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Israele, lo Stato degli eletti sospeso tra sogno e realtà

Michael Brenner parla a ruota libera del paradosso della nascita dell’organizzazione statuale ebraica in Palestina: il desiderio e l’orgoglio di un popolo scelto da Dio per essere al tempo stesso normale ed eccezionale


23/07/2018

di Giambattista Pepi


Fu il sionismo l’artefice della nascita dello Stato di Israele. Nato alla fine del XIX secolo tra gli ebrei residenti in Europa, il sionismo (il cui nome deriva dal monte Sion su cui sorgeva il primo nucleo di Gerusalemme fondato dai Gebusei, tribù canaanita e conquistato da re Davide intorno al 1.000 avanti Cristo) era un movimento politico internazionale che sosteneva il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico mediante l’istituzione di uno Stato ebraico. Pur essendo rilevante, rimase minoritario fino alla metà del Novecento per poi crescere ed affermarsi dopo l’olocausto (la Shoah). Una delle più immani tragedie che la storia dell’uomo ricordi: il genocidio di oltre 6,5 milioni di ebrei sterminati dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, ai quali anche gli italiani, durante il ventennio fascista, diedero una mano.  
L’idea del sionismo era di fondare lo Stato ebraico nella storica terra di Israele: la Palestina. Dove, secondo la Bibbia, erano sorti i regni dei grandi re Davide e Salomone. All’epoca la Palestina era governata dall’Impero Ottomano. 
Fondatore del sionismo fu Theodor Herzl, un giornalista askenazita, assimilato suddito dell’Impero austro-ungarico. Nel 1895 fu inviato come corrispondente del suo giornale a Parigi per seguire il processo dell’affare Dreyfus (ufficiale francese di origini ebraiche accusato di tradimento), esploso nel 1894 che fu accompagnato da una feroce campagna di stampa francese che riproponeva stereotipi antisemiti. Questa esperienza fece comprendere a Herzl che l’assimilazione e l’integrazione degli ebrei in Europa non aveva dato frutti e che essi avevano bisogno di un proprio Stato, dove poter vivere in pace e sicurezza lontano dai pregiudizi e dalle false accuse dell’antisemitismo. 
A questa conclusione Herzl era giunto in seguito all’esperienza vissuta nell’Impero austro-ungarico. In una compagine nazionale eterogenea, come si presentava a fine Ottocento l’Impero asburgico, italiani, serbi, croati, ungheresi, cechi, slovacchi, polacchi, galiziani, tedeschi di Boemia e di Transilvania, tutti avevano i propri rappresentanti nel Parlamento imperiale e potevano appellarsi a una propria “nazione” e ad una “terra” che loro apparteneva, una “patria” dentro o fuori i confini dell’impero, tutti tranne gli ebrei, né gli altri popoli riconoscevano gli ebrei come parte di essi. 
Herzl avrebbe sviluppato la sua idea e l’avrebbe poi manifestata ed argomentata in un libro intitolato Der Judenstaat (“Lo Stato degli Ebrei”), un volume pubblicato all’inizio del 1896 senza conoscere gli scritti dei suoi predecessori e subito tradotto in varie lingue. All’immediato successo del volume e al dibattito suscitato Herzl fece seguire il primo Congresso Sionista Mondiale che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. 
Il Programma di Basilea affermava che: “Il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina”. I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo erano essenzialmente quattro. Anzitutto l’incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina; quindi l’unificazione e l’organizzazione di tutte le comunità ebraiche; poi il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale ed infine le iniziative per assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. 
Herzl non era naturalmente l’unico a sognare il ritorno alla Terra promessa degli ebrei. Anche altri auspicavano e desideravano che gli ebrei avessero un Paese, ma ciascuno proponeva una via diversa per raggiungere lo scopo. Così c’erano i sionisti dell’Europa orientale che propugnarono la riproposizione della lingua ebraica e la creazione di una cultura ebraica distinta e separata; i socialisti, invece, immaginarono una società fondata su comunità di lavoro agricole e gli ortodossi sognarono una società imperniata sulle leggi delle antiche Scritture. 
