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Invidie, sesso, potere. E un omicidio “quasi perfetto” nella Milano del dopo Expo

Emiliano Bezzon dà voce a un graffiante lavoro impregnato di musica e dintorni. Da non perdere anche il prequel (quasi regalato) del bestseller Il segreto del male di Craig Russel


25/05/2020

di MAURO CASTELLI


Si è guadagnato, strada facendo, il soprannome di “comandante scrittore”, legato a una doppia motivazione: comandante perché, nel suo ruolo di dirigente pubblico - ha fra l’altro guidato la Polizia locale di città importanti come Varese, Milano e Torino -, nonché scrittore per la capacità di cavarsela niente male con la penna nel campo della narrativa gialla e noir. Fermi restando altri atout: quelli che lo hanno visto direttore (l’iniziativa era nata da una sua idea) dell’Accademia regionale di Polizia della Lombardia fra il 2009 e il 2011, oltre che autore di saggistica giuridica per operatori del suo settore. 
Di fatto un uomo tutto d’un pezzo che non ama farsi pestare i piedi, Emiliano Bezzon, laureato in Giurisprudenza alla Cattolica di Milano e un passato da tenente nell’Arma dei carabinieri (legato al servizio di leva guarda caso proprio a Torino, città dove oggi vive e lavora) prima di indossare l’uniforme della polizia locale. Con un passaggio intermedio, “legato a un concorso vinto”, come dirigente tuttofare presso il Comune di Gallarate (cittadina in provincia di Varese dove è nato il 26 giugno 1964), prima di approdare nel 1996 alla polizia locale di Vigevano, da dove sarebbe decollata la sua invidiabile carriera. 
Di fatto una figura capace di viaggiare controcorrente, oltre che portatore di un apprezzabile diktat operativo: “Meno vigili negli uffici a passare scartoffie, più uomini in strada al servizio dei cittadini”. La qual cosa lo scorso anno - c’è da ritenere - avrebbe dato fastidio. E lui non ci aveva pensato più di tanto a minacciare di togliere il disturbo da comandante della polizia locale di Torino (“Nucleo composto da oltre 1.800 uomini”) quando il suo rispetto delle regole era stato messo in discussione. O meglio, quando “ci fu qualcuno che disse cose brutte sui miei uomini”, accusati di aver esagerato con le multe. E guai a chi gli tocca chi lavora con lui. 
Come andò ce lo racconta in prima persona: “La vicenda risale allo scorso anno, complice un discutibile decreto che era stato firmato da Danilo Toninelli sull’utilizzo dei monopattini elettrici”. E in tale ambito “i miei uomini vennero accusati di aver ecceduto con le contravvenzioni. Una vicenda che mi avrebbe portato a confrontarmi con l’assessore alla viabilità, Maria Lapietra (che avrebbe accusato, a detta dei media, di incompetenza e di aver generato caos, per via di un ritardo di tre mesi, sulle norme per la circolazione di questi mezzi - ndr). Ma gli interventi del sindaco Chiara Appendino e di altri dirigenti mi avrebbero convinto a restare. Di buono, in questa brutta storia, è che i riflettori si sarebbero accessi sulla problematica e avrebbero portato a un testo di legge quanto meno decente”. 
Ma lasciamo perdere questa (illuminante) diatriba. Semmai chiediamoci come si propone il Bezzon autore, forte di una scrittura elegante e garbata. “Mi ritengo un giallista vintage, in quanto non amo gli spargimenti di sangue. Fermo restando che il lettore non deve fare fatica a leggere. Convinzione che mi ha portato a un robusto lavoro di asciugatura (di circa una cinquantina di pagine) al mio ultimo libro intitolato Il delitto di via Filodrammatici”. 
Già, la scrittura. Tutto risulta legato a una passione di vecchia data, che lo aveva portato a collaborare con la rivista Automobilismo. Una testata sulla quale “tenevo una rubrica nella quale davo risposte e consigli sul codice della strada”. Collaborazione che si sarebbe tradotta nell’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti. 
Sta di fatto che a un certo punto, mentre in ufficio scriveva rapporti e coordinava inchieste giudiziarie, a casa dava libero sfogo alla sua fantasia. Debuttando nel 2007 - complice “le insistenze dell’amico Fabrizio Canciani, ufficiale di polizia oltre che cabarettista e soprattutto grande autore, morto a soli 58 anni per una grave malattia” - con il racconto La notte del boss, inserito nell’antologia Delitti e canzoni. Una jam session letteraria pubblicata da Todaro”. A seguire, assieme a Cristina Preti (“Che avevo conosciuto per lavoro in quanto direttrice di una scuola di polizia in Toscana”), avrebbe scritto “a distanza” i romanzi gialli Breva di morte e Le verità di Giobbe, entrambe editi da Eclissi. A quel punto - siamo nel 2016 - il passaggio al ruolo di solista con i racconti Incubo di una notte di mezza estate, Lo sguardo del pesce e La mancia è gradita (finalista dei concorsi Giallolaghi e Garfagnana in Giallo). 
Tempo un altro anno e sarebbe arrivato sugli scaffali con il premiato romanzo Il manoscritto scomparso di Siddharta nonché con l’antologia I delitti della città in un giardino. E ora eccolo di nuovo in libreria (lui che dal dicembre 2018 fa parte del collettivo letterario Torinoir) con Il delitto di via Filodrammatici (Fratelli Frilli, pagg. 188, euro 12,90), dove ritroviamo operative la “capitana” dei carabinieri Doriana Messina e la psicologa Giorgia del Rio, “due leader dalle forti personalità” che avevano debuttato nel citato Il manoscritto scomparso di Siddharta
