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In viaggio fra i destini incrociati delle sette grandi famiglie, lungimiranti ma anche dall’indole sanguinaria, in lotta per il potere nell’Italia rinascimentale

Torna sugli scaffali Matteo Strukul per rendere omaggio alle dinastie che hanno lasciato un segno nella storia di Milano, Venezia, Roma, Firenze, Ferrara e Napoli. Fra intrighi, tradimenti, misteri, congiure e guerre di potere


04/11/2019

di Mauro Castelli


Sette famiglie, sette sovrani e sei città. Arriva sugli scaffali il romanzo storico Le sette dinastie (Newton Compton, pagg. 538, euro 9,90), il nuovo lavoro di Matteo Strukul, già autore della saga bestseller I Medici e vincitore del Premio Bancarella, che ci trasporta in punta di penna nell’Italia del XV secolo, un Paese governato da signori talvolta lungimiranti, ma bene e spesso assetati di potere e dall’indole sanguinaria. Un multi-storia raccontata per quadri, “il modo migliore - secondo l’autore - per consentire al lettore di conoscere al meglio il contesto narrativo e storico”. 
Ma come è nata l’idea di questo gratificante lavoro? A spiegarlo è lui stesso in una nota: “Mentre affrontavo la tetralogia dedicata ai Medici e il romanzo su Michelangelo mi chiedevo in quale modo avrei potuto, ancora, rendere omaggio al Rinascimento: desideravo infatti scrivere un’altra importante saga che potesse narrare le gesta delle dinastie che ne furono protagoniste assolute in quella che, di fatto, fu una grande, infinita lotta per il potere, durata cent’anni. L’idea di poter raccontare Milano, Venezia, Roma, Firenze, Ferrara e Napoli attraverso le proprie famiglie era un progetto terrificante e magnifico insieme”. 
Terrificante, tiene a precisare, “per la complessità; magnifico perché il secolo d’oro che va dalla battaglia di Maclodio al Sacco di Roma - dal 1427 al 1527 - mi avrebbe consentito di far incontrare ai lettori, già nel primo libro, personaggi straordinari come Filippo Maria Visconti, Alfonso il Magnanimo, Paolo Uccello, Bianca Maria Visconti, Francesco Sforza, Polissena Condulmer, Eugenio IV, Petrus Christus e tantissimi altri protagonisti di quel tempo. Ma avevo paura. Come affrontare una sfida simile? Come avere chiaro il susseguirsi degli eventi? In altre parole come catturare lo spirito di quell’epoca splendida e terribile?”. 
Fortuna ha voluto che ci sia stato Raffaello Avanzini, deus ex machina della Newton Compton, a dargli il suggerimento giusto, in altre parole consigliandogli una lettura che gli avrebbe consentito di avere un quadro il più possibile chiaro e completo di quel periodo. Ovvero La civiltà del Rinascimento in Italia dello studioso svizzero Jacob Burckhardt, un saggio che avrebbe rappresentato “la stella polare per questo suo nuovo lavoro”. Una lettura che se ne sarebbe portata al seguito una infinità di altre, tutte diligentemente riportate da Matteo Strukul nella sua nota. “E non poteva essere altrimenti”. 
Da qui un intrigante spaccato dell’Italia irrequieta e rissosa del XV secolo, governata da signori di variegata estrazione. Così a Milano incontreremo Filippo Maria, l’ultimo dei Visconti, che in assenza di figli maschi cerca di garantire la propria discendenza dando in sposa la giovanissima figlia a Francesco Sforza, promettente uomo d’arme. Un leader che in parallelo trama contro il nemico giurato, Venezia, tentando di corromperne il capitano generale, il conte di Carmagnola. Ma i Condulmer non temono gli attacchi: smascherano il complotto e riescono a imporre sul soglio di Pietro proprio un veneziano, che diverrà papa con il nome di Eugenio IV. 
Tuttavia il duca milanese troverà alleati anche a Roma: ovvero i rappresentanti della famiglia Colonna, ostili al papa che viene da Venezia e decisi a cacciarlo dalla città. Solo l’aiuto dei Medici riuscirà a scongiurare la morte del pontefice, costretto però a un esilio forzato a Firenze. E mentre nel Sud si fa sempre più cruenta la guerra tra angioini e aragonesi, il destino della penisola italica è sempre più avvolto nell’incertezza… 
In sintesi: un libro da non perdere Le sette dinastie, e per diverse buone ragioni. In primis perché è un romanzo ben strutturato quanto di intrigante e piacevole lettura; poi per la capacità di Strukul di coinvolgere il lettore catapultandolo indietro nel tempo e gratificandolo di una scrittura in bilico fra realtà e fantasia, condita di sorprendenti ricostruzioni storiche, intessute di misteri, tradimenti, congiure, intrighi e, ci mancherebbe, anche di guerre (che a quei tempi erano all’ordine del giorno); inoltre, visto che la classe non è acqua, per la sua capacità nel tratteggiare come si conviene personaggi, luoghi e fatti, tanto da indurre un numero uno come Joe R. Lansdale a incoronarlo come “una delle voci più importanti della nuova narrativa italiana”; infine per il prezzo regalo, in considerazione della lunghezza del testo e della copertina cartonata con sopracoperta a colori. E allora cosa aspettate ad andarlo ad acquistare? 
A margine di questa chiacchierata su Le sette dinastie, qualche nota di colore su Matteo Strukul, nato a Padova l’8 settembre 1973. Un autore che, nella vita, si propone all’insegna di “gingilli di vanità” (barba e capelli fuori misura, occhialini alla Silvio Pellico, orologio a catena su un panciotto vecchio stile), salvo poi sbalordire gli interlocutori per via di una parlantina che cattura e conquista. 
Che altro? Una laurea in Giurisprudenza conseguita a Padova, supportata da un dottorato di ricerca in Diritto europeo dei contratti presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia; il matrimonio con Silvia, con la quale attualmente vive tra Padova, Berlino (“Dove abbiamo acquistato un appartamentino nel quartiere beatnik”) e la Transilvania (“Una terra della quale mi sono innamorato andando a vedere un importante festival del cinema dopo aver scritto un romanzo legato ai cavalieri teutonici”). 
Quindi spazio - repetita iuvant - alla sua passione per la musica rock, per il cinema, per la birra e per l’hockey su ghiaccio, interesse quest’ultimo maturato da bambino quando aveva vissuto per due anni in Canada, dove il padre insegnava all’Università di Vancouver. 
E ancora: lui legatissimo alla scrittura e al mondo delle parole; lui capace di dare voce alla bellezza storica italiana, “sinora appannaggio del racconto degli stranieri”; lui pronto a far chiarezza su quel cognome veneto che arriva da lontano (“Si rifà a un ufficiale austro-ungarico, un avo le cui origini si perdono nel tempo”); lui che non si sente un leader, ma nemmeno un gregario; lui tradotto, o in corso di traduzione, in sedici lingue allargate a una trentina di Paesi. Insomma, un bel biglietto da visita, non c’è che dire.

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