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In un ghiacciaio che si scioglie "risuonano profonde voragini di morte"

L’islandese Arnaldur Indriðason inaugura una nuova graffiante serie. Cambia protagonista anche Roberta De Falco, mentre Giovanni Ricciardi insiste sul commissario Ponzetti   


16/09/2019

di Mauro Castelli


Alla scrittura dell’islandese Arnaldur Indriðason ci siamo affezionati grazie alle approfondite indagini del taciturno ispettore di polizia Erlendur Sveinsson, un uomo dalla complessa e affascinante personalità, che agli inizi di carriera si era dedicato a piccoli reati (risse, furti e incidenti d’auto), ma che alla prima vera occasione aveva subito saputo farsi valere, proponendosi come poliziotto dal cervello fine. In buona sostanza un bravo agente che non sa però gestire il suo privato (è separato dalla moglie e ha un rapporto conflittuale con i figli) e del quale l’autore, libro dopo libro, ha cercato di “arricchirne il profilo sotto diverse angolature”. 
Questo grazie a una scrittura, semplice e al tempo stesso intrigante, che riesce a centrare il bersaglio quasi senza darlo a vedere. Con il risultato di avere conquistato i lettori di una quarantina di Paesi ed essersi guadagnato la stima dei critici americani e inglesi (ad esempio il New York Time lo ha definito il “principe del noir”; Usa Today lo ha ritenuto il degno successore di Stieg Larsson mentre il Times lo ha benedetto come la miglior penna sbocciata fra i narratori dei Paesi nordici”). 
Ma ora Indriðason - nato a Reykjavík il 28 gennaio 1961, città dove ha sempre vissuto e dove tuttora abita con la moglie e i tre figli - ha deciso di voltare pagina e dare vita a una nuova serie. Sempre incentrata sulle tematiche che hanno fatto da sfondo ai precedenti lavori, peraltro annotando che anche un piccolo Paese come il suo di magagne se ne porta al seguito, perché “nessuna società è perfetta”. 
Una società che suo padre, Indridi G. Porsteinsson, a sua volta scrittore e giornalista (“In casa sono cresciuto al ticchettio della sua macchina per scrivere”), aveva analizzato dal punto di vista del cambiamento a metà del secolo scorso, “quando dal ruolo contadino che ci contraddistingueva aveva imboccato la strada della diversificazione e del benessere”. 
Per farla breve, questa graffiante penna (“Una delle più brillanti della sua generazione secondo il Sunday Times”) torna nelle nostre librerie, sempre per i tipi della Guanda (il suo editore italiano di riferimento), con Quel che sa la notte (pagg. 320, euro 18,60, traduzione di Alessandro Storti), un lavoro crudo e violento capace di far risuonare, nei ghiacciai che si stanno sciogliendo, “profonde voragini di morte”. 
Cosa succede è presto detto: fra gli spiacevoli effetti del riscaldamento globale c’è, appunto, anche lo scioglimento dei ghiacciai. E a spiegarlo, a un gruppo di turisti tedeschi durante un’escursione sul gigantesco Langjökull, è una guida islandese. Convinta che, proseguendo su questa strada, questo famoso ghiacciaio potrebbe scomparire entro la fine del secolo. Non bastassero queste drammatiche previsioni, a un certo punto gli escursionisti si imbattono in una scena da film dell’orrore nel momento stesso in cui vedono emergere dalle acque un corpo congelato e perfettamente conservato, che ben presto si scoprirà essere quello di un imprenditore scomparso misteriosamente trent’anni prima. 
Il medico legale che procede all’identificazione si ricorda ancora del caso, sul quale aveva investigato un poliziotto suo amico, Konrað, ora in pensione. All’epoca i sospetti erano ricaduti sul socio in affari dell’imprenditore, che però, in mancanza del corpo di prova (vale a dire del cadavere), era stato rilasciato nonostante fosse stato messo al muro da una testimonianza. 
Ora questo ritrovamento rimette tutto in discussione e Konrað, dopo un iniziale tentennamento, decide di riprendere le indagini da dove si erano arenate. Perché il sospettato di un tempo potrebbe essere definitivamente inchiodato. Ma il suo intuito punta in un’altra direzione e una nuova testimonianza sembra aprire scenari inattesi... Certo, di anni ne sono passati parecchi, ma il tempo non ha nascosto del tutto una storia incredibile di velenosi segreti e terribili verità. 
Che dire: a conferma della sua abilità narrativa (secondo una classifica stilata dai critici dell’inglese Observer, fra i dieci più grandi scrittori europei contemporanei di gialli Arnaldur Indriðason figura al primo posto seguito dallo svedese Mankell, dal francese Vargas e dal nostro rimpianto Andrea Camilleri) il lettore beneficerà di una storia ricca e intrigante, zeppa di angolature devianti, perché la realtà - se si sa scavare a fondo - non è mai quella che sembra. Fermi restando ben tratteggiati personaggi che, sia nel bene che nel male, si fanno apprezzare. 
Che altro di Arnaldur Indriðason? Laureato in Storia, dopo aver lavorato per due anni nella redazione del Morgunbladid, la maggior testata del suo Paese, si era dedicato come giornalista freelance alla critica cinematografica. Per poi puntare sulla scrittura (“Mi do da fare ininterrottamente, a livello impiegatizio, dalle 8 del mattino alle quattro del pomeriggio”), debuttando sugli scaffali con il primo romanzo imbastito sulla figura del citato Erlendur e intitolato Synir Duftsins, protagonista che sarebbe andato in onda in altre tredici storie, ferme restando le tre dedicate ai due investigatori Flovent e Thorson. 
Lui autore di livello che si è aggiudicato numerosi premi, come il Glasnyckeln e il Gold Dagger, e che ha praticato pure la strada della sceneggiatura, tanto da approdare nel 2008 sul grande schermo - in abbinata a Óskar Jónasson - con Reykjavík-Rotterdam, pellicola in seguito oggetto del remake Contraband. Un feeling peraltro ribadito dal film Mýrin, tratto dal suo omonimo romanzo (in Italia pubblicato come Sotto la città)


