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In pool position i furbetti del quartierino per portarsi a casa il "Reddito di cittadinanza"

In attesa del 6 marzo, data in cui potranno essere presentate le richieste, sembra essere scattata la corsa per diventare poveri aggirando le regole. Con cambi di residenza, separazioni pilotate, cessioni di beni, impoverimento dei conti bancari, lavoro in nero…


18/02/2019

di Mauro Castelli


Fatta la legge, trovato l’inganno. In questo, noi italiani, siamo dei veri maestri, in quanto la creatività, nel bene e nel male, non ci manca. Così, in attesa del 6 marzo, data stabilita dal Decreto legge 4|2019 per la presentazione della richiesta del Reddito di cittadinanza (il cavallo di battaglia portato avanti dal Movimento 5Stelle), è scattata la corsa al raggiro. Nonostante siano state annunciate pene severe (si parla sino a sei anni di carcere) per chi cercherà di aggirare le regole. Ma, la storia insegna, queste minacce non fermeranno i soliti furbetti del quartierino. 
Come molti sapranno, il Reddito di cittadinanza - che assume la denominazione di Pensione di cittadinanza se il nucleo familiare è composto esclusivamente da uno o più componenti di età pari o superiore a 67 anni - è una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto sia alla povertà che alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. 
In altre parole si tratta di un sostegno economico volto a integrare i redditi familiari troppo bassi, peraltro associato a un percorso di reinserimento lavorativo, di cui i beneficiari saranno protagonisti sottoscrivendo un Patto per il lavoro o un Patto per l’inclusione sociale. In buona sostanza gli interessati dovranno accettare - pena la perdita del sussidio - una delle tre offerte che saranno loro proposte dai centri per l’impiego nell’arco di diciotto mesi. Centri che peraltro - nonostante le millantate promesse - avranno non poche difficoltà a entrare in funzione, vista l’attuale carenza di siti adeguati e di personale qualificato (ma questa è un’altra storia). Inoltre i richiedenti dovranno partecipare (se ritenuto necessario) a speciali corsi di formazione professionale. 
Il sussidio, che sarà erogato tramite tessera elettronica (quella, gialla e anonima per ragioni di privacy, presentata in pompa magna dal vicepremier Luigi Di Maio, quasi si trattasse - Antonio Sciortino docet - di una reliquia laica), consentirà di coprire determinate spese primarie, prevedendo anche un bonus in casi particolari. Fermo restando che la somma dovrà essere interamente spesa nel mese in cui viene accreditata, pena una decurtazione del 20 per cento dell’importo. 
Le principali critiche piovute addosso al provvedimento (curiosamente anche da parte delle tre principali sigle sindacali) sono state sostanzialmente tre: in primis la sostenibilità della spesa (certamente elevata, che il prossimo anno - a pieno regime - potrebbe comportare il deprecato aumento dell’Iva), poi il rischio di disincentivare la crescita del capitale umano attraverso la mancata ricerca di un posto, infine il mancato sostegno alle aziende per agevolare nuove assunzioni. Con i guai maggiori preventivati al Sud, dove la maggior parte dei giovani inseriti a vario titolo nel mondo del lavoro si trova a guadagnare meno dei 780 euro mensili previsti dal Reddito di cittadinanza. Come diretta conseguenza, in quanti avranno interesse a darsi da fare, visto un così allettante assegno da parte dello Stato? 
Detto questo, spazio ai citati “furbetti del redditino”, come qualcuno ha voluto ribattezzarli. Ovvero a coloro che se ne stanno inventando una più del diavolo per portarsi a casa l’assegno senza averne diritto. In che modo? Intanto dribblando il reddito certificato dall’Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente richiesto per accedere a molti servizi sociali, che non dovrà superare quota 9.360 euro nel caso di chi viva in una casa in affitto. Un vincolo peraltro abbinato ad altri: di essere in possesso di un patrimonio immobiliare di oltre trentamila euro (prima casa esclusa), di contare su una liquidità sui conti bancari che non superi i 6, 10 e 20mila euro a seconda che si viva da soli, con un partner o con figli disabili a carico. In ogni caso, questo del conto corrente, non sarà un problema: per i contanti c’è sempre un posticino sotto il materasso di casa. 
Altri limiti sono legati (lasciamo perdere barche e lussi similari) al possesso di auto e moto. Limiti peraltro superabili attraverso l’intestazione del mezzo e o dei mezzi a qualche compiacente testa di legno. Così come si potrebbe puntare sulla cessione fasulla di un immobile: ma la strada da percorrere non risulterebbe tutta in discesa, con diversi rischi al seguito. 
Si diceva di 780 euro al mese per un singolo. Cifra che sale a 880 nel caso di una famiglia composta da un adulto e un minorenne, nonché a 980 se gli adulti sono due. E se questa coppia, ovviamente convivente (quasi una regola al giorno d’oggi) decidesse di andare a risiedere in due diversi appartamenti? Beh, mica male, la cifra raddoppierebbe. Invece per le coppie sposate c’è un’altra scappatoia: quella di accedere a una (finta) separazione - sempre puntando su una doppia residenza - visto che le procedure al riguardo non implicano la trafila del Tribunale. 
E per chi già lavora e supera il reddito Isee? Anche in questo caso la scappatoia è belle e pronta. Darsi da fare in nero. Un giochino che può fare comodo sia al datore di lavoro (che non avrà paura di rivendicazioni da parte del dipendente) che al diretto interessato. Mettiamo, ad esempio, che il guadagno in busta paga sia di mille euro. Basterà farselo ridurre a 7-800 e l’imbroglio perpetrato ai danni dello Stato sarà doppio, in quanto l’Erario perderà anche una parte degli introiti fiscali. Una beffa peraltro non facile da scoprire: il lavoro in nero non è forse una parte integrante dell’economia del nostro Paese? 
Ovviamente, quelle citate, sono soltanto alcune scappatoie per frodare lo Stato. Un brutto vizietto che sembra piacere a molti. Tanto è vero che, lo scorso anno, sei finti poveri su dieci soggetti a controllo erano finiti nel mirino della Guardia di Finanza per aver beneficiato di prestazioni sociali agevolate ed esenzione dai ticket sanitari. Un settore, quello dei ticket, con irregolarità superiori addirittura al 90 per cento. 
E questo è quanto. Anche se, al riguardo e per sola curiosità, sorge spontanea una domanda: quali altri Paesi hanno adottato un parente stretto al nostro Reddito di cittadinanza? Un qualcosa di simile, per ora (altri ci stanno pensando) esiste soltanto in Alaska (un Paese che conta però meno di 750mila abitanti), dove da circa trent’anni lo Stato trasferisce le entrate delle concessioni per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi a un fondo di investimento vincolato, i cui guadagni servono per pagare, a ogni cittadino residente, una cifra annuale fra i 900 e i 2.000 dollari. Insomma, un assegno che lascia a desiderare sia per la modesta cifra che per essere indirizzato a tutte le fasce di reddito. Quindi non un vero e proprio intervento, come nel nostro caso, per contrastare la povertà.

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