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Italia maglia nera per la crescita nell'Eurozona

Secondo le stime della Commissione europea, «l'incertezza politica e il lento aggiustamento nel settore bancario rappresentano rischi al ribasso alle prospettive di crescita italiane»


15/05/2017

di Damiano Pignalosa


Ripresa sì, ripresa no, ripresa forse. Siamo ancora una volta ultimi in Europa per quanto riguarda la crescita, sia nel 2017 che nel prossimo 2018. Lo dicono le nuove previsioni economiche Ue di primavera, secondo cui il nostro è il Paese europeo che cresce meno di tutti: dallo 0,9% di quest'anno si passerà all’1,1% l'anno prossimo. Questo «perché persistono le fragilità strutturali che conosciamo», ha detto il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici presentando le nuove stime che confermano quelle di febbraio, quando l'Italia era già in ultima posizione.
«L’incertezza politica e il lento aggiustamento nel settore bancario rappresentano rischi al ribasso alle prospettive di crescita italiane», scrive la commissione Ue nelle nuove previsioni economiche di primavera. Ma Bruxelles rileva anche che, dall’altra parte, «l’elevata fiducia nella manifattura potrebbe implicare una domanda esterna più forte di quella data dalle previsioni».
Per quanto riguarda il deficit italiano, sempre Bruxelles ha rivisto al ribasso le stime: riuscirà a scendere grazie alla manovra-bis dal 2,4 al 2,2% nel 2017 e al 2,3% nel 2018, in attesa della manovra d’autunno che, stando al Documento di economia e finanza, dovrebbe ridurlo all’1,8% del Pil. Tutto questo, però, non favorirà una diminuzione del debito, che invece è destinato a salire: dal 132,6% del Pil nel 2016 al 133,1% nel 2017 - «anche a causa delle risorse aggiuntive destinate al sostegno pubblico, al settore bancario e ai risparmiatori» - per poi calare al 132,5% solo nel 2018.
Se l’Italia è ultima nell’Eurozona, con anche un considerevole margine rispetto ai suoi competitor, bisogna invece registrare una crescita salda di tutto il comparto europeo, che continuerà con un ritmo stabile, con un Pil rivisto al rialzo all'1,7% per il 2017 e invariato all'1,8% per il 2018. L'incertezza che pesa sull'economia europea «dopo le elezioni in Olanda e in Francia dovrebbe continuare a diminuire nei mesi a venire, all'avvicinarsi della conclusione dell'impressionante ciclo elettorale in Europa», ha poi spiegato Moscovici, anche in vista delle elezioni tedesche di settembre.
Bisogna registrare inoltre una forte diminuzione della disoccupazione, che nell'Eurozona, dopo il calo al 9,4% del 2017, arriverà all'8,9% nel 2018. Si tratta del livello più basso dal 2009. Stesso trend per l'Ue a 28: dopo la discesa all'8% di quest'anno, il prossimo anno segnerà un record da fine 2008, ovvero 7,7%. Ovviamente tutto questo non ci riguarda, visto che insieme a Spagna e Grecia abbiamo un tasso di disoccupazione a doppia cifra, che aumenta vertiginosamente se si inizia a parlare di quella giovanile.
Tutti questi dati non fanno altro che descrivere l’andamento europeo rispetto a quello italiano. Due mondi completamenti diversi che portano ad una stagnazione del Belpaese, costretto a far parte di una realtà che non gli appartiene. I fattori dominanti di questa estrema lentezza della ripresa sono pressoché due: un’Europa che lascia solo le briciole all’Italia e che non fa nulla per permettere che ci sia una vera e propria rinascita anche nel nostro Paese, e un’assenza prolungata e quasi irritante di una classe politica italiana che, alla luce di queste difficoltà, faccia il minimo indispensabile per sfruttare tutta la potenza economica e industriale italiana permettendoci finalmente di tornare a livelli che ci spettano di diritto. È come avere una Ferrari ferma in garage perché non la si sa mettere in moto, figuriamoci guidarla.
Restando in ambito automobilistico, i migliori successi si sono ottenuti unendo la mente italiana che forniva la macchina al braccio tedesco che la portava alla vittoria. Beh, forse è arrivato davvero il momento di cambiare il pilota per cercare quantomeno di non finire ogni Gran Premio in ultima posizione. 

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