Proseguiamo proponendo il nuovo romanzo firmato da Roberta De Falco, nom de plume della regista e sceneggiatrice Roberta Mazzoni, nata a Milano il 3 ottobre 1951 e nipote dello scrittore Carlo Mazzoni. Una poliedrica figura che in gioventù, dopo aver frequentato sotto la Madonnina i corsi di Letteratura alla Statale, aveva esordito nel mondo dello spettacolo come costumista per il Piccolo Teatro. Successivamente si era trasferita a Roma per darsi da fare nel campo delle sceneggiature, finendo anche per insegnare narratologia cinematografica. Molto vicina alla scrittrice Susanna Tamaro (fa parte del consiglio della Fondazione Tamaro per progetti formativi e umanitari), dal 1988 vive a Porano, nella campagna di Orvieto, in provincia di Terni. 
Che altro? Attingendo dal suo curriculum scopriamo che si è occupata di Segreti, Silenzi, Bugie di Adrienne Rich, che è stata curatrice di un libro di Cesare Zavattini (Basta coi Soggetti), che si è proposta come montatrice alla Rai Corporation di New York, dove ha realizzato programmi scientifici in collaborazione con Ruggero Orlando, il mitico corrispondente dagli Stati Uniti dei tempi che furono. 
Come autrice ricordiamo una sua antologia di aforismi, edita da Il Saggiatore, dal titolo Scrivere - manuale a più voci per aspiranti narratori; un libro a copie numerate per i tipi di Imago (Verso Pergamo), nonché, scritta a quattro mani con Annalisa Scafi, l’intervista a una desaparecida cilena intitolata Il mio triste continente. Nel 2013 si sarebbe invece proposta sugli scaffali della narrativa di settore con Nessuno è innocente, romanzo seguito a ruota da Bei tempi per gente cattiva, Benussi e la silenziosa Ada, Il tempo non cancella e Non è colpa mia, tutti pubblicati dalla Sperling & Kupfer, tutti ambientati a Trieste e tutti incentrati sulla figura del commissario della locale Squadra Mobile, l’irascibile, insofferente, permaloso e… adiposo Ettore Benussi. Un uomo di sessant’anni, scrittore mancato e padre inadeguato di una ragazza problematica di diciotto anni. Che nella sua ultima indagine si era trovato costretto a lasciare spazio - pur facendo capolino di tanto in tanto sulla scena in quanto alle prese con giramenti di testa, nausee e ronzii - a due suoi allievi, gli ispettori Elettra Morin e Valerio Gargiulo, che dal “maestro hanno imparato una lezione impagabile: quella di non arrendersi mai”. 
Un escamotage per dare voce - complice il cambio di casacca - a una nuova protagonista, appunto l’ambiziosa Elettra Morin, che incontriamo nella sua prima indagine nel ruolo di commissario (Benussi lo ritroviamo invece soltanto in un cameo). Si tratta ovviamente dell’ultimo lavoro di Roberta De Falco, edito da Piemme e intitolato Sangue del mio sangue (pagg. 280, euro 17,90). 
Ma chi è, in realtà, la nuova protagonista? Una donna per certi versi “fragile, testarda, diffidente, che ama farsi sorprendere dalla vita”, tanto è vero che si è lasciata ammorbidire dalla storiella amorosa con il collega Gargiulo, un ragazzo napoletano solare e allegro. Ma anche in questo caso la paura di essere abbandonata le ha complicato la vita. 
