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In viaggio con Giampaolo Pansa tra i vinti della guerra civile italiana

Che non sono solo neri, ma anche bianchi e rossi: un ulteriore scossone, all’insegna del ripensamento e dell’autocritica, alle più radicate convinzioni (secondo le quali chi vince non ha commesso peccato) che non mancherà di provocare polemiche


09/10/2017

di Mauro Castelli


I vinti della guerra civile italiana sono soltanto i neri, i fascisti della Repubblica sociale? Secondo quel piacevole bastian contrario di Giampaolo Pansa non è affatto così. In quanto, a seguito di una profonda riflessione maturata negli ultimi anni, fra gli sconfitti ha deciso di collocare anche i bianchi e soprattutto i rossi. Perché “hanno perso la vita i ribelli delle formazioni non soggette all’egemonia del Pci, uccisi da sicari che credevano compagni di lotta e non carnefici. Lo stesso è accaduto ad antifascisti cattolici e a socialisti che rifiutavano di sottomettersi ai comunisti. E non accettavano che la Resistenza diventasse l’alibi per imporre una dittatura rossa al posto di quella nera”.
Di certo, Il mio viaggio tra i vinti (Rizzoli, pagg. 326, euro 20,00), rappresenta un altro scossone alle più radicate convinzioni (quelle che predicano l’assunto che chi vince non ha peccato), a fronte di un lavoro che non mancherà di provocare polemiche. Com’è peraltro nello stile dell’autore, un personaggio scomodo che non le manda a dire e che, strada facendo, ha finito per essere messo in discussione sia dalla sinistra che dalla destra. Ma questo è il prezzo da pagare per chi, all’insegna della coerenza, non si inventa nulla nel raccontare la Storia.
Un esempio per tutti risale al 2003: ovvero alla sua presa di posizione sui partigiani con Il sangue dei vinti, una tematica che scatenò le ire della piazza per aver infangato la Resistenza. L’accusa? Quella di aver attinto quasi esclusivamente da fonti revisionistiche di parte fascista, quando invece, tiene a precisare, “le avevo utilizzate di diverso colore politico. La qual cosa, se da un lato mi ha procurato molti nemici, mi ha anche permesso di conoscere un’altra Italia, quella fascista”. Purtroppo “nel nostro Paese non si accettano forme di ripensamento e di autocritica, benché nessuna guerra si possa raccontare senza tener conto del punto di vista di entrambi i contendenti”. Risultato? Parecchi mal di pancia, ma anche la soddisfazione di aver venduto quasi un milione di copie (a fronte di un libro “che si vende ancora”) e l’aver incassato le scuse di qualcuno che lo aveva attaccato e che aveva poi cambiato idea (“Pansa è un autore - questa l’autocritica - che non si inventa nulla”).
Ma veniamo al dunque, ovvero a questo straordinario viaggio compiuto insieme ad Adele Grisendi (la sua nuova padrona, con la quale vive in un tranquillo paesino della Toscana). Un testo che si sviluppa all’insegna di una revisione dei fatti. Come dire che, ancora una volta, Pansa si avventura in quegli angoli del Paese dove i partigiani avevano mietuto vittime. Tornando nei luoghi dove si erano verificati eccidi considerati “buoni” dai più, perché compiuti in nome della Liberazione.
“I cosiddetti crimini rossi sono così narrati da Pansa attraverso le parole dei sopravvissuti e con nuove vicende, sconosciute ai più, come quella di Codevigo dove furono uccise circa cento persone e molte di loro non erano neppure fasciste. Da lì l’autore si sposta in altri piccoli centri per raccontare una storia in controtendenza, forte, difficile e contestata perché secondo lui in Italia nazismo e fascismo non sono stati sconfitti dalla Resistenza, ma in primis dagli alleati angloamericani”.
Una realtà che ovviamente non piace a molti, sebbene, per Pansa, sia meritevole di essere raccontata. Perché “la lotta partigiana è stata una guerra civile, un affare tra due minoranze, tra ragazzi di diciotto e vent’anni che si sono trovati in un conflitto bestiale. Il mio viaggio tra i vinti soverchia così la retorica resistenziale che accredita la ferocia soltanto ai fascisti e la attribuisce anche ai partigiani che hanno compiuto, nello stesso modo, eccidi e torture. E poi ci sono anche le donne vinte. Colpevoli soltanto di aver avuto un familiare fedele a Mussolini e alla sua Repubblica. Accusate e a torto di essere spie dei tedeschi e per questo umiliate, stuprate e uccise”.
