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Incappata per caso in un "cold case" sono guai per la detective Erika Foster

Terzo appuntamento sugli scaffali con la genialità dell’inglese Robert Bryndza. Riflettori puntati anche su Alex Connor e Rocco Ballacchino


21/01/2019

di Mauro Castelli


Non capita tutti i giorni che un autore debutti nel segno del bestseller, facendosi tradurre in ventotto Paesi e vendendo oltre due milioni e mezzo di copie nel giro di un paio d’anni. È successo invece all’inglese Robert Bryndza con La donna di ghiaccio, un thriller imbastito sul ritrovamento di un cadavere sotto una spessa lastra di ghiaccio in un parco di Londra, successo bissato a tambur battente con La vittima perfetta, romanzo incentrato sull’omicidio di un dottore single, soffocato nel suo letto; un modus operandi ben presto replicato dall’assassino, ovviamente un serial killer. In entrambi i casi, a indagare, è la detective Erika Foster, una donna tosta quanto determinata, disposta a mettere a rischio il suo lavoro e la sua incolumità pur di arrivare alla verità. 
Erika Foster che viene rimessa in scena, sempre per i tipi della Newton Compton, ne La ragazza nell’acqua (pagg. 378, euro 12,00, traduzione di Beatrice Messineo), un lavoro suggestivo e coinvolgente che si rifà a un caso difficilissimo costellato di bugie, segreti e suspense, dove nulla è quello che sembra. Fermo restando, visto che il ferro va battuto sin che è caldo, l’arrivo a tamburo battente sugli scaffali inglesi anche del quarto, quinto e sesto appuntamento della serie, intitolati - rispettivamente - Last Breath, Cold Blood e Deadly Secrets. Tre lavori dei quali - c’è da ritenere - la casa editrice che fa capo a Raffaello Avanzini si farà certamente carico vista la calda accoglienza che i lettori italiani hanno riservato a questo autore. 
Per la cronaca Robert Bryndza - la cui scrittura è stata benedetta fra gli altri da un certo Jeffery Deaver - attualmente vive in Slovacchia con suo marito Ján (sarà per questo che ha saputo amalgamare, con raffinata perizia, la creatività maschile alla sensibilità femminile?) e con due cani al seguito di nome Ricky e Lola (“La più indisciplinata dei due”). Allietato peraltro dalla presenza di sua suocera Vierka, che “compare sempre con un piatto di pollo fritto quando batto la fiacca con gli ultimi capitoli di un libro”.
Un autore poliedrico, con briciole di sceneggiature al seguito, che ha dato alle stampe anche cinque romantiche commedie (la prima delle quali pubblicata senza grandi riscontri nel 2012), tutte incentrate sulla figura di Coco Pinchard. “Un personaggio - annota l’autore - che amerebbe teneramente strangolare sua suocera Ethel e farla franca. Ma purtroppo in questi libri - ironizza - non ci sono morti ammazzati”. 
Ma allora come si concilia la sua vena thrilleresca con quella della commedia? “Semplice. Perché amo ridere, vedere il lato divertente delle situazioni. La qual cosa mi ha aiutato nei momenti più difficili della mia vita. Anche se far sorridere rappresenta un complicato e difficile punto d’arrivo. Fermo restando che risulto gratificato anche nel regalare una buona dose di spavento…”. Dipenderà da questo modo di vedere la vita lo sbocciare del suo doppio filone narrativo? 
