Share |

Incubi, sospetti e segreti confidati: tanti modi per distruggere una vita

Dal debutto vincente dell’inglese Cass Green alla genialità di Joe R. Lansdale, dall’inventiva di Paola Varalli a un Basil Thomson d’annata


29/01/2018

di Mauro Castelli


Dopo aver lavorato per diversi anni come giornalista, dando voce in parallelo a quattro romanzi per ragazzi, l’inglese Caroline Green ha deciso di voltare pagina, debuttando nella narrativa per adulti sotto il nome rivisitato di Cass Green. E lo ha fatto con il thriller L’amica sbagliata (Piemme, pagg. 316, euro 18,50, traduzione di Cristina Ingiardi), un lavoro positivamente accolto sia dalla critica che dal pubblico dei lettori, forte di una trama che si dipana sul dirompente sentiero di certi segreti che, se confidati alla persona sbagliata, possono finire per distruggere la vita. 
In altre parole rapportandosi con una specie di gioco a rimpiattino fra incubi e sospetti, che alla fine arriverà a una inevitabile resa dei conti. E ovviamente, visto il successo ottenuto nel 2016 con questo romanzo, nel giro di un anno è arrivato il bis. Il titolo? In a Cottage in a Wood. I contenuti? A loro volta supportati da un serrato taglio psicologico. 
Cass Green, si diceva, che stando alle sue note si propone alla stregua di una inguaribile ricercatrice di consensi, pronta a riservare palate d’affetto verso i propri collaborativi familiari: l’adorata sorella Helenanne, il meraviglioso cognato Pete, il rimpianto padre George al quale è dedicato questo libro (“È sempre stato un tale fan della mia scrittura che era come avere a disposizione il budget pubblicitario di tutti i migliori editori messi assieme”) e, nemmeno a ricordarlo, l’adorabile marito e i due brillanti figli, ovvero Pete, Joe e Harry. Lei che quando non sta scrivendo (“Una passione che mi aveva contagiato quand’ero ancora bambina, sorretta dal piacere di inventare storie”) ama leggere e ancora leggere, ma anche passeggiare con il suo cane, un labrador color cioccolato di nome Monty. 
Ma veniamo a briciole di trama de L’amica sbagliata, un lavoro che è stato al vertice di tutte le classifiche di vendita inglesi, che è stato tradotto o è in corso di traduzione in diversi Paesi e che si rapporta a un semplice interrogativo: a chi puoi chiedere aiuto quando hai troppi segreti? Fermo restando, se decidi di confidarli a qualcuno, di assicurati di scegliere la persona giusta. E chi meglio di una buona vicina di casa potrebbe proporsi come la controparte ideale per far parte del tuo passato? 
Tutto succede a ridosso di due case. “Melissa ed Hester abitano infatti l’una accanto all’altra da diversi anni: Hester è stata quasi una nonna per la figlia di Melissa, e negli anni si sono sempre date tutto l’aiuto possibile. O, almeno, così la pensa lei. Vedova, sola se non per la compagnia del suo cane, Hester osserva la vita di Melissa, e si sente tagliata fuori ora che la giovane vicina sembra non avere più bisogno di lei. Ora che la vita scintillante che conduce sembra averle fatto dimenticare la vecchia amica. Così, quando Hester, spiando, scopre che Melissa sta organizzando una festa e non l’ha invitata, non riesce a crederci. Si sente come se Melissa avesse deciso di cancellarla dalla faccia della terra, e decide che non può più andare avanti così. Deve fare qualcosa. Qualcosa per far tornare a fiorire la loro vecchia amicizia. Deve trovare il modo per farsi invitare alla festa. Così, tutto sarà risolto. Le cose torneranno come prima. O, forse, verranno a galla altre cose. Cose che sarebbe stato meglio lasciare sepolte... Perché quando hai confessato a qualcuno i tuoi peggiori segreti, non te ne libererai mai più”. 
Che dire: un lavoro che, pur nella sua semplicità (fra le righe affiorano infatti i fondamentali legati alla scrittura per ragazzi), riesce a catturare e a far riflettere. A fronte di una storia giocata sul niente, ma che tuttavia, pagina dopo pagina, finisce per intrigare e coinvolgere grazie a un buon ritmo narrativo e al supporto di personaggi ben tratteggiati. Figure della porta accanto pronte a muoversi in un contesto dove “le menzogne scivolano fuori dalle labbra, lisce come l’olio”. Fra fitte di panico e un gran bisogno di nascondersi.  