Dopo la Seconda guerra mondiale e la Shoah, anche per cercare di porre rimedio agli scontri tra ebrei e arabi, il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella risoluzione n. 181 approvava il piano di partizione della Palestina che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo. Alla scadenza del mandato britannico (ottenuto dal Regno Unito negli anni Venti dalla Società delle Nazioni su un territorio che era appartenuto all’Impero Ottomano) il moderno Stato d’Israele fu quindi proclamato da David Ben Gurion (già leader dell’Organizzazione sionista mondiale nel 1946) il 14 maggio 1948 che ne divenne anche Primo ministro. 
Lo Stato di Israele fu concepito come un unicum, una società modello, la sede di un Medio Oriente in grado di ispirare una nuova modernità e un’inedita prosperità. Ma fin da allora si gettarono le basi di uno scontro tra ciò che sognavano i sionisti e la realtà dello Stato di Israele. Uno scontro che dura ininterrottamente fino ad oggi. 
Michael Brenner, nel volume Israele. Sogno e realtà dello Stato ebraico (Donzelli, pagg. 235, euro 28,00) evidenzia il paradosso essenziale di questa lunga vicenda, divenuta sempre più decisiva non solo per gli equilibri geopolitici del Medio Oriente, ma dell’intero scenario mondiale: il desiderio del popolo ebraico di essere al tempo stesso normale ed eccezionale. Si tratta di una contraddizione che attraversa tutta la parabola della definizione di una nuova identità ebraica e israeliana e, contemporaneamente, la ricerca di un posto sicuro di Israele nel consesso delle nazioni. 
Eppure fin dal principio di questa parabola, la maggior parte dei sionisti credeva fermamente di voler diventare un popolo come tutti gli altri ricorda nell’introduzione Brenner (professore di Storia e cultura ebraica alla Ludwig-Maximilian Universitat di Monaco e direttore del Center for Israel Studies all’American University e autore di numerosi libri), citando un passo centrale della Dichiarazione d’indipendenza dello Stato di Israele che, testualmente così recita: “Il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano”. 
Dopo duemila anni durante i quali gli ebrei si erano dispersi nella diaspora mondiale, erano più che legittimi gli auspici e i desideri degli ebrei di ritrovare la “normalità” perduta in “forma di un piccolo Stato ebraico”. Un po’ sull’esempio – da loro citato - dell’Albania divenuta indipendente nel 1912. Ma in realtà nessun altro popolo della Terra aveva storicamente ricevuto “un’attenzione che andava ben oltre il loro peso numerico” come quello ebraico. Un fenomeno, questo, che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito “allosemitismo”, che deriva dalla parola greca altro. Insomma fin dall’antichità (l’avevano fatto gli antichi egizi, poi i cristiani, quindi i seguaci di Maometto e gli europei nel Medioevo) c’era la “consuetudine di descrivere gli ebrei come un popolo radicalmente diverso dagli altri per la cui descrizione e comprensione sono necessari concetti particolari …”. 
Il sionismo cercò, senza riuscirvi, di superare questo senso di alterità cercando di inserire gli ebrei in categorie sociopolitiche in voga nel XIX e nel XX secolo. Settanta anni dopo la fondazione dello Stato ebraico, Israele ha raggiunti molti obiettivi del movimento sionista, ma non è stato ancora esaudito il desiderio di diventare uno Stato “come qualsiasi altro”. 
In questo libro, Brenner analizza le tensioni tra elementi particolaristici e universali nell’idea di uno Stato ebraico descrivendo come dei sionisti visionari immaginarono un tale Stato e come i leader israeliani hanno concretizzato queste idee nel corso di un secolo. Insomma è la storia di un Israele immaginario e di un Israele reale. Di Israele come Stato e come idea.

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