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In viaggio nel Corno d'Africa dove c'è in ballo la leadership mediorientale

Il ricercatore Federico Donelli si addentra fra le motivazioni e gli interessi che ispirano la politica estera degli Stati della zona: Eritrea, Etiopia, Gibuti e Somalia


29/04/2019

di Giambattista Pepi


Il Corno d’Africa è una penisola dalla forma triangolare sul lato est del continente africano che si protende nell’Oceano Indiano e nel golfo di Aden. Un tempo sede del mitico Regno della potente e affascinante Regina di Saba, oggi questa sfortunata regione è conosciuta soprattutto per l’estrema povertà in cui vive gran parte della popolazione dei suoi Paesi (Eritrea, Etiopia, Gibuti e Somalia) e dell’instabilità politica che la caratterizza da molto tempo (guerre, rivolte, colpi di stato si sono susseguiti dalla fine della Seconda guerra mondiale). Tanto da occupare gli ultimi posti nella graduatoria mondiale dell’indice di sviluppo umano. 
Tra Ottocento e Novecento le maggiori potenze coloniali europee (Inghilterra e Francia) conquistarono le zone costiere del Corno d’Africa (che avevano una valenza strategica per i traffici commerciali via mare lungo la rotta che collega, attraverso il Canale di Suez,il Mar Mediterraneo con l’Oceano Indiano senza che le navi debbano circumnavigare l’Africa) mentre Etiopia, Somalia ed Eritrea sarebbero state conquistate nel 1936 da Benito Mussolini formando l’Africa orientale italiana (Aoi), ovvero l’impero tanto agognato dal Duce ed irrimediabilmente perduto pochi anni dopo. 
È in questo lembo martoriato dell’Africa che stanno esercitando la loro influenza gli Stati mediorientali della sponda Ovest del Mar Rosso impegnati in un confronto a tutto campo per assicurarsi la leadership nel Medio Oriente. Ma perché Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia sono sempre più attratte dal Corno d’Africa? Quali sono le motivazioni che spingono questi Paesi a stringere alleanze o a muovere conflitti con gli Stati dell’area finendo di fatto con il “mediorientalizzarla”? 
A queste e ad altre domande prova a rispondere Federico Donelli con il libro Le due sponde del Mar Rosso (Mondadori, pagg. 261, euro 19,00). 
Assegnista di ricerca al Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Genova e visiting fellow al Centro per i moderni studi turchi dell’Università Sehir di Istanbul dove insegna Politica estera comparata, l’autore indaga i processi politici che, soprattutto a partire dallo scoppio delle “primavere arabe” nel 2011, hanno caratterizzato l’area geopolitica che gravita attorno alle due sponde del Mar Rosso: il Corno d’Africa e il Medio Oriente. 
“L’ipotesi generale del libro - spiega nell’introduzione Giampiero Cama, docente dell’Università di Genova - è che il Medio Oriente abbia avviato un processo di “slittamento” verso ovest, tale da poter riconfigurare il Corno d’Africa come un nuovo sub-complesso mediorientale”. Ecco allora che si configura quello che nel saggio viene definito come nuovo “Grande Medio Oriente”. 
Uno scenario che si presta a una doppia chiave di lettura. In base alla prima, dietro il crescente interesse delle potenze mediorientali per il Corno d’Africa vi sarebbe la compartecipazione di motivazioni legate alla sfera domestica dei singoli stati e fattori strutturali alla configurazione del sistema regionale e internazionale. La seconda chiave di lettura ipotizza che il crescente attivismo degli attori mediorientali nel Corno abbia condotto non solo all’allargamento e all’intensificazione della spirale conflittuale tra i paesi del Medio Oriente, ma ad una sua “esportazione” verso gli attori locali di questa regione africana. 
Questioni geopolitiche, appartenenze confessionali, competizione per le risorse, opportunità d’investimento e crisi umanitarie dovute ai cambiamenti climatici costituiscono i fattori che stanno alimentando questo processo di egemonizzazione del Corno d’Africa facendola diventare parte integrante la regione mediorientale. I tre grandi assi mediorientali (l’asse arabo, l’asse sciita e l’asse turco-qatariota) sono impegnati in una lotta senza quartiere nel tentativo di aggiudicarsi risorse e alleanze politiche nell’area di cui stiamo parlando. 
Tutto questo sta portando inesorabilmente a una militarizzazione del Mar Rosso e ad un confronto-scontro tra i player regionali che rischia di accrescere l’instabilità politica dell’area, generare nuovi conflitti e rendere vani i tentativi dei paesi del Corno d’Africa di affrancarsi dalla miseria attraverso politiche economiche fondate sulla valorizzazione delle loro risorse materiali e umane.

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