Dall’Inghilterra agli Stati Uniti, quando si tratta di nella narrativa, il passo è breve. Così eccoci a proporre un fuoriclasse di settore a stelle e strisce, arrivato sui nostri scaffali per i tipi della Einaudi, il suo editore italiano di riferimento, con Bastardi in salsa rossa (pagg. 284, euro 18,50, traduzione di Luca Briasco). Una storia che beneficia di una scrittura che scorre via come l’acqua di un torrente in piena, irriverente quanto brutale, in ogni caso condita di una buona dose di inventiva e certamente distante anni luce dagli stereotipi della produzione di settore. Forte peraltro di una caratura espressiva che ti azzanna sin dalle prime battute (Mi stavo ancora riprendendo dal fatto di essere morto e, lasciatemelo dire, si trattava di un ritorno in piena regola. Sono morto due volte in ospedale dopo essere stato accoltellato, e l’ultima cosa che ricordo prima del risveglio dalla morte è che Leonard era lì, a ingozzarsi di biscotti, mentre attendeva che mi riprendessi) e che va avanti così, senza concedere tregue, costringendo chi legge ai tempi supplementari per vedere come la storia andrà a finire. 
Di chi stiamo parlando? Del prolifico quanto geniale Joe R. Lansdale - dove quella R puntata sta per Richard in abbinata, come da anagrafe, ad Harold - tornato sulla breccia con un lavoro incentrato per la decima volta sui bizzarri quanto collaudati investigatori Hap Collins e Leonard Pine, alle prese con un omicidio a sfondo sessuale che minaccia di far esplodere il finimondo razziale in una cittadina dell’East Texas. 
In altre parole, ancora una volta, Lansdale (autore di una marea di romanzi - tre dei quali, dedicati alla serie Mark Stone, firmati con lo pseudonimo di Jack Buchanan -, di due trilogie, duecento e passa racconti, diverse storie a fumetti, non pochi lavori horror, nonché testi per la televisione e sceneggiature per il cinema) si addentra fra le pieghe di un Paese “dove la violenza è una moneta di scambio pericolosamente diffusa”. E lo fa dando voce a un canovaccio intriso di dialoghi dirompenti, di colpi di scena a ripetizione, ma soprattutto infarcito di personaggi che lasciano il segno, ferma restando “una vicinanza alla realtà forse più stretta di quanto si possa immaginare”. 
In scena, come accennato, incontriamo Hap e Leo che, alle soglie di una lunga carriera, “sembrano ormai aver rinunciato a cambiare il mondo. Il primo si è infatti appena ripreso da una brutta ferita da coltello; il secondo pare più interessato a esplorare l’universo degli incontri online che a gettarsi a capofitto in una nuova indagine. Ma quando Louise Elton, bellicosa donna di colore, chiede loro di fare chiarezza sull’assassinio del figlio, capiscono che è arrivato il momento di rientrare nella mischia. Studente brillante, destinato a un futuro diverso, Jamar aveva cominciato a investigare sul poliziotto che insidiava la sorella minore, per poi restare coinvolto in una vicenda di sbirri corrotti e combattimenti tra cani, a un passo da una verità che minaccia di lacerare la cittadina texana dove si è consumato il delitto”. 
Una fortunata saga, quella di Hap e Leo, nata per caso: “Volevo dare voce a un romanzo criminale e mi trovai ad avere un contatto con la casa editrice newyorkese Bantam Books. Così nel 1990 scrissi praticamente di getto Una stagione selvaggia, prendendo spunto, per la costruzione del personaggio di Hap, dalle mie abitudini personali in abbinata ad alcune passate esperienze lavorative. Per contro Leonard è saltato fuori strada facendo e la loro amicizia mi ha irretito. E anche se quella prima storia non l’avevo pensata per loro, decisi di lasciarli fare…”. 
Che altro? Lansdale è nato a Gladewater, in Texas, il 28 ottobre 1951, salvo poi accasarsi con la famiglia, quand’era ancora un ragazzino, nella vicina Nacogdoches (cittadina dove tuttora vive con la moglie Karen, a sua volta scrittrice, e i due figli Keith e Kasey). E lì apprese dal padre i primi rudimenti di boxe e wrestling, in seguito supportati da corsi di judo, tanto “per sapersi difendere nel caso servisse”. Lui lettore accanito di libri di ogni genere, dotato di una robusta passione per i fumetti e i B-movie, oltre che per tutto quel che può essere definito letteratura pulp
Una penna che aveva debuttato a ventun anni quando scrisse, a quattro mani con la madre, un apprezzato articolo di argomento botanico. La qual cosa lo spinse a dedicarsi ai racconti, peraltro svolgendo - per mantenersi - diversi lavori. Al romanzo sarebbe invece arrivato nel 1980 con Act of Love: un libro accolto favorevolmente sia dai critici che dai lettori. Ragion per cui, l’anno successivo, decise di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, spaziando dal gotico alla fantascienza, dalla satira sociale alla narrativa per ragazzi, dal noir (spesso caratterizzato da una forte connotazione violenta) alle storie western. Insomma, variazioni a largo raggio che rappresentano la sua specialità e che finiscono per trovare il gradimento di una platea quanto mai allargata di lettori in chissà quanti Paesi. Lavori peraltro tradotti a più riprese per il piccolo e grande schermo.  

