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Per l'ex ufficiale Jeack Reacher c'è una sola legge, una sola giustizia: la sua

Torna in scena l’intrigante personaggio creato da Lee Child. Luci della ribalta anche sullo scozzese Alan Parks e sulla statunitense Linda Castillo


29/07/2019

di Mauro Castelli


Cavallo vincente non si cambia. Così, ancora una volta, il britannico Lee Child - geniale interprete del romanzo d’azione, proclamato “miglior autore del 2019” dal British Book Awards nonché benedetto come “miglior scrittore contemporaneo di narrativa crime” da Haruki Murakami - ha puntato ancora una volta sul suo personaggio principe, Jack Reacher, un uomo d’azione allergico sia alla legge che alla giustizia degli altri, perché legge e giustizia ama gestirsele a modo suo. 
Ex ufficiale della polizia militare statunitense Reacher, dopo aver lasciato l’esercito, aveva deciso di mettersi a vagabondare attraverso gli Stati Uniti, libero dai vincoli e dai condizionamenti del “sistema”. Una specie di cavaliere solitario di altri tempi, senza un passato e forse senza nemmeno un futuro, duro come pochi, ma dotato di un innato senso della giustizia. Un uomo in ogni caso disposto ad aiutare i più deboli e a correre in soccorso degli amici. Per poi riprendere il suo cammino senza meta al termine di ogni avventura. 
Storie, ci mancherebbe, infiocchettate con colpi di scena, trovate, intrighi, vendette, complotti e segreti, delle quali Longanesi (il suo editore italiano di riferimento) propone ora Inarrestabile (pagg. 368, euro 19,50, traduzione di Adria Tissoni). Storie che hanno toccato quota 24, se si tiene conto anche di un ultimo inedito per l’Italia, ovvero Past Pense, che - c’è da scommettersi - non mancherà di arrivare presto nelle nostre librerie. 
Lee Child, si diceva. Una penna magica tradotta in quasi cento Paesi dove ha venduto, andando a spanne, 60 o 70 milioni di copie; una penna capace di intrigare, dote che non è da tutti, all’insegna della semplicità. Nutrendo le sue trame, semplici quanto complesse, di azione e suspense, di intrecci ben congegnati e di finali inaspettati, oltre che di processi investigativi di prim’ordine. Il tutto a fronte di una robusta padronanza delle parole e dei mezzi espressivi. 
Qualità messe nuovamente in mostra nel romanzo Inarrestabile, dove incontriamo Jack Reacher intento a visitare una piccola cittadina del Wisconsin. E sarà qui che il nostro antieroe noterà, all’interno della vetrina di un banco di pegni, un anello commemorativo di una classe di liceo: West Point 2005. Un anno difficile per diplomarsi: a tenere banco c’era infatti la guerra in Iraq e, a ridosso, anche quella dell’Afganistan. 
L’anello è piccolo, da donna, e al suo interno presenta delle iniziali incise. E Reacher non manca di chiedersi quali sfortunate circostanze l’abbiano portata a rinunciare a qualcosa per cui aveva dovuto lavorare quattro duri anni. Logico quindi, conoscendo il personaggio, che si metta in testa di scoprirlo, cercando di ritrovare la donna per poterle restituire l’anello. In fin dei conti “perché mai non dovrebbe?”. 
Ha inizio così “un estenuante viaggio che lo porterà attraverso il Midwest, passando da un bar malfamato nella parte deprimente di una cittadina a un sudicio incrocio nel mezzo del nulla, incontrando lungo il percorso motociclisti, poliziotti, delinquenti, scagnozzi e un investigatore privato specializzato in casi di persone scomparse, peraltro vestito in giacca e cravatta pur trovandosi nella parte più sperduta del Wyoming”. 
Ma più Reacher indaga e più inizia a capire, più la vicenda si fa pericolosa. In effetti, secondo logica narrativa, “l’anello si proporrà come la punta dell’iceberg di una storia ben più oscura. Con forze potenti a fare la guardia a un vastissimo impero criminale. Fermi restando i limiti che è meglio non tentare di superare. Ma anche sfidare Jack Reacher non è mai una buona idea...”. 
Detto del libro, ovviamente di piacevole lettura, mirino puntato sull’autore. Ricordando che dietro lo pseudonimo di Lee Child si nasconde James R. Grant (cognome che si è invece tenuto stretto il fratello minore Andrew, a sua volta romanziere), nato a Coventry il 29 ottobre 1954, il quale a soli quattro anni si era accasato con la famiglia a Handsworth Wood, vicino a Birmingham. E qui, dopo aver frequentato la Cherry Orchard Primary School di Handsworth Wood, si sarebbe iscritto alla King Edward’s School, che vanta tra i suoi allievi numeri uno come J.R.R. Tolkien ed Enoch Powell. 
A seguire l’iscrizione alla facoltà di legge della Sheffield University, pur non avendo alcuna intenzione di dedicarsi alla professione legale. Terminati gli studi, a 23 anni si sarebbe infatti messo a lavorare come autore in una televisione commerciale. Sin quando, da un giorno all’altro, si trovò licenziato a causa di una ristrutturazione aziendale o, più probabilmente, per via del suo scomodo ruolo di rappresentante sindacale. 
Quel brutto colpo, datato 1996, avrebbe però rappresentato la sua fortuna, in quanto lo avrebbe indotto - per rimettere insieme i cocci di una non facile situazione - a voltare pagina. Fu così che si mise a scrivere storie, dando alle stampe, nel giro di un anno, Killing Floor (Zona pericolosa nella versione italiana), un lavoro baciato dal successo e supportato da una lunga serie di riconoscimenti in vari Paesi, Stati Uniti compresi. La qual cosa lo avrebbe portato a trasferirsi a New York nel 1998, dove tuttora vive. 


