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In pensione prima con la quota 100, ma con un assegno più basso dell'8 per cento

Le considerazioni dell'esperto Alberto Brambilla, in predicato per una carica significativa in quota Lega


11/06/2018

di Artemisia


Alberto Brambilla

Uno dei primi atti del nuovo governo dovrebbe essere la revisione della riforma Fornero. In campagna elettorale i due partiti, Lega e 5 Stelle, ne avevano annunciato l’abolizione ma ora si parla solo di qualche aggiustamento che sarà comunque significativo. Come spiegato dall’esperto previdenziale Alberto Brambilla (già sottosegretario al Welfare nei governi Berlusconi tra 2001 e 2005), che è destinato a diventare sottosegretario o viceministro in quota Lega, per la quale ha contribuito alla formulazione del programma di governo, la formula da adottare è la quota 100. In base a questa nuova regola si andrebbe in pensione con 64 anni e 36 anni di contributi (resta in pista anche la combinazione 65 + 35) oppure con 41 anni e 5 mesi di contributi (i 5 mesi sono causati dalla speranza di vita che scatterebbe dal 2019) a prescindere dall'età anagrafica. A questi requisiti si possono aggiungere solo 2 o 3 anni di contributi figurativi. Andrebbe in soffitta però l'Ape sociale, che attualmente offre una scialuppa di salvataggio alle categorie socialmente più deboli anche se per accedervi è necessario un lungo ed estenuante iter. 
La riforma prevede il rinnovo dell’opzione donna, la modalità che anticipa i tempi della pensione delle lavoratrici. Viene data la possibilità alle donne di uscire anticipatamente dal mondo del lavoro in cambio del ricalcolo contributivo della pensione. 
Tra le categorie avvantaggiate ci sarebbe quella degli impiegati pubblici. Ci perderebbero invece i disoccupati di lungo corso perché non avrebbero più l’Ape sociale. Penalizzati anche coloro che svolgono attività gravose, perché questi lavoratori ora possono andare in pensione a 63 anni con Quota 99 (63 più 36 di contributi). Non solo, per chi è disoccupato o ha un familiare disabile a carico, i contributi scendono a 30 anni (Quota 93). Per le donne, poi, c’è uno sconto ulteriore di un anno per ogni figlio (massimo 2 anni), che porta i contributi necessari a 28 anni (Quota 91). Inoltre con la riforma l’assegno sarà più basso perché uscendo prima sono minori i contributi versati sui quali calcolare l’importo. Secondo le prime stime, l’uscita dal lavoro a 64 anni potrebbe comportare un taglio dell’assegno di circa l’8%. 
Facciamo un esempio: in base all’ipotesi di riforma, un lavoratore che lascia l’attività a 64 anni con uno stipendio mensile di 1200 euro, percepirebbe un assegno di 828 euro. Lo stesso lavoratore, in base alla legge Fornero, andando a riposo a 67 anni riceverebbe una pensione di 900 euro al mese. 
Poi c’è il problema delle coperture. Brambilla ha calcolato in 5 miliardi all’anno la spesa per le pensioni con la “quota 100”. Una cifra di gran lunga inferiore ai 20 miliardi a regime previsti dall’Inps. Intanto in attesa della revisione della riforma Fornero, che il governo conta di mettere in cantiere a breve, chi va in pensione in prossimo anno ha un assegno ridotto di oltre l’1%. Questo è dovuto all’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo, cioè del totale dei contributi versati rivalutati in base all’andamento economico e che servono a determinare l’ammontare della pensione. I coefficienti saranno tanto più alti quanto maggiore è l'età del lavoratore che va in pensione. Secondo un calcolo effettuato da Italia Oggi, dal 2019 la pensione annua sarà inferiore in media di oltre l'1% rispetto a quella di chi è riuscito ad accedervi quest'anno, ma si sfiora il 2% di penalizzazione per le fasce di età più alte. I coefficienti naturalmente riguardano la parte di pensione calcolata con il sistema contributivo esteso a tutti dal 2012.

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