Proseguiamo con un lavoro della promettente Paola Varalli, nata a Somma Lombardo (in provincia di Varese), anche se da tempo vive e lavora come architetto a Milano nel settore degli allestimenti per fiere e mostre: una garbata presenza, la sua, nella narrativa di settore, legata a Incroci obbligati, un romanzo che nel 2005 si era aggiudicato il concorso “Delitti d’autore”, ma rimasto inedito. A seguire - ferma restando la spassosa raccolta di diari di viaggio e trekking In giro (pubblicata dall’editrice Lulu) - altri riconoscimenti se li sarebbe portati a casa con diversi racconti dall’intrigante taglio. 
Lei che si propone lettrice a largo raggio (fra i suoi autori preferiti Simenon e Carofiglio, Amado e Izzo, Camilleri e Marquez, Bartezzaghi e Mankell, Baricco ed Hemingway ); lei che adora la vela e i cavalli, la montagna e il cioccolato; lei che per contro odia le cozze e i nervetti, la trippa e gli intercalari ossessivi; lei che è ora approdata all’editrice Fratelli Frilli di Genova, con la quale ha pubblicato appunto Incroci obbligati (pagg. 168, euro 12,90), ambientato sotto la Madonnina e interpretato dalle investigatrici per caso Mirella Bonetti e Anita Valli. Una strana coppia - gran bellona la prima, l’altra fissata per l’orto in cortile nonché pronta a tirarsela un pochino - che finirà per conquistare le simpatie dei lettori. 
Come spesso succede in campo narrativo gli autori concedono molto del loro privato ai protagonisti dei loro romanzi. Non stupisce quindi che Mirella si nutra della professione della sua creatrice e Anita delle sue passioni. In altre parole Mirella si occupa, in qualità di architetto, di ristrutturazioni. E sarà proprio lei che, essendosi recata in Comune per il disbrigo di una domanda di concessione, incrocerà il cadavere del geometra Aldo Diotiaiuti, una persona dall’aria per bene fatta fuori con un tagliacarte nel suo ufficio. Da non credere, visto che la Milano da bere non è certo quella del Bronx o di Chicago ai tempi dei famigerati gangster di origine italiana. 
Ovviamente Mirella avvertirà subito la polizia, anche se non mancherà di far partecipe del fattaccio l’amica Anita, con la quale scenderà in campo per un’indagine parallela a quella ufficiale (portata avanti dal vicequestore Giorgio Santini) dopo essersi resa conto che tra i progetti vagliati dal geometra (buonanima) ce n’era uno che presentava strane caratteristiche. A completamento del quadro, ricordiamo che le due donne “vivono a Musocco, vicino a via Gallarate e al cimitero Maggiore, dove hanno ristrutturato un vecchio edificio industriale e lo hanno trasformato nelle loro residenze”. 
Sta di fatto che Mirella e Anita si metteranno in pista, aggirandosi su un vecchio furgone per Milano e dintorni, dove le impareremo a conoscere per il loro linguaggio disinvolto e la passione per gli immancabili bianchini. Loro così imprudenti da cacciarsi nei guai, infilandosi in un paio di situazioni pericolose che terranno il lettore con il fiato sospeso. Ovviamente divagando a destra e a manca: in buona sostanza mettendosi a indagare “su gioielli antichi e orefici senza scrupoli, cercando di decifrare messaggi criptati e intervistando anziane signore dallo sguardo e dai ricordi limpidi come l’acqua. A un certo punto, però, scopriranno la pista giusta e questo potrebbe costare loro caro…”. 
Il giudizio? Un noir dal taglio popolare che, pur portandosi al seguito alcuni peccati veniali dal punto di vista narrativo, si lascia comunque piacevolmente leggere. E questo è già un buon inizio.  