Voltiamo libro. Altro personaggio che ha un suo perché è quello dell’ispettore Harry McCoy, frutto dell’inventiva dello scozzese Alan Parks, che vive e lavora a Glasgow. Il quale, dopo aver bazzicato per oltre vent’anni nel mondo della musica, aveva deciso di dedicarsi alla narrativa. Beneficiando di un debutto osannato dalla critica con Gennaio di sangue, un lavoro incentrato “sulla vita di un uomo inseguito da demoni più che mai reali nel cuore nerissimo di una città che non lascia scampo, dove ogni speranza di redenzione sembra destinata a sprofondare nelle acque gelide del Clyde”. Il tutto segnato da una scrittura ruvida, dannatamente coinvolgente, che si addentra nel mondo impietoso del crimine senza fare sconti a chicchessia. 
Una scrittura che si rifà al genere Tartan, quel modo per descrivere storie di ordinaria criminalità legate a un territorio particolare come quello scozzese; storie che si nutrono di ambientazioni cupe ma raccontate in maniera leggera. Questo termine, per chi non lo sapesse, risulta mutuato da uno dei libri di Ian Rankin, che James Ellroy in copertina definì “Il Re del Tartan Noir”. Una specie di gioco delle parti -  nostro giudizio - per vendere più libri in Scozia e dintorni. 
Sta di fatto - tornando al dunque - che dopo gennaio, il citato Gennaio di sangue, l’autore ha aperto la sua inventiva al mese successivo con Il figlio di febbraio (Bompiani, pagg. 416, euro 18,00, traduzione di Marco Drago), un raffinato quanto graffiante noir che si propone al lettore come intrattenimento puro, un concentrato di emozioni imbastito su un drammatico quanto enigmatico caso: la morte violenta di Charlie Jackson, astro nascente del calcio scozzese. E ovviamente a tenere la scena sono ancora una volta le strade malfamate di Glasgow, dove la violenza è all’ordine del giorno. 
Ed è qui che un serial killer - ossessionato da Elaine, figlia ribelle, capricciosa e sensuale del gangster locale Jake Scoble - ha ucciso brutalmente il fidanzato della ragazza, incidendogli sul petto un macabro messaggio: Bye Bye. Del caso dovrà occuparsi l’ispettore Harry McCoy (nome probabilmente rubato, o forse no, a un attore e sceneggiatore statunitense morto nel 1937), una via di mezzo - è stato scritto - fra Rust Cohle, protagonista disincantato e nichilista della serie televisiva True Detective, e David Mills, prima guida di Seven
Un uomo cinico che al rientro in servizio dopo un breve congedo si trova ad affrontare non solo i propri demoni, ma anche quelli degli altri, in un gioco teso e disperato che rischia di essergli fatale. In città sono infatti sbarcate nuove droghe, che portano un nuovo tipo di violenza in una società già marcia e corrotta di suo. Risultato? Una scia di morti che non sembra fermarsi. E “il passato di McCoy torna prepotente, rimbalza da un ritaglio di giornale, evoca ricordi terribili, chiede una resa dei conti che non si può più rimandare...”.

