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In un crescendo di incubi, atmosfere surreali e paure il mistero è servito

Dalla penna inquietante di Joe Hill quattro storie dark che lasciano il segno. A seguire una chicca di Nele Neuhaus, un eccentrico noir di Jess Kidd e un raffinato affresco storico di Santi Laganà


07/09/2020

di MAURO CASTELLI


Da Joe Hill - pseudonimo di Joseph Hillstrom King, figlio di Tabitha Jane Spruce, scrittrice e fotografa, nonché del grande Stephen King - c’è da aspettarsi di tutto. Sempre a fronte di lavori che intrigano e ipnotizzano all’insegna del terrore. Evidentemente talis pater, talis filius. Così eccolo tornare nelle nostre librerie con Un tempo strano (Sperling & Kupfer, pagg. 502, euro 21,90, traduzione di Carlo Andrea Cappi), un’antologia di quattro storie mozzafiato, pubblicate per la prima volta negli Stati Uniti nel 2017, dal vissuto curioso. 
Nel senso che sono state “scritte a mano nel corso di quattro anni, partendo da Istantanea, che aveva preso forma nel 2013 - racconta l’autore -  mentre ero a Portland, in Oregon, a presentare NOS4A2. Arrivando a riempire due quaderni e il retro di una tovaglietta di carta in un ristorante a tema anni Cinquanta. Una volta concluso il lavoro, misi un elastico intorno ai quaderni e alla tovaglietta, piazzai tutto su uno scaffale e più o meno mi dimenticai della loro esistenza”. Poi mi sarei messo a scrivere, sempre a mano, il mio quarto romanzo, L’uomo del fuoco, ed essendomi rimasto libero mezzo dell’ultimo dei quattro quadernoni utilizzati, lo sfruttai per dare voce a Lassù. Rendendomi conto che stavo lavorando a una raccolta di romanzi brevi. Che sono poi i miei preferiti, in quanto sono tutto arrosto e niente fumo. Insomma, non sono viaggi di piacere, pieni di evoluzioni, ma corse a rotta di collo”. 
In seguito, e siamo nel 2016, Hill si sarebbe divertito a scrivere Pioggia, nel periodo in cui la corsa alla presidenza degli Stati Uniti si stava scaldando. E “all’inizio il presidente protagonista della mia storia era una donna stanca, assediata, ma tutto sommato competente. Inoltre la vicenda aveva un finale molto più lieto. Nel senso che dopo le elezioni purtroppo le cose sarebbero cambiate…”. 
E Carica, il secondo racconto in ordine di apparizione? È la storia più vecchia del libro, “anche se mi sono deciso a scriverla soltanto nell’autunno del 2016. Ma l’avevo in mente dal momento del massacro di venti bambini a Newtown, nel Connecticut. Era il mio tentativo di capire il senso della nostra attrazione nazionale verso La Pistola. Fermo restando che le mie idee politiche sono del tutto personali”. 
In buon a sostanza, “in un mondo in cui la realtà - tra attentati, guerre e crisi climatiche - fa quasi più paura dei nostri stessi incubi, Joe Hill, intreccia quattro storie che mettono in scena le nostre fragilità, le nostre inquietudini e la nostra follia”. Storie che, con la loro cronaca avvincente legata all’eterna lotta tra il Bene e il Male, esplorano il lato oscuro della quotidianità e il terrore che può covare sotto l’apparente tranquillità delle nostre vite. 
Sta di fatto che, in un crescendo di atmosfere surreali, incubi stranianti e paure nascoste, Un tempo strano avrebbe scalato le classifiche americane, diventando un bestseller del New York Times: in altre parole “il miglior libro per chi non ha paura della paura”. 
Entrando nel merito, ce la farà un ragazzino della Silicon Valley a sfuggire alla follia di un criminale che, munito di una misteriosa Polaroid, scatto dopo scatto, cancella ogni ricordo delle sue vittime? Cosa si nasconde dietro la natura psicotica della guardia di sicurezza che ha appena sventato un attentato in Florida diventando un eroe nazionale? Come farà l’uomo col paracadute a liberarsi dalle morbide grinfie di una nuvola che sembra controllata da un’oscura forza sadica e paranormale? Riuscirà, infine, la piccola comunità di Boulder, in Colorado, a trovare riparo dall'apocalittica pioggia di taglienti cristalli che all'improvviso comincia a minacciarne la sopravvivenza? 
Per la cronaca - ne abbiano già parlato - Joe Hill è nato il 4 giugno 1972, vale a dire due anni prima del debutto in libreria del padre, quando cioè la sua famiglia non se la passava certo bene dal punto di vista economico. E siccome, una volta deciso di seguire le orme paterne, non voleva essere apprezzato in quanto “figlio di”, optò per lo pseudonimo che ancora oggi si porta al seguito. Un autore capace di regalare una diversa dimensione al terrore, in quanto “ogni cosa ha il suo tempo, anche la paura”. 
Lui che strada facendo ha avuto modo di raccontarsi a cuore aperto, attingendo dalla sua giovinezza, quando aveva avuto la fortuna di crescere non con uno ma con due scrittori in casa, soffermandosi sul comportamento del padre (“Lo costringevo, sino allo sfinimento, a leggermi e rileggermi un libro prima di dormire”). Quello stesso padre che avrebbe rappresentato “una fonte di ispirazione” senza mai costringerlo a crescere sotto il cono ingombrante della sua ombra. Ma raccontando anche dei passi a vuoto nella scrittura dei suoi primi romanzi (“In realtà facevano pena”), della sua passione per i fumetti “horror fuori di testa”, della decisione di puntare su uno pseudonimo per evitare appoggi non richiesti e via dicendo. 
Lui che aveva rivelato la propria identità soltanto dopo aver beneficiato - evidentemente buon sangue non mente - delle luci della ribalta, quando cioè i suoi romanzi avevano incassato giudizi positivi da parte delle maggiori testate americane, come il New York Times, il Times (“Uno fra i più raffinati scrittori americani di horror”), USA Today e il Washington Post (“Una penna di spicco nella letteratura fantastica del ventunesimo secolo”). 
Questo a partire da La scatola a forma di cartone, seguito dall’antologia di racconti Ghosts, La vendetta del diavolo (“tradotto” sul grande schermo come Horns, interpretato da Daniel Radcliffe), nonché dall’inquietante NOS4A2, diventato una serie televisiva. E poi, ancora, Ritorno a Christmasland, A tutto gas (un’antologia di tredici racconti, uno dei quali - Nell’erba alta - sarebbe stato travasato sul grande schermo) e Locke & Key, il fumetto da cui Netflix ha adattato l’omonima serie tv. 