Un’ultima annotazione: Bryndza, una vera e propria macchina da guerra in termini creativi (“Dal 2011 scrivo in media tre libri all’anno, anche se incomincio a rendermi conto che è forse giunto il momento di togliere il piede dall’acceleratore”), ha già annunciato di stare lavorando a una nuova serie poliziesca incentrata su una profiler forense, battezzata Kate Marshall; assicurando, tuttavia, di non avere alcuna intenzione di mettere definitivamente a riposo la sua riuscita Erika Foster. Quindi i suoi tanti supporter possono stare tranquilli. 
E visto che anche noi possiamo stare tranquilli, vediamo in quale fattaccio risulta impegolata questa volta la nostra detective. Erika ha appena ricevuto una soffiata - segnalazione per certi versi di routine al comando di polizia - che le indica il luogo in cui è nascosta la prova per sventare un grosso traffico di droga. Seppure sospettosa, ordina la perquisizione di una cava in disuso alla periferia di Londra. Quello che non si aspetta è che, scavando nel fango, oltre alla droga, venga ritrovato un piccolo scheletro, subito identificato. Si tratta di Jessica Collins, la bambina scomparsa all’età di soli sette anni, e lì sepolta da due losche figure - come da graffiante prologo - alle tre di una buia e umida notte dell’autunno 1990. “Con il fagotto che conteneva la bambina ad affondare rapidamente nell’acqua trainato dai pesi. E lì avrebbe riposato, immobile e indisturbata, per molti anni, quasi in pace. Ma sopra di lei, sulla terra asciutta, l’incubo era solo agli inizi…”. 
Il fattaccio suscitò un vero e proprio vespaio mediatico, ma il mistero della scomparsa di Jessica non venne mai risolto. Sta di fatto che, cominciando a indagare grazie alle nuove prove, Erika si addentrerà in un caso difficilissimo, in un costante alternarsi fra passato e presente. Inoltre dovrà fare i conti con i segreti della famiglia Collins, i rimorsi del detective divorato dal senso di colpa per non aver ritrovato Jessica, ma anche un altro omicidio avvenuto vicino alla cava dell’orrore. Ma chi può essere a conoscenza della la verità? E perché qualcuno non vuole che il caso venga finalmente chiuso? 
Che dire: la storia non manca di lasciare senza fiato il lettore, imbrigliato in una morbosa curiosità che non lo abbandonerà dalla prima all’ultima pagina; i personaggi, ben caratterizzati, sono di quelli che lasciano il segno; le ambientazioni, mai esagerate eppure si propongono di robusto impatto; la narrazione, pronta a giocare a rimpiattino con l’orrore al femminile (“Stavo nuotando a tre metri di profondità con zero visibilità e a un certo punto ho sfiorato con le mani un paio di caviglie, ho tastato più su e c’erano le gambe. Era praticamente in piedi sul fondale…”). Insomma, un libro, e un autore, per fare le ore piccole.