A questo punto note dedicate al romanzo L’anima del male (Piemme, pagg. 316, euro 14,90, traduzione di Rachele Salerno) firmato dall’americana Linda Castillo, una bella signora dagli occhi chiari che incantano nata in una fattoria nell’Ohio (“Il paesino più vicino era Itacha, 79 abitanti in tutto”). E nell’Ohio avrebbe ambientato le trame di tutti i suoi lavori. Storie peraltro apprezzate sia dalla critica che dal pubblico, a partire dalla serie legata a Kate Burkholder, capo della polizia di Paonters Mill, una cittadina sprofondata nelle campagne dove i segreti - sussurrati di bocca in bocca - trovano il loro luogo ideale per lievitare
Forse perché nella vita degli amish (una comunità religiosa nata in Svizzera nel Cinquecento e stabilitasi negli Stati Uniti nel Settecento) il tempo sembra essersi fermato: niente corrente elettrica ma lampade a olio, niente macchine ma calessi trainati dai cavalli, niente passatempi ma tanta preghiera, niente grilli per la testa ma tanta obbedienza. Eppure, visto che tutto il mondo è paese, anche qui le pecore nere non mancano… 
Insomma, un contesto fuori dal mondo, dove certe cose accadono ma non devono essere dette ad alta voce. Mai. E lo sa bene Kate - a suo tempo amish lei stessa prima che la sua vita cambiasse radicalmente dopo essere scampata alla morte per puro miracolo - come le cose vanno dalle sue parti. Perché qui a volte i silenzi generano mostri, la verità si nasconde sotto la cenere e ne possono succedere di tutti i colori. 
Oltre tutto per il comandante Burkholder il passato forse non è un capitolo chiuso, anche se non crede troppo nelle ferite aperte. Specialmente adesso che la sua vita sembra finalmente aver imboccato il binario giusto. È per questo che, sfidando il silenzio e la nota ritrosia della “sua” comunità, è decisa a venire a capo della morte di Daniel Gingerich, diciotto anni, bruciato vivo nel rogo di un fienile. Daniel era un ragazzo devoto e gran lavoratore. E la sua morte appare come un crudele scherzo del destino. Ma Kate sospetta che non ci sia nulla di accidentale nella sua atroce fine. Decide così di indagare, scavando tra le bugie, i legami, il passato di quelli che lo conoscevano, arrivando a scoprire inaspettati lati oscuri della sua vita. E di chi, nonostante tutto, ne sta proteggendo il ricordo. 
Che dire? Un thriller ben orchestrato che intreccia la suspense ai colpi di scena; un lavoro che gioca a rimpiattino fra false piste, congetture e rivelazioni; una storia complessa e profonda gestita come si conviene da una autrice maestra nell’arte del raccontare: non a caso è considerata una fra le maggiori stelle americane della narrativa di settore. 
Per la cronaca, Linda Castillo era sbarcata in Italia due anni fa per i tipi della Fanucci, che ne aveva pubblicato il libro d’esordio, Costretta al silenzio, finalista al prestigioso Rita Award, un lavoro che sarebbe stato “travasato” anche in un film interpretato da Neve Campbell. 
Linda che ha lavorato una dozzina di anni in una azienda commerciale (“Essendo una ragazza concreta, mi rendevo conto che non potevo vivere di sogni”), alternando gli impegni d’ufficio con corsi di scrittura, una passione che aveva iniziato a coltivare quando aveva tredici anni e aveva imbastito il suo primo romanzo, del quale conserva ancora il manoscritto; lei che soltanto al quarto libro, dopo molti cortesi rifiuti, sarebbe riuscita a sbarcare vincente sugli scaffali (“Era il 1999”); lei  che ha optato per la narrativa di genere in quanto affascinata dalla contrapposizione fra il bene e il male; lei che è cresciuta assieme al suo personaggio, proprio come “succede alle persone reali. E se all’inizio Kate era spigolosa e dura, strada facendo ha lasciato trapelare una certa vulnerabilità”. 
E ancora: lei che in questi giorni è arrivata nuovamente nelle librerie americane con Shamed, romanzo forse già opzionato dalla Piemme e imbastito sull’omicidio di una nonna amish in una fattoria abbandonata, mentre una sua nipotina di sette anni viene rapita…; lei che oggi vive in Texas con il marito, un gatto, alcuni cani e due cavalli Appaloosa (“Adoro infatti cavalcare, ma mi piace anche fare trakking e giardinaggio, fermo restando un debole dichiarato per la lettura”). 
E questo è quanto. Alla prossima.

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