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In difesa dei “diritti dei cattivi”. Perché è una questione di giustizia

Anche coloro che sbagliano - sostiene l’avvocato Ivano Chiesa - hanno diritti da far valere, sia dentro che fuori dalle aule dei tribunali


27/01/2020

di Giambattista Pepi


La giustizia è una materia che divide. Un esempio? La prescrizione. Se ne parla da mesi. Cos’è? Un istituto giuridico che prevede l’estinzione di un diritto o di un reato dopo che sia trascorso un periodo di tempo stabilito dalla legge: normalmente dieci anni, a volte più breve. Si applica in campo civile (ad esempio è di tre anni il termine massimo entro cui un professionista può chiedere il pagamento della parcella) e penale (in tale ambito un reato punibile da 1 a 6 anni si prescrive entro 6 anni). 
La legge n. 3 del 9 gennaio 2019 prevede dal 1° gennaio l’interruzione dei termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di condanna che di assoluzione. Riguarderà, però, solo i procedimenti relativi ai reati commessi da quest’anno. Come sempre ci sono i favorevoli e i contrari. I politici si sono divisi, ma anche magistrati, avvocati, giuristi, esperti, e, naturalmente, anche nell’opinione pubblica le opinioni sono diverse. 
La giustizia è un argomento importante in qualunque Stato di diritto, dove la legge come espressione della volontà del popolo, ha la supremazia sull’autorità politica. Essa richiama i diritti delle persone: pertanto ogni modifica, reale o ipotetica, della legislazione che riguarda l’esercizio e la tutela dei diritti soggettivi davanti agli organi giurisdizionali, nei processi civili e penali, genera dibattiti e divide. 
Ciò aiuta a comprendere l’opinabilità della giustizia e la diffusa sensibilità quando si affrontano i temi legati al suo esercizio, sia fuori che dentro il processo. 
Nel libro I diritti dei cattivi (Piemme, pagg. 157, euro 17,50) Ivano Chiesa (avvocato penalista molto affermato: ha celebrato i più importanti processi di criminalità, ha vissuto da protagonista gli anni dell’inchiesta Mani Pulite, ha difeso molte persone accusate a vario titolo, tra cui Pippo Baudo e Fabrizio Corona) denuncia con coraggio civile, e in maniera puntuale e circostanziata, i vizi capitali di cui soffre la nostra giustizia. 
E lo fa partendo da un assunto fondamentale in uno Stato di diritto: se tutti sono uguali davanti alla legge, tutti indistintamente, hanno il diritto di essere tutelati, anche coloro che potremmo definire “cattivi” (condannati o detenuti ingiustamente, imputati o semplicemente indagati) sia all’interno che all’esterno delle aule dei tribunali, perché, se non si difendono anche i loro diritti, sono in pericolo i diritti di tutti. 
Il sistema giudiziario commette errori. Dal 1992 a oggi 27mila persone sono state condannate ingiustamente. Sempre nello stesso lasso temporale, lo Stato ha pagato 772 milioni di euro per ingiusta detenzione. 
L’autore prende spunto da casi concreti (Cosimo, Marco, Natale e Fabrizio Corona), racconta le storie di clienti che ha difeso nei processi per affrontare i temi cruciali oggetto nel corso degli anni di dibattiti, confronti, scontri: giustizialismo, moralismo, pressapochismo, abuso di misure di prevenzione e cautelari, impunità dei giudici, pentitismo, pena di morte, Mani Pulite. 
“Noi italiani - dice l’autore - siano depositari della cultura giuridica dell’antica Roma, che ha dato le basi del diritto civile, penale e amministrativo a tutto l’Occidente. Il nostro pensiero giuridico è nettamente più raffinato di quello proprio dei Paesi che hanno una storia non millenaria come la nostra”. 
La pena di morte, la carcerazione preventiva, i tempi della giustizia penale, la prescrizione: sono molte le aberrazioni dell’ordinamento giudiziario, delle leggi, dei processi. E, rappresentando un “vulnus” dei nostri diritti, non dovrebbero essere accettate. 
“Quando pensate che uno dovrebbe essere buttato in galera, quando avvertite come fastidiose le parole della difesa, quando pensate che ci vorrebbe la pena di morte, ricordatevi dei casi che vi ho esposto” avverte l’autore.  Molti considerano il diritto alla difesa come “un inutile orpello e un fastidioso intralcio”, ma non è così. E spiega: “La difesa è un principio sacro. Quando non c’è o non viene rispettata, o quando si insinua nella mente dei cittadini il concetto che non serve, lo Stato di diritto muore”. 
L’autore ci invita a riflettere sugli errori e le inadeguatezze del sistema giudiziario e a impegnarci civilmente per avere un processo penale giusto, equo e efficiente. “Sogno e mi batto per un processo penale in cui il giudice non è collega dell’accusatore” scrive l’avvocato. In cui tutti i protagonisti operano con assoluta professionalità e pagano gli errori che commettono. In cui l’assunzione delle prove avviene con garanzie di scientificità. In cui la confessione dell’imputato non è essenziale. In cui il carcere serve solo in casi estremi e la pena serve a rieducare il condannato, che non è uno scarto di produzione ma un essere umano che ha sbagliato”. 
I libri sono meravigliosi compagni di viaggio e di vita. Tutti hanno qualcosa da insegnarci, mostrarci, raccontarci. 
Questo saggio lo consigliamo vivamente perché è stato scritto da una persona che sa ciò di cui parla a sostegno di una causa giusta. Che ci riguarda tutti. Da vicino.

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