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In un alternarsi fra passato e presente le vicende di un nonno e un nipote, ebrei osservanti

Per Annick Emdin un esordio da applausi, giocato sulla forza dei legami familiari, seppure impregnati di segreti e conflitti


07/12/2020

di Valentina Zirpoli


Annick Emdin, 29 anni appena (è infatti nata Pisa nel 1991), è una esordiente di successo, di quelle che non sembra la “prima volta”. La qual cosa non deve stupire in quanto il suo pedigree culturale non è da tutti, forte di una laurea in Discipline dello spettacolo e un master conseguito presso l’Accademia Silvio D’Amico di Roma in Sceneggiatura e Drammaturgia, oltre a proporsi come apprezzata regista teatrale (Matrioska, Bambole Usate, Medea, La sposa guerra, La morte non esiste). 
Lei pronta ad assicurare che “scrivere è un atto assieme profano e sacro”, un qualcosa - filosofeggia - a cavallo fra passato e presente, “una verità che si reinventa nella finzione, tracce di storia che si mescolano al quotidiano macchiando di minuscoli segni indelebili la pagina bianca”. 
E ancora: “In questo mio primo romanzo - Io sono del mio amato (Astoria, pagg. 224, euro 17,00) - si parla di come le mura che cerchiamo di costruirci attorno per difenderci - mura fatte di religione, mura fatte di famiglia, mura fatte d’amore, mura fatte d’odio e disperazione - possano d’un tratto sembrarci una prigione. Ma si parla anche della necessità umana di varcare i confini, di spingersi oltre ciò che conosciamo, verso l’ignoto, di spencolarsi dall’orlo del precipizio sul mare in tempesta, e della necessità di distogliere lo sguardo, di prendere dentro di sé quell’abisso, di portarlo dentro di noi anche quando camminiamo sulla terraferma. D’altra parte penso che nel guardare l’abisso, e nel ritrarsi da esso, ci sia una scintilla di divino…”. 
Io sono del mio amato, si diceva, un titolo fuori dalle righe, che induce subito alla riflessione sui suoi contenuti. Che si rapportano “con il tentativo di dare una forma al caos dell’esistenza, di trovare risposte a domande eterne”. Ma non allarmatevi, perché - nonostante i contenuti di base siano tosti - la scrittura di Annick Emdin è di quelle che ti catturano e intrigano quasi senza darlo a vedere, giocata su temi profondi rivisitati giocosamente. Di fatto ci troviamo a confrontarci con una storia di padri e di figli, dei loro segreti, dei loro conflitti e della forza dei loro legami familiari. 
Ordinaria amministrazione, verrebbe da dire. Anche se “mentre si scrive - tiene a precisare l’autrice - ci si accorge che le risposte alle problematiche in essere consistono in altre domande e che, più si è vicini al vero e più le domande restano insolubili, più si inizia a scivolare sui paradossi, sulle contraddizioni dell’animo umano…”. Fermo restando che “la nostra esistenza è determinata dalle scelte, dal caso, dalle coincidenze e, in egual misura, dalle circostanze”. 
Detto questo spazio alla trama, che ci porta nella Gerusalemme del 1995 dove, nel quartiere ultraortodosso di Mea Shearim, abita Levi Kogan, primo di sette fratelli, che ha sempre vissuto secondo le tradizioni e le norme religiose della comunità charedi per volontà di nonno Chaim, di cui è il nipote prediletto.
Succede che un giorno Levi faccia un incontro che gli cambia la vita: Yael, una giovane soldatessa, lo salva infatti da un attentato e il ragazzo, colpito dall’episodio, sente forte l’impulso volto a impegnarsi nella difesa del suo Paese. E, ci mancherebbe, s’innamora proprio di Yael, tanto diversa da lui e dal suo ambiente: una ragazza che fuma, indossa pantaloni corti, non sa cucinare ma sa maneggiare le armi… 
Tuttavia seguire il cuore vuole dire essere espulsi dalla comunità charedi e dalla famiglia; soprattutto significa deludere nonno Chaim, che Levi stima più di chiunque altro. E così, le scelte del ragazzo saranno messe a confronto con il racconto di un’altra vita, una vita segreta, quella di Chaim che inizia in una sperduta cittadina ucraina nel 1941, il giorno del suo matrimonio. E durante quella celebrazione Chaim, il futuro inflessibile patriarca della famiglia, non poteva certo immaginare quanto il suo destino lo avrebbe sconvolto di lì a poco. 
Come da note editoriali, in un alternarsi di passato e presente si dipanano le vicende di nonno e nipote, nel contesto della grande Storia rapportata alla piccola storia di una famiglia di ebrei osservanti, di volta in volta costretta ad affrontare una realtà multiforme, a constatare quanto complicati possano essere i rigidi precetti della religione e quanto sia necessario derogare alle norme dettate. 
Con Annick Emdin a puntualizzare di aver voluto raccontare due Paesi che non aveva conosciuto prima di scrivere questo libro, mossa da un’inspiegabile nostalgia per qualcosa che, sostiene, “ha fatto parte della mia storia familiare, ma al tempo stesso mi è stato tolto molto prima che potessi conoscerlo. Probabilmente, se la Storia fosse andata in modo diverso, non avrei guardato la mia città dalla finestra di oggi, ma mi sarei affacciata su San Pietroburgo, o Xomel in Bielorussia, o Haifa, o Gerusalemme, o Genova o Barcellona”. Perché di fatto le guerre mondiali “hanno cambiato la storia della mia famiglia, hanno reso i miei antenati apolidi, eternamente esuli. E se così non fosse stato forse io non sarei nemmeno nata. E non avrei potuto fare mie le storie degli altri…”.

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