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Intrigo in Vaticano: ma chi è l’uomo dai mille volti che ha ucciso il Papa per conto di un cardinale che gli vuole fare le scarpe?

Un’altra dissacrante prova per Patrick Fogli, vincitore del Premio Scerbanenco 2018: un ingegnere elettronico, disponibile quanto ironicamente garbato, prestato con successo alla narrativa. Capace di imbastire una thriller al limite, eppure credibile. E al riguardo ci precisa che…


09/01/2020

di Mauro Castelli


Garbato, accattivante quanto riservato (“Tendo a parlare soltanto quando ho qualcosa da dire”); un autore razionale, sia nella vita che nella scrittura (“Anche se le storie che invento però non lo sono”); una penna appassionata di musica e di cinema, con un sogno nel cassetto (“Realizzare una serie televisiva”), oltre che dannatamente abile nel coniugare la sua professione - è laureato in Ingegneria elettronica - con la narrativa (“Niente di strano, sono sullo stesso piano di un dirigente d’azienda che gioca a calcetto con gli amici”). 
Ma anche un primo della classe capace di minimizzare il suo ruolo di scrittore all’insegna dell’ironia affermando: “Adoro i libri di Don DeLillo, ma ogni volta che ne leggo uno mi rendo conto che non facciamo lo stesso mestiere e mi chiedo perché mai continui a scrivere… E di questo voglio che se ne rendano conto - che cioè raccontare non è da tutti - i partecipanti ai corsi di scrittura creativa che tengo a Bologna”. 
Stiamo parlando di Patrick Fogli (“Patrick perché i miei genitori volevano un nome straniero. E così sarebbe stato anche se avessero avuto una femmina”), nato nel capoluogo emiliano il 15 aprile 1971, ma accasato da una decina di anni (“Fatico a riconoscere la città dove sono stato ragazzo e dove ho studiato”) nella frazioncina di un Comune di quattromila abitanti sull’Appennino, a mezz’ora di macchina da Reggio Emilia. “Dove abito con la mia compagna e un gatto trovatello non più giovanissimo, di nome Otto, che è diventato il vero padrone di casa e che faccio fatica a considerare un animale”. 
Lui con un passato da tennista di un certo livello (“Ho smesso di giocare alla fine del secolo scorso quando mi frantumai un ginocchio. Un peccato, anche perché mi piaceva molto insegnare ai bambini”); lui che aveva iniziato ad apprezzare la scrittura ai tempi del liceo, scrittura che sarebbe diventata in seguito una delle sue due grandi passioni assieme al lavoro (“Ritengo infatti, in un Paese dove sono in pochi a leggere, che i proventi dei libri abbiano bisogno di una rinforzino: per questo ho dato vita a Bologna, in compagnia di due soci, a una società informatica attiva in tutto quello che trova spazio nell’online”). 
Lui che nel 2018 si era aggiudicato il Premio Scerbanenco - mettendo in fila numeri uno del calibro di Maurizio de Giovanni, Giorgia Lepre, Ilaria Tuti e Piergiorgio Pulixi - con A chi appartiene la notte, romanzo nel quale aveva dato voce a un luogo, Pietra di Bismantova, a un protagonista che muore, Filippo, a una protagonista che vive, Irene, e a un terzo (quarto?) incomodo: il “dubbio”, che è poi il vero motore immobile della storia. 
Insomma, un autore che viaggia lontano anni luce dalla superficialità; che non ha un gran feeling per la mondanità; che ha pochi amici veri (“Si contano sulle dita di una mano”); che nei suoi lavori (“La scrittura, come le persone, tende e mutare con il passare degli anni”) ama parlare di quello che vede e che non sente raccontare. In particolare “delle crepe e dei lati in ombra del mondo in cui si vive e di quello in cui si potrebbe presto vivere”. 
Con una precisazione al seguito: “Ho scritto della strage di Bologna e della morte di Paolo Borsellino, ma anche di traffico di bambini, di pedofilia, del problema dell’amianto. Ho cercato di penetrare nella zona in chiaroscuro a metà strada fra desiderio e possibilità, volontà e rimpianto, magari attingendo dal passato che non si racconta, troppo occupati come siamo a farci carico di un presente che non riusciamo a decifrare”. 
Patrick Fogli, si diceva, che ora è tornato sugli scaffali con Il Signore delle maschere (Mondadori, pagg. 346, euro 19,00), un thriller multilivello (“Per me una connotazione inusuale, e tale lo volevo proporre sin dalle prime pagine”) nel quale “mi diverto a raccontare - con invidiabile abilità, aggiungiamo noi - le nostre paure e le nostre disillusioni, ma anche la tensione legata al cambiamento. Per non parlare dell’aspirazione a diventare padroni di quel destino che nessuno deve scegliere per noi”. Di fatto, tiene ad annotare, si tratta di “un romanzo sull’identità, peraltro di non facilissima lettura, su cosa caratterizza la vita di una persona”. 
A tenere la scena, come da sinossi, c’è un uomo dai mille volti (ma in realtà senza un volto), un assassino in cerca di una vendetta diventata negli anni un’ossessione, così abile da riuscire a infiltrarsi in Vaticano e a uccidere il Papa per conto di un cardinale che vuole prenderne il posto. Nessuno sa il suo nome: nei rapporti dei Servizi Segreti è stato semplicemente battezzato Caronte per quel suo vezzo di lasciare in tasca alle vittime un’antica moneta: il prezzo che, secondo la mitologia, l’anima doveva pagare per poter attraversare il fiume che divide il mondo dei vivi da quello dei morti. 
