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In un’America profonda e struggente è in azione un personaggio fuori dalle regole: Jack Reacher

Torna a incantare con otto racconti il geniale Lee Child. Da non perdere anche le inquietanti storie firmate da Joe Hill e la Milano nera dipinta da Romano De Marco


23/12/2019

di Mauro Castelli


Se suggeriamo la lettura di un lavoro firmato da James R. Grant in molti storceranno il naso domandandosi chi possa essere. Stessa reazione se aggiungiamo che è inglese, che è nato a Coventry il 29 ottobre 1954, che a soli quattro anni si era accasato con la famiglia a Handsworth Wood, vicino a Birmingham. E qui, dopo aver frequentato la Cherry Orchard Primary School, si era iscritto alla King Edward’s School, dove hanno studiato autori del calibro di J.R.R. Tolkien ed Enoch Powell. Ma se aggiungiamo che dal 1998 vive negli Stati Uniti e che soprattutto il suo pseudonimo è Lee Child, beh, la musica cambia. In quanto sotto questo nom de plume (proclamato autore dell’anno 2019 dal British Book Award) si propone uno dei maggiori interpreti della narrativa d’azione, con oltre sessanta milioni di copie vendute in 95 Paesi. 
Lee Child, si diceva: dove Lee si rifà a una battuta di famiglia circa la storpiatura del nome con cui venne pubblicizzata negli Stati Uniti la Renault 5 (Le Car), mentre Child (che significa bambino) deriva dall’assonanza con i nomi di grandi autori come Raymond Chandler e Agatha Christie. A sua volta il protagonista dei suoi 24 libri - due dei quali ancora inediti in Italia (ovvero Past Tense e Blue Moon) - farebbe riferimento alla sua imponente statura. 
“Mentre avevo iniziato a scrivere il mio primo romanzo - ha avuto modo di ricordare - ero in un supermercato con mia moglie quando lei ironizzò, riferendosi appunto alla mia altezza: se questa cosa dello scrittore non dovesse funzionare potresti sempre fare il reacher in un supermercato. E io: Reacher? È un bel nome per il mio personaggio. E così sarebbe stato”. Un protagonista peraltro approdato due volte sul grande schermo ne La prova decisiva e Punto di non ritorno. Interpretato, in entrambi i casi, da Tom Cruise. 
Per farla breve, per i tipi della Longanesi, il suo editore italiano di riferimento, è arrivato da poco sugli scaffali delle nostre librerie una antologia di racconti intitolata Il mio nome è Jack Reacher (pagg. 218, euro 16,90), tutti inediti in Italia ad eccezione di Identità sconosciuta
Storie nelle quali Jack Reacher si propone alla stregua di “un lupo solitario, un cavaliere errante”. Ma soprattutto un ex militare, un uomo d’azione onesto, allergico però sia alla legge che alla giustizia degli altri, perché legge e giustizia ama gestirsele a modo suo. E la sua casa è un’America profonda e struggente: strade infinite che attraversano il nulla, diner al tramonto, piccoli motel fatiscenti, una moltitudine di individui con le loro storie di miseria e follia. 
Insomma, ancora una volta Reacher si propone alla stregua di una specie di eroe contemporaneo, protagonista di apprezzabili short stories nelle quali incarna in un modo tutto suo il sogno americano. E sono tanti i crimini, gli incidenti, i misteri con i quali si deve confrontare lungo il suo eterno girovagare… 
Accennato alle tematiche affrontate in questa raccolta, riportiamo alcune altre note sul privato dell’autore. Ricordando che Child - un autore benedetto da scrittori del calibro di Haruki Murakami e Stephen King - dopo aver terminati gli studi, a 23 anni, si era messo a collaborare con una televisione commerciale. Salvo trovarsi licenziato, da un giorno all’altro, a causa di una ristrutturazione aziendale o, più probabilmente, per via del suo scomodo ruolo di rappresentante sindacale. Era il 1996. 
Quel brutto colpo - come abbiamo già avuto modo di annotare - avrebbe però rappresentato la sua fortuna, in quanto lo avrebbe indotto, per rimettere insieme i cocci di una non facile situazione, a voltare pagina. Fu così che si mise a scrivere storie, dando alle stampe, nel giro di un anno, a Killing Floor (Zona pericolosa nella versione italiana), un lavoro baciato dal successo e supportato da una lunga serie di riconoscimenti in vari Paesi, Stati Uniti compresi. Con vendite corpose al seguito che lo avrebbero fatto diventare ricco… 