Proseguiamo con un’altra voce di peso. Quella della tedesca Nele Neuhaus, che avevamo imparato a conoscere, per i tipi della Giano (l’editrice fondata da Tiziano Gianotti nel 2001 e che sei anni dopo era entrata a far parte del Gruppo Neri Pozza), che l’aveva proposta in diverse occasioni. Dando ad esempio alle stampe La donna malvista, Ferite profonde, Biancaneve deve morire, Chi semina vento e Lupo cattivo, tutti legati alla indagini di Pia Sander e Oliver von Bodenstein. 
Sta di fatto che ora, dopo alcuni anni di silenzio italiano, di questa autrice se ne torna a fare carico la Piemme, che ha dato alle stampe l’ultimo lavoro della serie, I morti di maggio (pagg. 582, euro 18,90, traduzione di Claudia Acher Marinelli), uscito due anni fa in Germania dopo una gestazione durata “trenta mesi dalla prima idea”. Complice il lavoro di documentazione e ricerca. Che ha visto l’interessata attingere, fra l’altro, alle “preziose informazioni” del commissario capo della polizia giudiziaria Lars Elsebach e ai chiarimenti del professor Verhoff, direttore dell’istituto di Medicina legale dell’università Goethe di Francoforte sul Meno. 
Ricordiamo che Nele (Cornelia all’anagrafe) Neuhaus, attiva anche nel campo della narrativa per ragazzi, è nata il 20 giugno 1967 a Münster, in Vestfalia (ma è cresciuta a Padeborn). Leri che con i suoi libri ha venduto dieci milioni di copie in una trentina di Paesi; lei che dopo il liceo aveva frequentato la facoltà di Giurisprudenza e quella di Storia e letteratura, salvo interrompere gli studi per mettersi a lavorare in una agenzia pubblicitaria di Francoforte; lei che per la sua attività è stata nominata commissaria capo ad honorem dal presidente della polizia criminale dell’Assia occidentale. 
Complice la sua grande passione per la scrittura, che l’aveva vista annotare le prime storielle, quand’era ancora bambina, sui quaderni di scuola. Sino ad approdare alla narrativa gialla pubblicando nel 2005 Unter Haien tramite un sistema di Print on demand. Le critiche positive e il supporto dei lettori l’avrebbero spinta a continuare su questa strada pubblicando, sempre tramite Pod, il romanzo Eine unbeliebte Frau (La donna malvista), primo episodio della serie legata a due detective che avrebbero fatto strada. 
Detto questo spazio alla sinossi de I morti di maggio, un graffiante thriller ovviamente ambientato in Germania e, nello specifico, nel parco naturale del Taunus, che vede in scena, in un crescendo di suspense, la citata coppia di investigatori, ovvero la commissaria Pia Sander e il suo responsabile Oliver von Bodenstein. 
Cosa accade è presto detto. In una grande abitazione, adiacente a una fabbrica abbandonata, viene rinvenuto il cadavere di un uomo. Si tratta di Theodor Reifenrath, l’anziano responsabile dell’azienda. Inoltre nel giardino della casa, in prossimità di un canile, i due poliziotti fanno una scoperta agghiacciante: sparse intorno a un cane, quasi morto di inedia, giacciono ossa umane. Come ben presto si apprenderà, dal suicidio della moglie Rita, avvenuto ventidue anni prima, Reifenrath conduceva una vita ritirata e in paese tutti lo ritenevano una brava persona e non certo un serial killer. 
Incaricato di far luce su questi resti umani, il medico legale riuscirà a identificare alcune delle vittime, stabilendo che erano state uccise nel corso degli ultimi anni. Ed erano tutte donne e tutte scomparse una domenica di maggio, in concomitanza con il giorno della festa della mamma. Chi sarà mai l’assassino, che Pia ritiene essere ancora in circolazione? E potrebbe essere ancora in pista, ovvero in cerca della sua prossima vittima? Anche perché maggio è alle porte... 
Il giudizio? Un lavoro dalla trama ben costruita e dai contenuti forti, capace di addentrarsi nei meandri più oscuri della natura umana. Un lavoro che non si ferma alla superficie del male, ma ci si addentra. In quanto, come diceva il poeta e scrittore inglese V.H. Auden, “il Male non è straordinario, ma sempre umano. Dorme nel nostro letto e siede a tavola con noi”. Il tutto a fronte di una storia dura quanto inquietante, popolata di personaggi veri quanto ben tratteggiati, capaci di catturare senza se e senza ma. 
E questo è quanto, salvo un piccolo appunto: secondo noi l’autrice eccede in capoversi troppo lunghi, che finiscono per appesantire la lettura. Ma si tratta, ovviamente, di un peccato veniale. La qualità non si misura infatti a capoversi. 