Pansa, si diceva, che in questo suo nuovo libro non manca di regalare intriganti angolature vissute. Il terrore per i bombardamenti di Pippo, l’Aviatore solitario; la cattura degli ebrei destinati alle camere a gas naziste, attuata da poliziotti che tutti conoscevano e coperti dall’indifferenza dei cristiani; ma anche le signore scrutate con desiderio nella modisteria di sua madre, in altre parole i primi passi della sua educazione sentimentale. Insomma, un grande che non si lascia mancare nulla. Coinvolgendo e catturando l’attenzione del lettore.
Detto questo, alcune note sulla lunga quanto intensa vita di Giampaolo Pansa, nato a Casale Monferrato il primo ottobre 1935, con il ricordo ancora vivo di quando, da piccolo, faceva il chierichetto (“Fra l’altro accompagnavo il prete a benedire le case dei benestanti della cittadina con la speranza che le signore mi regalassero qualche soldino”). E a Casale il padre, inizialmente operaio, era diventato commesso per le poste centrali. Insomma, una famiglia come tante, che non si poteva permettere un’auto, ma i libri sì (“Quelli in casa non sono mai mancati”), e che si sarebbe sacrificata per farlo studiare. Risultato? Una laurea in Scienze politiche supportata da una tesi di 600 pagine sulla “Guerra partigiana tra Genova e il Po”, la qual cosa gli avrebbe fruttato nel 1960 la sua prima assunzione a La Stampa, passo iniziale di una lunga carriera che lo avrebbe portato, fra l’altro, a scrivere una sessantina di libri, a fronte di un pubblico di lettori fidelizzato sia di destra che di sinistra. Guadagandosi l’immagine di fustigatore non solo del mondo politico, ma anche di quello economico e sociale. Ma sempre muovendosi in punta di penna, una dote che soltanto i grandi scrittori si possono permettere.
Un bastian contrario, si diceva, che già da ragazzino voleva conoscere la rava e la fava, mettendo il naso dappertutto. Non può quindi stupire che strada facendo abbia voluto approfondire anche tematiche scomode. Tanto da farlo affermare: “Ritengo che in una società democratica, nata dalla vittoria contro una dittatura, tappare la bocca a chi ha perso significa contraddire un principio che tutti dovremmo avere caro: la superiorità del sistema liberale rispetto a qualunque regime autoritario, nero o rosso che sia”.  
D’altra parte se un bel giorno decidi di passare sull’altra sponda del fiume perché ti rendi conto che qualcosa non gira più per il verso giusto tutti ti aggrediscono. Ed è quel che successe a Pansa (anche se lui è pronto a smussare e a minimizzare) quando - dopo aver svolto a lungo un ruolo importante nei giornali del Gruppo editoriale L’Espresso (dove era stato fra i rappresentanti della linea editoriale vicina alla sinistra di opposizione, senza comunque risparmiare critiche al Partito Comunista Italiano) - decise di andarsene dopo che Rinaldi, il direttore de L’Espresso, si era ammalato ed era mancato, “rimpiazzato da numeri uno che non mi piacevano”.
Un passo indietro: dopo aver in iniziato la carriera, come accennato,
scrivendo sulle pagine de La Stampa (dando voce a servizi importanti, come quelli sul disastro del Vajont), Pansa si sarebbe accasato a Il Giorno di Italo Pietra. Quindi, dopo una breve parentesi come caporedattore del Messaggero (“Ma non era il mio mestiere”) si mise a scrivere per il Corriere della Sera, dando voce con Gaetano Scardocchia all’inchiesta che contribuì a far esplodere lo scandalo Lockheed. Da lì l’approdo a la Repubblica prima come inviato e poi come vicedirettore, dove rischiò la vita negli anni caldi del terrorismo.
“Cosa successe è presto detto. Complice un’influenza, Scalfari mi chiamò a Roma da Milano proprio il giorno prima di quello in cui le Brigate rosse volevano farmi fuori. Toccò invece, e purtroppo, a Walter Tobagi, in quanto i terroristi - come ha avuto modo di precisarci qualche tempo fa - pensarono mi fossi accorto di quanto stava succedendo. Ma non era vero. Semmai a salvarmi fu la fortuna. Sì, mi ritengo un uomo fortunato, anche se non credo alla fortuna o alla sfortuna e non sono superstizioso”.

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