A seguire proponiamo un’altra antologia di racconti firmati da Joe Hill, uno dei più interessanti scrittori americani horror della sua generazione. Si tratta di tredici storie intitolate A tutto gas (Sperling & Kupfer, pagg. 440, euro 21,90), “piccoli capolavori in miniatura” che non mancheranno di catturare e intrigare gli amanti del genere. Tutti segnati da inquietudine, angoscia, brividi e pennellate di terrore. 
A onor del vero ricordiamo che soltanto tre di queste storie risultano totalmente inedite e che due - A tutto gas (Bikers) e Nell’erba alta (alla quale è ispirato l’omonimo film prodotto da Netflix) - sono state scritte a quattro mani con Stephen King, l’indiscusso maestro mondiale dell’horror fantastico. La qual cosa, peraltro, non deve stupire. In effetti Joe Hill, pseudonimo di Joseph Hillstrom King, è figlio di Tabitha Jane Spruce, scrittrice e fotografa, nonché - guarda caso - proprio del grande Stephen King. Il quale Joe, libro dopo libro, ha dimostrato a sua volta un innato talento nel raccontare storie al limite, ma a conti fatti credibili. 
Il tutto a fronte di una creatività che viaggia a debita distanza rispetto a quella paterna, puntando su tematiche e protagonisti che nulla hanno a che vedere con quelli messi in campo dal grande Stephen, il quale strada facendo - scusate se è poco - ha venduto la bellezza di 550 milioni di copie. 
Per la cronaca, questo figlio d’arte è nato il 4 giugno 1972, vale a dire due anni prima del debutto in libreria del padre, quando cioè la sua famiglia non se la passava certo bene dal punto di vista economico. E siccome, dopo aver deciso di seguire le orme del padre, non voleva essere apprezzato in quanto “figlio di”, optò per lo pseudonimo che ancora oggi si porta al seguito. Peraltro rivelando la propria identità soltanto dopo aver assaporato le luci della ribalta con lavori di peso come La scatola a forma di cartone e antologia di racconti Ghosts (pubblicata quando aveva già 33 anni). 
A seguire avrebbe consolidato il suo successo con La vendetta del diavolo (“tradotto” sul grande schermo come Horns, interpretato da Daniel Radcliffe), nonché con l’inquietante NOS4A2. Ritorno a Christmasland, diventato una serie televisiva. Lavori che hanno incassato diversi riconoscimenti internazionali, come il Bram Stocker e il British Fanmtasy Haward. 
Joe Hill, si diceva, che in una lunga introduzione alle storie contenute in A tutto gas si racconta a cuore aperto, attingendo dalla sua giovinezza, quando aveva avuto la fortuna di crescere non con uno ma con due scrittori in casa, soffermandosi sul comportamento del padre (“Lo costringevo, sino allo sfinimento, a leggermi e rileggermi un libro prima di dormire”). Quello stesso padre che avrebbe rappresentato “una fonte di ispirazione” senza mai costringerlo a crescere sotto il cono ingombrante della sua ombra. Ma raccontando anche dei passi a vuoto nella scrittura dei suoi primi romanzi (“In realtà facevano pena”), della sua passione per i fumetti “horror fuori di testa”, della decisione di puntare su uno pseudonimo per evitare appoggi non richiesti e via dicendo. 
Detto questo spunti di lettura sui contenuti della sua ultima antologia. Raccolta che parte da un inseguimento a tutto gas tra una banda di bikers e un camionista pazzo che si trasforma in una danza macabra nel deserto del Nevada; che prosegue con un fratello e una sorella che si addentrano in un campo di erba alta attirati dalle grida disperate di un bambino; che si confronta con una porticina che conduce in un mondo dove gli echi delle fiabe si tingono di sangue… Sì, perché la paura ha tanti volti in questi racconti, e leggerli è come spingersi in una galleria degli orrori che ci terrorizza e al tempo stesso ci coinvolge senza lasciarci una via di scampo. 
In buona sostanza queste “ipnotiche e inquietanti storie scavano nelle nostre fragilità nascoste, nei segreti che ci tormentano, nelle paure più profonde. Sono incubi che affondano le radici nella vita reale per assumere spesso connotati fantastici o soprannaturali; sono tredici imperdibili tappe di una odissea dark nei meandri più oscuri della mente umana”. 


