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Italia in ripresa, ma piena di rancori sociali. Mentre torna a crescere il divario Nord-Sud


04/12/2017

di Artemisia


Un’Italia piena di rancori sociali, in cui cresce il divario tra i pochi che sono riusciti a superare le strettoie della crisi economica e chi ancora annaspa. Un’Italia in cui cresce il divario tra il Nord che ha ripreso a marciare e il Mezzogiorno alla deriva che appare desertificato. Un’Italia in cui la popolazione invecchia e che costringe i suoi giovani più brillanti ad andare all’estero mentre apre le porte a una immigrazione dequalificata e povera. È questa la fotografia scattata dal CENSIS nel Rapporto del 2017. La ripresa è confermata ma coinvolge solo una parte del Paese e solo una quota ristretta di persone. 
La produzione industriale ha performance che superano anche quella tedesca e tornano finalmente i consumi, cresciuti del 4% negli ultimi tre anni. Si torna a spendere per beni voluttuari come parrucchieri, prodotti cosmetici e trattamenti di bellezza, pacchetti vacanze (il 10,2% in più nel biennio 2014-2016). "Torna il primato del benessere soggettivo": una svolta positiva, ma non del tutto. 
Chi è rimasto tagliato fuori dalla ripresa, guarda al futuro con pessimismo. Non pensa di riuscire a salire sull’ascensore sociale. La pensa in questo modo l'87,3% degli appartenenti al cento popolare, l'87,3% del ceto medio e persino il 71,4% del ceto benestante. Tutti invece sono convinti che sia estremamente facile scivolare in basso nella scala sociale, compreso il 62,1% dei più abbienti. 
Questa convinzione ha contagiato anche i giovani. Quelli più brillanti varcano il confine. Infatti nel 2016 i trasferimenti dei cittadini italiani sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010. Quasi il 50% dei laureati italiani si dice pronto a trasferirsi all'estero anche perché, calcola il Censis, la retribuzione mensile netta di un laureato a un anno dalla laurea si aggira intorno a 1344 euro corrisposti per una assunzione nei confini nazionali ma arriva a 2.200 euro all'estero. 
Arrivano invece gli immigrati con basso titolo di studio. Nel 2016 su 52.056 nuovi permessi rilasciati dalla Ue a lavoratori qualificati, titolari di Carta blu e ricercatori, appena 1.288 erano per l'Italia, a fronte di 11.675 per i Paesi bassi. 
La crisi del lavoro si traduce anche in una crisi dei sindacati tradizionali: tra il 2015 e il 2016 Cgil Cisl e Uil hanno subito una contrazione di 180 mila tessere. Dal Rapporto emerge anche l’immagine di un’Italia invecchiata. Gli over 64 hanno superato i 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione, mentre le previsioni annunciano oltre 3 milioni di anziani in più già nel 2032, quando saranno il 28,2% della popolazione complessiva. Si è ridotto anche l'apporto delle donne straniere, prezioso negli ultimi anni: nel 2010 il numero di nascite per le extracomunitarie era in media di 2,43, ma nel 2016 è sceso a 1,97, mentre per le italiane è di 1,26 figli per donna. 
L’invecchiamento della popolazione spinge la politica a occuparsi più dei temi legati alla previdenza che alla soluzione della disoccupazione. In questo senso di precarietà resiste il mito del posto fisso, come unico approdo di sicurezza.  Questo vale anche per i giovanissimi che pongono alla cima della loro scala di valori lo smartphone.

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