Proseguiamo. Arriva dall’Inghilterra anche un’altra penna di livello, specializzata in thriller e romanzi storici ambientati nel mondo dell’arte: quella di Alex (Alexandra) Connor, che attualmente vive a Brighton, nel Sussex, e che negli ultimi anni ha lasciato il segno nella narrativa di settore. Un’autrice particolarmente apprezzata in Italia, che prima di sfondare in libreria si era data da fare come modella, come assistente personale di un chirurgo cardiaco, come esperta in una galleria d’arte e anche come pittrice. In altre parole, quando tratta certi argomenti, sa di cosa sta parlando. All’insegna di una personale abilità nel miscelare presente e passato, il mondo dell’arte con quello dell’azione, la fantasia con la realtà. 
Ma anche un’autrice - come abbiamo già avuto modo di sottolineare - capace di riscrivere la storia all’insegna di ricostruzioni accurate e inaspettati colpi di scena, giocando a rimpiattino fra i segreti, veri o inventati poco importa, della storia dell’arte. Lei che, dopo aver esordito nel 2011 con Il segreto di Rembrandt, ha dato alle stampe, in rapida successione, a una serie di altri lavori legati alla vita di celebri pennelli, come quelli di Hogarth, Tiziano, Goya, Bosch… 
Successi di caratura internazionale - con Il dipinto maledetto si è ad esempio aggiudicata il Premio Roma per la narrativa straniera - che hanno trovato il loro sbocco vincente nella serie dedicata a Michelangelo Merisi da Caravaggio, un artista tanto geniale quanto irascibile, ombroso quanto sfrontato, caratterialmente eccessivo, in perenne fuga dai suoi sbagli. Basti pensare che era stato cacciato dalla famiglia, ancora adolescente, in quanto accusato di omicidio. Quindi il suo girovagare per l’Italia: da Milano a Roma, alle prese con ricchi committenti e spietati criminali, frequentando puttane e potenti, arrivando sugli altari per poi riprecipitare nella polvere. 
E a lui Alex Connor ha voluto dedicare una trilogia, partita da Caravaggio enigma, seguita da Maledizione Caravaggio e ora, giocando per interposta persona (un escomatage a beneficio delle vendite, anche se forse non era necessario), con Eredità Caravaggio (Newton Compton, pagg. 330, euro 12,00, traduzione di Tessa Bernardi), romanzo nel quale l’autrice dà voce alla storia di Artemisia Gentileschi, la pupilla portatrice di uno straordinario talento che Michelangelo Merigi aveva subito intuito. Una donna peraltro fuori dal coro, “coraggiosa e brillante, geniale quanto osteggiata, ferita ma vittoriosa”. 
Una donna che si era rivelata artista prodigiosa sin da giovane. Seppure pesantemente segnata dalla vita: quando aveva soltanto diciassette anni (era nata a Roma l’8 luglio 1593) venne infatti stuprata da Agostino Tassi, colui che avrebbe dovuto proteggerla, prendersi cura di lei. 
Superando le convenzioni dell’epoca, che certe cose le volevano relegate nel silenzio, Artemisia aveva invece alzato la voce (“Vi mostrerò ciò che è in grado di fare una donna”) decidendo di portare la questione davanti a un tribunale. Orazio Gentileschi, suo padre, acconsentì a esami medici, invasivi quanto mortificanti, perché si accertasse che la ragazza stava dicendo la verità. Tassi venne dichiarato colpevole, ma il papa lo perdonò. E la reputazione di Artemisia fu rovinata. 
Nonostante venisse pubblicamente considerata alla stregua di una prostituta, costretta a sposare un pittore mediocre per sfuggire alle dicerie di Roma, Artemisia non dimenticò Caravaggio, colui che aveva creduto nel suo giovane talento. E così sfidò i suoi detrattori fino a diventare la prima donna ammessa all’Accademia di Arte del Disegno di Firenze e a ricevere commissioni da Cosimo II e persino da Carlo I d’Inghilterra.
Per la cronaca, la storia raccontata da Alex Connor è in parte basata sui contenuti di quattro taccuini che, alla morte di Artemisia il 31 gennaio 1653 (o 1654, non è ancora chiaro), furono ereditati dalla figlia Prudenzia, per poi andare persi durante un trasloco via mare da Genova alla Sicilia. Come tornassero alla luce, ai nostri giorni, nella galleria romana di Massimo Luca rimane un mistero. Sta di fatto che una volta ereditati da Cornelia Stein, cognata di De Luca, vennero pubblicati - secondo una nota dell’autrice - prima in Inghilterra, poi in Italia e infine nel resto del mondo. 
Alla fine Artemisia Gentileschi avrebbe ottenuto la fama e il rispetto per i quali aveva lottato tanto strenuamente e tanto a lungo. E fra i molti artisti suoi rivali, sarebbe stata lei a essere riconosciuta come la vera erede di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Seppure pagando lo scotto di due malelingue contemporanee, che l’avevano bollata come sgualdrina, nonché della scomparsa della sua pietra tombale dalla chiesa di Napoli dove era stata sepolta. Lapide peraltro mai ritrovata.