Cher altro? Concludiamo la nostra selezione di novità con un suggerimento d’annata, proposto dalla Elliot, marchio di Lit Edizioni. Stiamo parlando di Un misterioso incidente (pagg. 190, euro 17,50, traduzione di Lorenza Gambini), romanzo scritto nel 1933 dall’inglese Basil (Home) Thomson, nato a Oxford il 21 aprile 1861 (suo padre William in seguito sarebbe diventato arcivescovo di York) e morto il 26 marzo1939. 
Una figura segnata da una vita altalenante: fra il 1881 e il 1882, alle prese con un periodo di depressione, era infatti emigrato negli Stati Uniti dove aveva lavorato come contadino nello Iowa. Ma, l’anno successivo, il matrimonio con la ricca Grace Webber gli avrebbe assicurato un futuro senza troppi problemi. Diventando ufficiale dell’intelligence britannica, ufficiale di polizia, amministratore coloniale alle Fiji, sino a farsi carico della direzione del Cid di Scotland Yard per otto anni (sarebbe stato lui, ad esempio, a interrogare la famosa ballerina olandese Mata Hari, alias Margaretha Geertruida Zelle, poi giustiziata dai francesi per spionaggio). 
Cariche di rilievo peraltro abbinate a qualche passo falso: come quando, nel dicembre 1925, venne arrestato ad Hide Park per atti contrari alla pubblica decenza con una donna. Si difese inventandone di ogni colore e se la cavò con una multa di cinque sterline. 
Ovviamente a interessare il lettore è soprattutto la sua vena creativa, supportata dalle esperienze vissute in ambienti ricchi di spunti per narrare storie gialle. Come appunto nel caso di Un misterioso incidente, primo romanzo di una serie di successo in cui vengono svelati, crimine dopo crimine, i retroscena investigativi della polizia più famosa del mondo, con i suoi meccanismi perfetti ma anche con diverse falle nel sistema. Fermo restando che le sue variegate vicende di vita avrebbero fatto da scudo al successo della sua produzione letteraria, relegandola ingiustamente in una posizione di retroguardia. Anche se dopo la sua morte sarebbe stata riabilitata, garantendogli il posto che gli era dovuto, oltre a rivalutare la figura del giovane quanto ambizioso poliziotto P.C. Richardson. 
La cui prima indagine, in una Londra che si propone come un fertile terreno per l’emergente malavita criminale, parte da uno strano incidente mentre è in servizio su Baker Street, dove un uomo anziano viene investito per poi morire prima di arrivare in ospedale. Il non facile compito di avvertire la moglie (brusca e ciarliera secondo i vicini) spetta ovviamente a Richardson, che quando arriva nel negozio gestito dall’uomo trova la donna strangolata. Per scovare il colpevole, o i colpevoli, viene coinvolta tutta la squadra del dipartimento investigativo di Scotland Yard. Insomma, un lavoro di gruppo più che di un singolo. 
In altre parole Richardson, pur restando protagonista (beneficerà infatti di congratulazioni ufficiali da parte del suo superiore), non si propone come il punto di riferimento della storia, anche se risulta la figura trainante per conoscere da vicino l’ambiente investigativo. Per contro, a tenere alta l’attenzione del lettore, sarà in particolare il susseguirsi delle ipotesi inquisitive e degli interrogatori degli ambigui protagonisti del caso.

(riproduzione riservata)