Sì, perché lei era nata da una giovanissima ragazza che non l’aveva potuta tenere. Così era cresciuta fino ai sei anni in un Istituto di suore. E quando alla fine aveva trovato due nuovi genitori, ci aveva messo del tempo - solitaria e scontrosa qual era - per potersi fidare di loro. Lei che dopo aver bucato due volte il concorso per passare di grado finalmente ce l’ha fatta. Grazie alla sua tenacia, anche se non si aspettava (in realtà si è trattato di una opportunità che non è dipesa solo dai suoi meriti) di essere subito messa alla guida di una squadra a due passi da Trieste, ovvero a Monfalcone. 
Detto questo veniamo alla storia, imbastita su un incidente d’auto che, in realtà, nasconde un crimine efferato. Tematica peraltro non nuova, ma che l’autrice ha imbastito in maniera esemplare, non lasciando nulla al caso. 
La vicenda, proposta dall’autrice a mo’ di scatole cinesi, entra subito nel vivo sin dalle prime battute, quando l’ispettore Tania Tommasi (una donna affidabile e discreta) prova a cercare di capire come mai una macchina sia andata a sbattere contro il cancello di una delle rudimentali casette di Punta Sbobba, un gioiello di architettura spontanea - nonostante il poco suggestivo nome - raccolto intorno a un porticciolo rettangolare sulla foce dell’Isonzo. 
Ed è appunto il paesaggio - ci sia consentita la digressione - un altro dei protagonisti di Sangue del mio sangue, tanto da far precisare all’autrice: “Ci sono luoghi che mi avvolgono di pace e di stupore, come Villa Sbruglio a San Pietro d’Isonzo, che ho preso in prestito per la mia storia. Una villa che mi ha sedotto con la sua architettura scenografica…”.   
Ma torniamo al dunque, ovvero all’auto andata in fiamme con un cadavere carbonizzato al volante: quello di una donna, al cui orecchio brilla un piccolo diamante, unico indizio per poter risalire alla sua identità. A prima vista tutto lascia pensare a un incidente finito in tragedia, ma il commissario Elettra Morin - che ha una gran voglia di dimostrare a se stessa e alla squadra della Mobile di Monfalcone di essere all’altezza - non è disposta a credere nelle verità troppo scontate. Quando poi, a poche centinaia di metri, viene ritrovato un uomo nudo, ferito, che fugge da un’auto mezza sfasciata, e tutti pensano di avere in mano il colpevole, Elettra capisce di dover andare oltre le apparenze. 
Sta di fatto che la targa dell’auto porta la nostra poliziotta a un’antica villa patrizia circondata da un suggestivo giardino invaso dai rovi. Il proprietario, un anziano collezionista d’arte, e il figlio, legato sentimentalmente alla vittima, restano sconcertati per la morte della ragazza, una morte che fa riaffiorare il dolore per le tante tragedie cui hanno dovuto assistere tra quelle mura bellissime ma infernali. 
Sta di fatto che, dissotterrando il passato e cercando di svelare il presente, Elettra scoprirà che la villa nasconde molti più segreti di quanto i superstiti vogliano raccontare. E che il richiamo del sangue è più forte di qualunque arma... 