In chiusura di rubrica diamo voce all’intrigante penna di Romano De Marco, nato a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti, il 6 ottobre 1965, la cui vita si dipana attualmente - da dirigente responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani - fra l’Abruzzo (Ortona a Mare), Modena e Milano. Lui che dopo essersi diplomato geometra, si era dedicato per un certo periodo al mondo dell’edilizia, per poi entrare in banca nel 1994 per concorso. “Fortunatamente due anni dopo sarebbe entrata in vigore la 626 e qualcuno - ironizza - se ne doveva occupare”. Così eccolo proporsi come responsabile della sicurezza della Banca Popolare dell’Emilia Romagna. 
Sulla falsariga di quanto tempo fa ha avuto modo di raccontarci, ricordiamo che in gioventù aveva praticato diversi sport (come il nuoto e le arti marziali, “ma mai seriamente”). Lui pronto ad assicurare che “nella vita non esistono scorciatoie, in quanto trovano spazio solo sangue, lacrime e sudore”; che la scrittura lo impegna, oltre che di notte, nei ritagli di tempo ovunque gli capiti (“In treno, in albergo, nelle pause pranzo…”). In buona sostanza un autore dal taglio rispettoso e al tempo stesso esigente: insomma, una pasta d’uomo a patto che non gli vengano toccate le persone care. 
Che altro? Un presente e un passato segnato da variegate passioni (cinema, serie Tv e collezionismo di giocattoli), ma soprattutto da un debole dichiarato per la lettura (“In primis Giuseppe Pontiggia, Raul Montanari, Maurizio de Giovanni, Italo Calvino, Franz Kafka, Bret Easton Ellis, Antonio Manzini e Marcello Fois”), lettura che l’aveva portato a farsi carico anche di un centinaio di libri all’anno, numero ora dimezzato per via dei molto impegni di lavoro. “Perché per scrivere - tiene a precisare - è fondamentale leggere. E ha ragione Raul Montanari quando afferma: Scrivere senza leggere è come pretendere amore senza essere disposti a darne”. 
Per la cronaca De Marco, da quest’anno anche direttore artistico del festival “Giallo di sera a Ortona”, aveva iniziato a scrivere tardi, debuttando nel 2009 con Ferro e fuoco, uscito nella collana Giallo Mondadori e poi riproposto tre primavere dopo da Pendragon. Quindi sarebbe stata la volta di Milano a mano armata (Premio Lomellina in Giallo), seguito da A casa del diavolo, da Morte di Luna e Io la troverò (entrambi finalisti del Premio Scerbanenco) e poi da Città di polvere e L’uomo di casa (cinque ristampe all’attivo, vincitore del Premio dei Lettori e a sua volta fra i papabili del Scerbanenco). 
Una penna affidabile e accattivante, la sua, che ora torna sugli scaffali con Nero a Milano (Piemme, pagg. 336, euro 17,50). Perché Milano è la città cui risulta più legato “sia per motivi di lavoro che per la presenza di parenti e amici”. Ed è sotto la Madonnina che rimette ancora una volta in pista il commissario Luca Betti (“Un personaggio al quale sono molto affezionato, dal momento che rappresenta una specie di mio alter ego…”) in abbinata a Marco Tanzi, un investigatore privato dell’Agenzia Antares. Due personaggi dalla vita privata complicata: il primo alle prese con una separazione e un rapporto conflittuale con la figlia; il secondo un detective dal passato burrascoso, con troppi ricordi ad angustiarlo, che peraltro cerca di “annegare” nel lavoro. Ma anche due amici legati da destini cinici e beffardi, che si ritroveranno a collaborare per riportare un po’ di luce in quello scenario milanese dominato da un cielo sempre più nero… 
Detto questo spazio alla sinossi, incentrata sulla scomparsa di un ragazzo di buona famiglia e su una strage in un quartiere di periferia dove, in una villetta abbandonata, vengono trovati due cadaveri carbonizzati. Sul duplice omicidio, almeno a prima vista, nessun indizio e nessun movente. Secondo logica narrativa, a cercare di sbrogliare questa intricata matassa viene chiamato il commissario Luca Betti, che sta attraversando uno dei periodi più complicati della sua vita. Ma non c’è tempo per i problemi personali: risolvere l’indagine è l’unica priorità che può dare uno scopo al suo presente e farlo sentire ancora vivo. 
E Marco Tanzi? Diventato un investigatore privato di successo sembra essersi lasciato alle spalle le tremende esperienze vissute negli ultimi anni, ma la realtà è ben diversa. Sta di fatto che, per sfuggire ai suoi fantasmi, accetta un caso che rischia di farlo ripiombare negli incubi del passato. Dovrà infatti rintracciare un giovanotto con problemi mentali, figlio di una coppia dell’alta borghesia cittadina, fuggito per andare a vivere fra i clochard. E quando uno spietato serial killer inizia a far strage di senzatetto a colpi di rasoio, la sua indagine si trasformerà in una drammatica corsa contro il tempo. 
Nemmeno a dirlo, in questo drammatico contesto le strade dei due amici ed ex colleghi torneranno a incrociarsi. Trovandosi, ancora una volta, davanti a passi dolorosi destinati a segnare per sempre le loro vite. 
Che dire: un lavoro che si legge che è un piacere (“Ritengo che si diventi un buon narratore quando ci si convince che la semplicità è un pregio, e io credo di essere sulla buona strada”), supportato da una trama ben congegnata e da personaggi, bollati dalla vita, che hanno un loro perché. Il tutto supportato da una costante tensione narrativa. Quella stessa che, a detta dell’autore, la contraddistingue.

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