Ma non sono le uniche due figure femminili a reggere la scena. Anche perché - come tiene a precisare lo stesso Bezzon - “le donne sono investigatrici di primo livello, in quanto più pazienti, ordinate, intuitive di noi uomini. E per cercare la verità occorre costanza e metodo, che a loro certo non difetta. Ad esempio, quando lavoravo a Varese, ho avuto a che fare con tre gran belle professioniste: una era a capo della Mobile, un’altra era capitano dei Carabinieri e una terza svolgeva la funzione di procuratore. Donne da portare ad esempio”. 
Detto questo, spazio alla trama. “La Milano del dopo Expo, dei grattacieli e del nuovo skyline, la Milano dal ritmo continuamente in crescendo sembra concedersi una pausa davanti alla sacralità del tempio mondiale della Lirica, il Teatro alla Scala, e alla quiete della Casa di riposo Giuseppe Verdi, dove anziani artisti vivono di musica e di ricordi. Ma quel mondo apparentemente rarefatto nasconde storie di invidie, sesso, denaro, potere e tradimenti. Oltre all’assassinio quasi perfetto del potente sovrintendente del Piermarini (che peraltro non viene mai citato per nome onde “evitare inutili illazioni”). Un caso che sconquassa la superficie patinata di questo mondo portando alla luce un sommerso di odio, di rancori e di intrighi”. 
Il cadavere del sovrintendente viene trovato di prima mattina dal suo segretario particolare riverso sulla scrivania del suo studio, stranamente senza una goccia di sangue né sul corpo né in giro. I primi rilievi, eseguiti dall’anatomopatologa Cattagni, tolgono però immediatamente ogni dubbio: non si tratta di morte accidentale, ma violenta. 
“La scottante indagine viene affidata alla giovane e determinata capitana dei carabinieri Doriana Messina. Single per scelta in nome dell’Arma, amata e stimata dai suoi più stretti collaboratori, deve tuttavia guardarsi dalle invidie di colleghi, che la vedono come ostacolo alla loro carriera, oltre che dalle avance più o meno esplicite di uomini che non vogliono perdersi una storia con una donna in divisa, magari con il valore aggiunto di manette e pistola”. 
A lei si affiancherà, come consulente del Pm, la psicologa e amica Giorgia del Rio (“Una perfetta combinazione investigativa: l’ufficialità e le procedure da un lato, l’analisi introspettiva dall’altro”) con la quale aveva già collaborato nel corso di una precedente indagine. Grazie a lei e ai racconti della sua anziana amica musicista che vive a Casa Verdi, passando per riferimenti a Camillo Boito, si scopre che in quei giorni è avvenuto un ritrovamento di enorme valore per il mondo della musica verdiana… 
Un canovaccio, quello di cui stiamo parlando, che attinge, oltre che alla presenza milanese lunga undici anni dell’autore (“Durante i quali ho fra l’altro gestito, come capo dei vigili, le complicate vicende che infiammarono il quartiere cinese di via Paolo Sarpi), anche ad approfondite ricerche. Ad esempio “ho letto diversi libri, alcuni dei quali consiglio al lettore in chiusura di romanzo. Giocando peraltro fra le pieghe di una verità vera: il genio di Busseto, infatti, non ha mai pubblicato la partitura del Re Lear, pur avendo fatto vari tentativi su libretti diversi”. 
Con una curiosità al seguito. “Lo stesso giorno in cui consegnai le bozze del mio romanzo, il Corriere della Sera pubblicò un articolo che faceva riferimento a nuovi studi sulle carte verdiane trovate nella casa del maestro a Busseto, in Emilia. Nel quale, guarda caso, era stato scritto che rimaneva avvolta nel mistero la vicenda proprio di questa partitura. Quanto a Camillo Boito - tirato in ballo per vie traverse da una tesi affidata alla studentessa Valeria Magrini dal suo relatore, il professor Ardenghi del Politecnico - è l’architetto che ha progettato a Milano la Casa di riposo Giuseppe Verdi, ma anche alcuni edifici della mia città natale, Gallarate appunto”. 
Detto questo, che altro nel privato di Emiliano Bezzon, sposato con Laura, dalla quale ha avuto due figli, Andrea di 26 anni e Leonardo di 20? Intanto, oltre al piacere di camminate “anche impegnative” in montagna, una “passione patologica” per la lettura. Nata peraltro per caso. “Era stata mia sorella Antonella, di quattro anni più grande di me, a costringermi a leggere, mentre frequentavo le medie, Fontamara di Ignazio Silone. Si trattò di una specie di folgorazione, tanto è vero che a 15 anni leggevo già di tutto e di più”. 
Con una predilezione, relativamente ai gialli, per le penne di Giorgio Scerbanenco, Renato Ulivieri, Pietro Colaprico e Rosa Teruzzi, ma pure con un altro curioso ricordo. “Mentre frequentavo l’Università mi ero messo a organizzare incontri con autori che andavano per la maggiore (come Camilla Cederna, Carlo Castellaneta, Andrea De Carlo, Giuseppe Pontiggia, Cristina Lagorio…), incontri che organizzavo presso il Caffè Teatro di Verghiera di Samarate, in provincia di Varese. In pratica, in questo locale, mi occupavo della direzione artistica degli spettacoli di cabaret. Inventandomi, visto che il primo giorno della settimana andava di magra, quello che avevo battezzato come il lunedì dell’autore”.   
E per quanto riguarda il domani narrativo di Bezzon? La sua penna è già in pista per dare voce - non caso Il delitto di via Filodrammatici si nutre di un finale “aperto” - alla terza indagine delle sue due protagoniste, questa volta incentrata su due mali dei nostri tempi: ovvero il disagio giovanile e i traffici internazionali. Una storia in questo caso “ambientata a Torino che parte da storie vere legate appunto al traffico di minori”. 