Di tutt’altra farina risulta impastato l’eccentrico quanto poetico noir La follia dei Flood (Bompiani, pagg. 360, euro 19,00, traduzione di Sergio Claudio Perroni), un romanzo che conferma la caratura della scrittrice irlandese-londinese Jess Kidd che con il suo primo romanzo, Lascia dire alle ombre, era stata finalista dell’Irish Book Award nel 2016 nonché vincitrice del Costa Short Story. E che con questo suo secondo lavoro, due anni fa, è entrata nella cinquina del Kerry Group Irish Novel of the Year in associazione con la Listowel Writers’ Week. 
Jess Kidd, si diceva, capace di intuizioni narrative di livello, forte com’è di una scrittura capace di creare atmosfere sognanti, che richiamano quelle dei grandi autori di ghost stories del diciannovesimo secolo. Regalando al lettore fantasiosi spaccati a cavallo fra peccato e santità, rimorsi e rimpianti, “vestendo di leggerezza il genere gotico”. Ma anche a fronte di dialoghi di sorridente quanto ironica bellezza. 
Come da sinossi, ogni giorno Maud Drennan lascia il suo piccolo appartamento in periferia per andare a darsi da fare come assistente sociale nell’elegante West End londinese, a Bridlemere, dove a un certo punto, anticipiamo, “gli strumenti di navigazione impazziscono, gli orologi si fermano, i telefoni non funzionano e gli oggetti e risultano animati. E dove neanche i santi vogliono metterci piede”. 
Bridlemere, in passato, era stata la sontuosa dimora della famiglia Flood, mentre ora si propone come “la tana del burbero erede Cathal, anziano, scorbutico e belligerante padrone di casa più a suo agio con i suoi tanti gatti che con gli esseri umani”. Un strano tipo che, a quanto si vocifera (ma le persone, si sa, spesso mentono), aveva steso a colpi di mazza l’ultimo che aveva provato a fare ordine tra le sue cose. 
Ed è Maud che ogni giorno prepara un pasto caldo a questo eccentrico individuo cercando di farsi largo fra scatoloni, pile di giornali e di tende ammuffite, ammassi di menù di pizzeria e mucchi di scatolette. Ma anche trovandosi ad avere a che fare, tanto per citare, con un topo morto accucciato in una tazza da tè, un cavallo da tiro decapitato, il moncone rosa di un manichino… Cercando di riportare un po’ di ordine in quel caos orrido e fuori controllo. E più lei conquista terreno, apre porte e finestre, più la casa la accoglie e sembra lanciarle dei messaggi. Perché qualcosa è successo a Bridlemere, qualcosa di terribile, che non è mai venuto alla luce. 
Inizia così un’indagine, una ricerca della verità sotto strati di polvere e ricordi nella quale Maud si fa aiutare da Renata, sua eccentrica padrona di casa oltre che appassionata di libri gialli (una donna garbata, ma che incute soggezione anche quando sorride, per via di quei due occhi neri come la pece “ereditati” da un marinaio portoghese). Il tutto contornato da uno stuolo di santi, impiccioni e sarcastici, che solo lei può vedere. 


