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In viaggio con Luca Crovi nella “Storia dei giallo italiano”

Chi altri se non questo poliedrico autore, grande conoscitore della materia, poteva regalarci una così brillante cartografia dell’inferno del Novecento e del primo ventennio del Duemila?


19/10/2020

di MASSIMO MISTERO


“Credo che la realtà fatta di giustizie e ingiustizie, di atti eroici e azioni criminali abbia costituito nel tempo la robusta colonna vertebrale del giallo italiano, un genere che ha permesso agli autori di mostrare pregi e difetti del paese Italia, i suoi costumi e malcostumi”. Così Luca Crovi nel presentare, lui sublime cantore della materia, la sua Storia del giallo italiano (Marsilio, pagg. 508, euro 19,00), un genere nel quale si rispecchiano spaccati di vita altrimenti poco raccontabili (se non con il rischio di finire nei guai), oltre a fatti e misfatti del nostro quotidiano legati ai lati più oscuri della società. 
Ma esiste “una grammatica minima” legata alla storia del giallo tricolore? Prima no e ora sì, grazie a questo autore fuori dalle righe che sa come rapportarsi in maniera autorevole con una materia popolare e complessa al tempo stesso. Risultato? “Un appassionante viaggio attraverso trame, autori e personaggi che diventa il romanzo di una nazione” investigando sul passato e il presente dei nostri misteri. 
E lo ha fatto navigando a vista attraverso trame, autori e personaggi; puntando su brevi quanto efficaci capitoli tematici; raccontando come i nostri autori abbiano saputo declinare nel corso del tempo un genere che a lungo era stato visto come alieno al nostro panorama letterario. Se infatti “i capostipiti del giallo all’italiana risalgono alla metà del XIX secolo, la dignità del genere si è affermata nel Belpaese ben dopo che Mondadori gli aveva associato il colore che ancora oggi lo contraddistingue”. 
Il tutto a fronte di una inarrestabile corsa, che ha visto anche le più paludate case editrice scendere dal piedistallo e mettersi a pubblicare storie che parlano di fatti e fattacci, di morti ammazzati e di indagini poliziesche, di segreti e di serial killer, del rosso e del nero dell’Italia dei misteri. Fermo restando il livello narrativo, via via assurto a livelli di indubbio peso qualitativo. 
Così ecco Crovi divertirsi a parlare della diffusione del poliziesco, definito “la poesia della vita moderna”, nel nostro Paese; quindi prendere per mano il lettore presentando i protagonisti assoluti di questa scalata inarrestabile, rileggendone la storia “da un punto di vista inedito, utilizzandola come sensore delle aspirazioni e delle paure, dei sogni e dei peggiori incubi di un’intera nazione”. Con un merito al seguito: quello di offrire al lettore una storia ragionata, ma imbrigliata in una struttura di pesante assimilazione, ma regalando spaccati di vita in giallo di opere e autori, personaggi e contesti, di affascinante quanto piacevole lettura. Un lavoro nel quale le molte voci “Si inseguono e dialogano, annodate, argomento per argomento, al filo logico, apparentemente casuale, della memoria”. 
E per quanto riguarda i titoli di coda di questo viaggio attraverso la letteratura italiana della suspense? “Ho pensato che sarebbe stato molto bello farlo accompagnati da una serie di personaggi che hanno segnato profondamente l’immaginario dei lettori” ha tenuto a precisare l’autore. E così eccolo parlare del biologo Lorenzo La Marca, del detective privato Marco Buratti, del ristoratore Gigi Vianello, dell’avvocato Guido Guerrieri, del vicequestore Rocco Schiavone, della vendicatrice Milas Zago, del serpente a sonagli a due zampe Gorgio Pellegrini e via dicendo… 
Risultato? Una brillante cartografia dell’inferno del Novecento e del primo ventennio del Duemila, che si snoda dalla Milano di Augusto De Angelis a quella di Giorgio Scerbanenco, dalla Roma di Giancarlo De Cataldo alla Bologna del sergente Sarti Antonio di Loriano Macchiavelli. Passando dal boom degli anni Sessanta al grande successo di Andrea Camilleri, dai noir di Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Antonio Manzini e Maurizio de Giovanni ai legal thriller di Gianrico Carofiglio, fino ai gialli con humour di Marco Malvaldi e Francesco Recami, passando per i thriller di Giorgio Faletti e Donato Carrisi. 
Luca Crovi, si diceva. Un camaleontico autore capace come pochi altri di costruire “un percorso avvincente attraverso successi editoriali e repêchage di autori, più o meno noti, che hanno lasciato un segno nel panorama giallistico italiano e internazionale. Mettendo in rilievo differenze e analogie fra trame e personaggi, ambientazioni e schemi narrativi, storie e storiacce all’insegna del brivido. 
Sta di fatto che, “davanti a un universo narrativo che parla dei lettori e ai lettori, terrorizza e affascina nello stesso tempo perché sembra esorcizzare, con il rigore razionale di un’indagine brillante e intuitiva, la paura dell’ignoto, non si può fare a meno di chiedersi: è forse un caso che in tempi di feroce incertezza, come quelli che stiamo vivendo, il giallo sia ancora il genere più amato dagli italiani?”. Risposta affermativa, ci mancherebbe. 
Per la cronaca Luca Crovi è nato a Milano il 24 gennaio 1968, città dove ha frequentato il liceo (mettendosi di traverso anche con il suo preside) per poi laurearsi in Filosofia con specializzazione in Storia antica presso l’Università Cattolica. E sotto la Madonnina tuttora vive con la moglie Adelaide e i quattro figli Daniele, i gemelli Alice e Matteo, e Federica. 
Lui che aveva iniziato a lavorare per le case editrici Camunia e Garzanti (“Per la quale vendevo enciclopedie”), sin quando incontrai Tiziano Sclavi che mi volle alla Sergio Bonelli per occuparmi della collana Almanacchi. “Era il 1993 e da lì non mi sarei più mosso, salvo cambiare ruolo”. 
Lui che ha saputo allargare i suoi orizzonti alla carta stampata (“Ma non mi sono mai voluto iscrivere all’Ordine dei giornalisti”), proponendosi come critico musicale di livello. “La mia passione per la musica è infatti nota, per la disperazione di mia moglie che si deve confrontare con una casa invasa da cinquemila dischi e ventimila Cd, per non parlare dei libri. 
Che altro? Un uomo caratterialmente paziente (“Ma quando sbotto riesco a dare il peggio di me stesso”); che si pavoneggia per certi complimenti che gli vengono fatti (“Hai la voce giusta per raccontare storie”); portatore di un debole dichiarato per Giorgio Scerbanenco, “benché io venga dalla saggistica”; appassionato di cinema horror, di avventura e dall’immaginario forte; dotato di una parlantina inarrestabile, mai banale, che ti cattura e intontisce al tempo stesso. E queste sono soltanto briciole di una nostra recente intervista, grazie alla quale avremmo potuto scrivere una storia lunga sempre, ricca di curiosità su curiosità.   

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