A questo punto un prequel, che la Piemme quasi regala a un euro e 90, anticipatore dell’uscita (inizialmente prevista per aprile e poi posticipata a questi giorni) del thriller Il segreto del male, un bestseller internazionale (già opzionato per il grande schermo da Sony Pictures - Columbia Pictures) firmato dal pluripremiato scrittore inglese, nonché ex agente di polizia, Craig Russell. Un autore tradotto in 25 lingue che, quando non scrive, dipinge, cucina e legge. 
Stiamo parlando de Il castello del male (pagg. 94, traduzione a cura di Elena Vinciarelli e Andrea Russo per lo Studio editoriale Littera), un intrigante racconto gotico che, per invogliare il lettore all’acquisto del seguito vero e proprio, riporta anche il prologo e parte del primo capitolo del citato Il segreto del male, un thriller che unisce “suspense psicologica, crime e romanzo storico in un’unica, esplosiva miscela”. 
A tenere la scena in questo prequel è Ondrej Románek, professore di psichiatra clinica specializzato nello studio delle menti più oscure e perverse, il quale viene chiamato a Hrad Orlu, nella Boemia Centrale, per dare il suo apporto. Ed è qui che si erge un castello imponente, in parte scavato nella parete rocciosa (un luogo oscuro, segnato dal tempo, dove tengono banco storia, forze della natura e strane azioni umane). Di fatto una presenza inquietante che si rapporta a leggende da brividi. 
Ad esempio si racconta che questa fortezza sia stata costruita per bloccare la Bocca dell’Inferno, da dove, attraverso tunnel e grotte, provenivano demoni e mostri infernali. Fermo restando che, nel corso dei secoli, sarebbe stata la residenza di uomini malvagi, tra cui il nobile medievale Jan dal Cuore Nero. E ora questo luogo inquietante sta per diventare un manicomio criminale di massima sicurezza, dove verranno ospitatati i Sei Figli del Diavolo, ovvero i peggiori criminali su piazza, condizionati nelle loro brutali azioni da una follia esasperata. 
Nemmeno a dirlo, gli abitanti del villaggio ne sono preoccupati, se non addirittura terrorizzati. Il motivo? Il fatto che qualsiasi cambiamento nella quiete millenaria di quel luogo potrebbe scatenare forze oscure. Ma Románek, e qui torniamo al protagonista, è convinto che si tratti solo di superstizione. Eppure, a seguito di un misterioso incidente in cui rimane vittima un operaio coinvolto nella ristrutturazione del castello, dovrà riconoscere la presenza di una forza misteriosa e distruttiva... 
E per quanto riguarda Il segreto del male? Già le prime righe del prologo mettono in agitazione. State a sentire: “La comparsa di quella voce, una sinistra entità, ricordava l’alba di un terrificante sole nero. Saturava la stanza della torre del castello di un’oscurità brillante e impregnava di malvagità, nel profondo, la materia densa e spessa delle sue antiche mura. Sebbene il paziente fosse ben legato al divano, Viktor si sentiva stranamente isolato e vulnerabile. E aveva paura…”. Forse perché si stava rendendo conto, lui come altri, che “il diavolo non è altro che Dio in veste notturna”.

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