In chiusura di rubrica un libro d’esordio inaspettato e graffiante: ovvero I giorni del ferro e del sangue (Mondadori, pagg. 560, euro 19,50), firmato dal non più giovanissimo - narrativamente parlando, in quanto ha 65 anni - Santi Laganà, calabrese di Reggio che da molti anni vive con la moglie (“La prima ad aver creduto in me”) nella campagna romana. Avvocato, bancario in pensione, si propone come un lettore vorace e uno scrittore per passione; lui che arrivando sugli scaffali è riuscito a “materializzare il sogno” della sua vita. 
E ci è arrivato con un ben documentato romanzo storico ambientato nel decimo secolo, uno dei periodi meno conosciuti e più bui della nostra Storia. Con alcune precisazioni al seguito dello stesso autore: “Si tratta del cosiddetto secolo di ferro, dove ferro sta per barbaro, che rappresenta, a detta di tutti gli storici, uno dei periodi meno esplorati e meno documentati del nostro passato. E del Medioevo è certamente quello meno conosciuto. Periodo in cui Stato e Chiesa erano in balìa di una spaventosa dissoluzione e corruzione, mentre l’Italia continuava a precipitare nella più barbara anarchia”. 
A tenere banco erano per contro le armi, i quattrini e, soprattutto, la violenza, l’arbitrio, l’ignoranza, la superstizione, il tradimento e la lussuria praticata a tutti i livelli. Come se non bastasse imperversavano la fame, la pestilenza, la mancanza di igiene e la promiscuità, a fronte di una aspettativa di vita che non superava i quarant’anni. 
”Non comprendere questa situazione ambientale - sostiene Laganà - significa non poter comprendere appieno le vicende narrate. Perché se è indubitabile che mi sia preso alcune marginali licenze è altrettanto vero che queste traggono tutte spunto da documenti e frammenti storici che ne attestano comunque la veridicità e attendibilità, pur risultando quasi inverosimili”. 
Un’altra avvertenza dell’autore riguarda il linguaggio usato nel romanzo, fermo restando che nel periodo trattato l’ignoranza costituiva la regola, persino fra l’aristocrazia laica e gli ecclesiastici. Da qui l’enorme difficoltà, se non la materiale impossibilità, “di traslare con adeguata e uguale efficacia una simile lingua (indecifrabile, scarna e rozza) nei dialoghi della mia storia. Per questa ragione ho deciso di usare l’italiano corrente, a costo di far apparire i personaggi molto più istruiti e loquaci di quanto in realtà non fossero”. 
E di questo, come lettori, ringraziamo il nostro autore. Anche perché, in caso contrario, sarebbe stato faticoso digerirne i contenuti. 
La storia raccontata - che vede in scena una giovane donna che, nel più maschilista dei mondi, non si rassegna a un destino già scritto e tenacemente lotta per conquistarsi il diritto a una vita migliore - si rifà al 960 d.C., quando sul trono papale siede Giovanni, “un adolescente perverso e corrotto; ciò che resta dell’Italia indipendente è allo sbando, dilaniata da lotte intestine, mentre le campagne sono terra di nessuno, dove la violenza e il sopruso la fanno da padroni”. 
Anna, la protagonista, è una contadina di quindici anni che conduce un’esistenza misera e asservita, peraltro costretta dagli eventi a crescere in fretta. Così, quando la sua famiglia viene trucidata e un fratello viene rapito per essere ridotto in schiavitù, decide di continuare a vivere per inseguire quell’ultimo brandello di affetti che si ritrova. Così, sorretta da una grande forza di volontà, inizia una dolorosa peregrinazione per terre sconosciute e ostili, tra aiuti misericordiosi e feroci violenze. 
Per rendere più saporita la storia, durante il suo tormentato cammino, Anna incontrerà Arnolfo, un cavaliere dall’oscuro passato e un improbabile presente, ma anche Ezio, un vecchio dall’aria mansueta che nasconde insospettabili risorse, nonché un giovane vagabondo sfrontato e generoso di nome Furio. Davvero una strana compagnia con la quale supererà ostacoli e violenze, avventure mozzafiato quanto pericolose, con in testa un unico obiettivo: quello di farsi giustizia dentro i palazzi più segreti di Roma. 
Il giudizio? A fronte di una scrittura scorrevole, capace di nutrirsi con parole semplici di un passato per certi versi inimmaginabile, Santi Laganà ci regala “un affresco senza filtri né retorica di un’epoca brutale quanto affascinante”. Destreggiandosi al meglio fra gli inquietanti passaggi storici e proponendo al lettore, oltre a un ben documentato approfondimento del periodo, protagonisti fuori dalle righe, che non mancheranno di lasciare il segno.

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