Tirate le somme potremmo etichettare Caronte come una specie di “terrorista etico”, un uomo che ha subìto un danno e che se ne porta dietro (dolorosamente?) le conseguenze. Un tipaccio privo di identità, slegato da se stesso, tanto da doverne indossare sempre di nuove. “Potrebbe essere - sostiene Fogli - il vostro vicino di casa, il tizio che incrociate alla cassa del supermercato, il fattorino che consegna un pacco, l’uomo che cerca di sedurvi in un locale. Potrebbe essere biondo o bruno, calvo o riccioluto, italiano o francese, colto o grezzo, timido o deciso. Potreste averlo sognato o desiderato. Potrebbe essere l’uomo più pericoloso del mondo che cerca un nuovo percorso. Ma si può cambiare vita se non cambiano noi stessi?”. 
A darsi da fare, nella storia, c’è però anche una donna che poche fortunate persone possono incontrare: si chiama Arianna ed è il primo anello di un’organizzazione segreta che offre a innocenti infelici la possibilità di chiudere con la propria vita e rinascere altrove con una nuova identità e un nuovo passato. Per non parlare di Laura, una docente universitaria di Letteratura, schiva e solitaria, che ogni studente teme, ma che in realtà nessuno conosce davvero. 
“Perché Laura è un iceberg, e di sé mostra solo la punta. Un iceberg che affiora da un mare gelato e quando la incontriamo per la prima volta deve capire come affrontare la tempesta senza rimanerne travolta. E affrontare la tempesta significa come prima cosa guardare in faccia a se stessa, ai suoi desideri, alle sue azioni, al suo passato”. D’altra parte è lei la pedina che potrebbe portare alla cattura di Caronte. “Perché forse si conoscono, perché forse vorrebbero entrambi che l’altro morisse, perché forse, per restare vivi, hanno bisogno che altri muoiano…”. 
Per farla breve: all’apparenza non potrebbero esserci - a fronte di tematiche allargate, peraltro anche di stretta attualità - individui più distanti tra loro. E invece Caronte, Arianna e Laura, “come in un labirinto di trame intrecciate, tessono reti parallele che a un certo punto, sfidando qualsiasi legge naturale, finiranno per incontrarsi in un rapporto a maglie strette”. E a scoprire come sia possibile questo ambiguo legame sarà l’Antiterrorismo, che da anni cerca invano di catturare l’inafferrabile assassino. 
In realtà nemmeno gli “addetti ai lavori” immaginano quanto Caronte sia vicino, né tanto meno chi sia destinato a finire intrappolato nella pericolosa tela che sta tessendo: perché “il signore delle maschere” è a caccia di vendetta ed è deciso a usare ognuno dei suoi mille volti - e a uccidere - pur di dissipare i fantasmi che infestano i suoi incubi. 
In sintesi: sorretto da un prologo che brucia come le fiamme dell’inferno e da una scrittura che non lascia nulla al caso, questo romanzo si propone alla stregua di un corteggiamento al mistero, una storia “sulle identità che stanno dentro ciascuno di noi, spesso plurali e a volte inafferrabili”. Ed è in tale ambito che lo scrittore emiliano invita il lettore a sollevare il velo sui tanti camuffamenti dei suoi personaggi per vedere cosa ci si può nascondere sotto. Giocando sull’etica del terrore, sull’illusione, sul sogno forse. Perché Caronte è un uomo senza identità, così “slegato da se stesso tanto da indossarne sempre di nuove”. 
Detto di questo lavoro, dal ritmo vertiginoso quanto angosciante, approdiamo alle altre sfaccettature narrative di Patrick Fogli, ricordando che è autore di undici romanzi (alcuni dei quali tradotti in Germania) in abbinata a una strizzata d’occhio alla sceneggiatura di un film (Neve) e a un’opera umoristica (Si vive solo 200 volte) scritta a quattro mani con Paolo Cevoli. 
Lui che aveva debuttato sugli scaffali nel 2006 con il romanzo Lentamente prima di morire seguito da L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto, tutti pubblicati da Piemme. Quindi, dopo un fugace approdo alla Verdenero con Vite spericolate, il ritorno a… casa con Non voglio il silenzio, La puntualità del destino e Dovrei essere fumo. Infine, a partire dal 2015, un ripetuto cambio di casacca con Io sono Alfa (Frassinelli), A chi appartiene la notte (Baldini & Castoldi) e ora, con Il Signore delle maschere, l’approdo in Mondadori. “Tutti editori - tiene però a precisare - che salvo un caso fanno parte dello stesso Gruppo”. 
Lui che prima di arrivare alla stesura di un romanzo deve meditarci sopra a lungo, avere le idee chiare. Ma quando arriva al dunque, in pochi mesi la trama è pronta. Lui che scrive nei ritagli di tempo, ma soprattutto in pausa pranzo e dopo cena (“Ma quasi mai al sabato e alla domenica”). Ferma restando la necessità di poter contare su un luogo tranquillo, che non lo distragga. E cosa c’è di meglio del suo buen retiro sulle colline reggiane, che si affaccia sui boschi?

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