L’ultimo consiglio per gli acquisti lo dedichiamo a La vendetta di Oreste (Fazi - collana Darkside, pagg. 222, euro 16,00), un romanzo ancora una volta dedicato, da Giovanni Ricciardi, al suo personaggio di punta: il commissario Ottavio Ponzetti, che la “sua” Roma la vive intensamente. Una città che l’autore mette in scena nei luoghi che meglio conosce: quella dell’Esquilino, dove ha vissuto, o dei Parioli, dove ha lavorato. Ma anche in quella eterna del Tevere e dei luoghi che la attorniano. Il tutto a fronte di una scelta narrativa, arrivata intorno ai quarant’anni, che l’aveva portato a privilegiare il giallo in quanto gli sembrava la strada “più abbordabile per un esordiente”. Un tipo di narrativa - tiene inoltre a precisare -  che, “nel mio caso, si rifà a suggestioni, a storie che ho sentito raccontare, a persone che ho conosciuto e che faccio rivivere attraverso il filtro della fantasia”. 
Ricciardi, si diceva, professore di greco e latino in un liceo romano (“Fra i miei studenti ho lettori appassionati, ma anche critici severi: se così non fosse dovrei preoccuparmi...”), oltre che collaboratore del Venerdì di Repubblica. Il quale ci propone l’ennesimo appuntamento con quello che è stato definito il Maigret capitolino, ovvero il commissario Ponzetti, già protagonista dei romanzi, tutti pubblicati da Fazi, I gatti lo sapranno (Premio Belgioioso Giallo), Ci saranno altre voci, Il silenzio degli occhi (finalista del Fenice Europa), L’undicesima ora, Portami a ballare, Il dono delle lacrime (candidato al Premio Scerbanenco), La canzone del sangue e Gli occhi di Borges, uscito nel 2016. Fermo restando che le prime tre storie sono state peraltro raccolte in una antologia datata 2012 (collana Le Meraviglie), altre tre in una seconda nel 2015 e infine le ultime due sono uscite in abbinata nel 2018. 
Ma chi è Ponzetti? Un personaggio di mezza età, scontroso e accattivante al tempo stesso, colto e un po’ all’antica, spiritoso quanto basta, che questa volta troviamo impegnato - sempre affiancato dal fidato ispettore Mario Iannotta - in una indagine che allarga le sue maglie da Roma a Trieste e alla Slovenia. A fronte di una vicenda che lo porterà a confrontarsi con il dramma dell’esodo istriano e dei profughi giuliano-dalmati. Vicenda che si dipana intorno all’enigmatica figura di Oreste e nella quale vengono coinvolti anche i familiari del commissario il quale, come al solito, si racconta in prima persona. 
In buona sostanza, in un giallo “denso di indizi e interrogativi da sciogliere, a metà tra il poliziesco e la ricostruzione storica, Ponzetti darà finalmente voce al destino taciuto di un uomo, vittima di una tragedia collettiva, che per tutta la vita è rimasto legato a un passato lontano che lo ha persino privato del diritto alla memoria”. 
Sì, perché il vecchio Oreste - un geometra bravo e scrupoloso - ha un segreto che gli va stretto. Così poco prima di morire, dal suo letto d’ospedale, chiede di poter parlare con un amico di famiglia, appunto il commissario Ponzetti. Ma è troppo tardi, in quanto l’uomo morirà sotto i ferri portandosi via un’oscura verità. 
Dieci anni dopo Marco, figlio di Oreste e di professione giornalista, invita il commissario nell’appartamento dei suoi genitori per mostrargli gli oggetti che ha rinvenuto in una cassaforte e di cui nessuno era al corrente: in primis una pistola Tokarev senza sicura risalente alla Seconda guerra mondiale, perfettamente funzionante e senza due proiettili in canna (peraltro di natura più recente e chissà come Oreste se li era procurati…), nonché una lettera indirizzata a un misterioso Ulisse da parte di una donna. La scoperta, insieme ad altri dettagli, getta un’ombra scura sul passato dell’uomo, esule istriano giunto a Roma nel 1954, in fuga dalle terre passate alla Jugoslavia all’indomani della guerra e da un clima di intimidazione e violenza. Un’ombra che si nutre di un amore spezzato e una storia di vendetta. 
In sintesi: un romanzo accattivante, di piacevole lettura e ancora una volta ambientato - sia pure, come accennato, con alcune divagazioni al Nord - nella Capitale: una città violenta e intrigante, poetica e fantasiosa. Perché, come tempo fa ha avuto modo di annotare Marco Malvaldi, “c’è una Roma per turisti e c’è la Roma che vive, quella vera. E il modo migliore per capirla è quello di seguire il commissario Ponzetti”. 
Insomma, un  libro che merita attenzione, scritto da un autore ricco di inventiva che assicura di amare i classici (“In particolare quelli russi dell’Ottocento”) e i cui interessi risultano allargati alla narrativa contemporanea, con un particolare apprezzamento per Sandro Veronesi, Marcello Fois, il rimpianto Andrea Camilleri (“Il più grande di tutti i giallisti di oggi”) e Maurizio de Giovanni: sarà forse perché questo numero uno ha battezzato con il suo cognome il commissario di polizia che tiene banco in una serie di romanzi ambientati nella Napoli fascista degli anni Trenta? Ah, saperlo…

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