro Togliatti. Ebbene, Pasolini prese le parti dei poliziotti figli del proletariato che affrontavano i figli di papà durante quella rovinosa barzelletta che fu il ‘68. Avrebbero il coraggio di farlo, oggi, certi intellettualini da strapazzo, le “firme” dell’Italia 2019? 
La viltà è al potere in tutte le sue forme, viscida, ipocrita. Ma che dire, in un posto dove ci si stupisce solo un po’, ma nemmeno più di tanto, di un primo ministro che guida un governo di destra formato dai due partiti vincitori delle elezioni e, dieci giorni più tardi, è a capo del governo più di sinistra della storia italiana composto da un partito che le elezioni le ha perse (PD), da un partitino neonato con l’unico scopo di fare da ago della bilancia (Renzi) e da una Cosa indefinibile (i Cinque Stelle) che ha invece l’unico obiettivo di mantenere la poltrona dei propri parlamentari? 
Il gagà Conte non si è ancora seduto sulla sua poltrona rossa, che fino a Ferragosto aveva un altro colore, e già deve vedersela con Renzi, uno che a pranzo mangia un caimano e a cena una iena, il politico con più pelo sullo stomaco che si sia visto in Italia dal Ventennio in qua. Prima sua mossa: incalzare il premier “Giuseppi” perché faccia chiarezza al Comitato di vigilanza sui servizi segreti, che sarebbero stati costretti a rivelare agli americani presunte manovre contro Donald Trump attuate in Italia. E’ fumo denso, ma l’unica cosa certa è che Conte è presidente del consiglio del governo voluto e sostenuto proprio da Renzi, il quale si è già pappato il povero Nicola Zingaretti e che adesso ha ancora più fame. Tradotto: mandiamo in fuorigioco la Lega e, oplà! prendiamo il suo posto. Poi non diciamo a Conte di stare sereno (tecnica già usata con quell’ingenuo di Enrico Letta), ma lo infiliamo in una bella inchiesta sui servizi, che in Italia non deve mai mancare. Come dite? Che Conte è il premier anche di Renzi? Lui non se ne è mai accorto, o bischeri! 
Questo è il Paese che ingoia il reddito di cittadinanza, mostruosa elemosina grillina che premia perfino ex brigatisti. Nel contempo cancella il decreto contro i furbetti del cartellino, autentici truffatori, che era stato varato da uno dei migliori ministri che l’Italia abbia avuto, Giulia Bongiorno. Le è succeduta la grillina Fabiana Dadone, che ha definito criminalizzanti le misure della sua riforma. 
Il bene e il male si sono scambiati di posto, così come lo hanno fatto destra e sinistra: la prima raccoglie preferenze fra ciò che rimane del proletariato, fra gli artigiani, i piccolissimi imprenditori; la seconda, salvo in parte che in Emilia-Romagna, è diventata la parte dei benestanti, delle sciurete, degli snob. 
In un Paese così i ribaltoni non stupiscono ormai nessuno. La Chiesa trascura (eufemismo) i propri fedeli, ma prepara tortellini per i musulmani: a Bologna, dove il vescovo è stato nominato cardinale da papa Bergoglio, il quale con tredici nuovi cardinali suoi fidi ha pensato bene di mettere al sicuro anche il prossimo conclave che dovrà eleggere il suo successore, presumibile continuatore di una politica profittatrice. Sua Santità ha infatti il vizietto di pontificare con i soldi e i sacrifici degli altri; critica senza remissione il capitalismo cinico, però pretende che le nazioni ricche – nessuna è comunista, non so bene perché – si facciano carico di mezza Africa, e semmai pure dell’altra metà. Così, tanto per suicidarsi. 
I tempi di Woityla e di Ratzinger sono morti e sepolti; il Vaticano è lo specchio, poco spirituale, degli anni Duemila politicamente corretti: globalismo, atteggiamento prono di fronte alle religioni “altre”, europeismo senza incertezze, santificazione dei migranti, simpatia incondizionata per l’ambientalismo d’accatto di Greta, “scienziata” con la terza media. Sarà un caso se le vocazioni sono in caduta libera, così come i voti delle sinistre del mondo intero? 
L’Italia è un Paese in stasi perenne, in attesa di qualcosa e qualcuno che lo faccia uscire dalla depressione, dall’incertezza, dalla crisi, dalla sfiducia. Vede morire e subito insultare gli uomini che altrove possono difendere senza tante storie i cittadini dai facinorosi, basta guardare come i poliziotti americani trattano “dolcemente” perfino gli automobilisti fermati per eccesso di velocità. Da noi Salvini avrebbe voluto introdurre le pistole elettriche Taser, ma qui non ci sono nemmeno le fondine appropriate. Renzi non fa in tempo a riprendersi una fetta di potere, mettendo la tremarella al povero Zingaretti, e già fa la guerra al capo del governo, definendo pannicello caldo la manovra economica. Intanto sta andando nel dimenticatoio lo scandalo dei bambini venduti nel Reggiano, soltanto perché la giostra ha cominciato a girare in senso opposto. 
«Venghino, signori, venghino!». Qui non ci si annoia mai, niente finisce, come accadeva invece nella prima e nella seconda repubblica, ma tutto si ricicla: Salvini torna con Berlusconi che sembrava defunto, Conte torna a palazzo Chigi, Renzi torna a rompere le scatole a tutti. 
L’unica certezza è il PD: che vinca le elezioni oppure che le perda, sembra che per qualche misterioso articolo della Costituzione debba comunque governare. L’importante è che non si voti, mai: potrebbe sgretolarsi anche questa certezza, e allora che cosa resterebbe a un Paese solido come un venticello di primavera?

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