Dall’Inghilterra all’Italia, narrativamente parlando, il passo è breve. Anche se i contenuti, portati avanti all’insegna del noir e di tutt’altra farina impastati, risultano pur sempre di piacevole quanto intrigante lettura. Stiamo parlando de Il codice binario (Fratelli Frilli, pagg. 218, euro 12,90), storia legata a una nuova indagine portata avanti da una coppia distante anni luce, anche se tutto sommato credibile. Quella composta dal commissario Sergio Crema e dal critico cinematografico Mario Bernardini. 
Coppia uscita dalla penna di Rocco Ballacchino, scrittore e sceneggiatore, nato a Torino nel luglio 1972: una città a lui cara, dove si è laureato in Scienze della comunicazione con una tesi in Semiologia del cinema sul personaggio di Totò nell’Italia del dopoguerra e dove si è fra l’altro proposto come uno dei fondatori del collettivo di scrittori ToriNoir. 
E appunto il cinema, il teatro e, soprattutto, la scrittura hanno rappresentato e tuttora rappresentano le sue più robuste passioni. A fronte di un esordio legato ad alcuni racconti pubblicati fra il 2001 e il 2002 su antologie e riviste per giovani autori, cui avrebbe fatto seguito - dopo aver contribuito, con altre quattordici penne, alla scrittura del romanzo intitolato Giallo aperto e aver curato la sceneggiatura di un paio di cortometraggi - il debutto da solista con Crisantemi a Ferragosto, bissato con Appello mortale e rafforzato con Favola Nera (scritto a quattro mani con Andrea Monticone). Una terna di storie edite da Il Punto. 
A partire dal gennaio 2013 la sua casa di riferimento sarebbe diventata la Fratelli Frilli di Genova, con la quale avrebbe dato alle stampe Trappola a Porta Nuova. Quindi, fra il 2014 e il 2018, avrebbe fatto debuttare la coppia Crema-Bernardini ne la Scena del crimine, per poi riproporla in Trama imperfetta, Torino obiettivo finale, Tredici giorni a Natale e, buon ultimo, Il codice binario
Che altro? Strada facendo Ballacchino non ha mancato di concedersi interessanti divagazioni, come la commedia teatrale Operazione Marito Infedele, portata in scena da Maria Grazia Alfarone e Alberto Pisano per la regia di Alex Curina”; l’e-book Le sette vite del capitano dedicato al calciatore Alessandro Del Piero, nonché la curatela della collana di gialli per ragazzi “I Frillini”, per la quale ha anche pubblicato I gemelli Misteri e l’invasione zombie
Detto questo, spazio alla trama del suo ultimo lavoro, appunto Il codice binario, dove incontriamo la nostra strana coppia pronta a raffrontarsi con momenti difficili: il critico cinematografico Bernardini - a seguito di un conflitto a fuoco in cui era rimasto coinvolto alcuni mesi prima, beccandosi un proiettile destinato al commissario Crema - si trova purtroppo ad affrontare il futuro su una sedia a rotelle. Fortuna vuole che sia supportato, nonostante il suo pessimo carattere, da una compagna, Luisa, che gli vuole bene e che intende stargli vicino. A patto però che la smetta di giocare al detective. Ovviamente lui promette, ma i buoni propositi, come si sa, hanno le gambe corte. Come le bugie. 
Così, quando arriverà un nuovo omicidio a bussare alla sua porta non si tirerà indietro, anche perché si tratta di un caso apparentemente già risolto. Gabriele Balestri, un amministratore di condominio, è stato infatti assassinato, in un’afosa sera di luglio, all’interno del suo ufficio da un potenziale colpevole. Tutto troppo scontato anche per la bella vedova, che vuole invece conoscere la verità in quanto non crede a una sentenza già scritta, in cui i pregiudizi si trasformano, anche a causa del fascinoso magistrato Giulia Bonamico, in giudizi. 
In effetti si è venuti a conoscenza che la vittima, poco prima della sua morte, aveva litigato con un operaio rumeno, non proprio uno stinco di santo, che non era stato pagato a causa di un lavoro mal eseguito. L’uomo si dichiara innocente, ma tutte le prove sono contro di lui. E siccome due più due fanno quattro… 
Dietro le insistenze della vedova, i nostri due investigatori continueranno quindi a darsi da fare, scoprendo che tutti i protagonisti di questa brutta storia hanno qualcosa da nascondere. Per questo Crema e Bernardini si muoveranno tra Torino e Genova alla ricerca di una verità in grado di collegare i segreti del passato al sangue del presente. Entrambi ostaggi di un’esistenza governata da un codice binario (al lettore il compito di scoprirne il reale significato) dove ogni singola scelta può rivelarsi, nel bene o nel male, quella decisiva. 
Come si sarà capito, in questo romanzo le donne, e il loro civettuolo ascendente, hanno un ruolo importante. Il tutto inquadrato in una storia ben raccontata, peraltro supportata da ambientazioni accurate, oltre che sorretta da frasi brevissime (la qual cosa agevola la lettura). Fermo restando un gradevole ritmo narrativo.

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