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Italia, servono investimenti pubblici mirati per crescere e dare impulso all’economia

In un ambito di decrescita europea, il nostro Paese deve adeguare la dotazione infrastrutturale sia per rendere più competitivo il sistema produttivo che per elevare gli standard di efficienza e convenienza dei servizi. Ma bisogna evitare opere inutili, costose e fonti di corruzione


03/12/2019

di Giambattista Pepi


L’area euro è entrata da quasi due anni in una fase di crescita lenta. Le prospettive sono ancora incerte e la politica economica si è sinora affidata prevalentemente all’azione della Banca Centrale Europea. E i Governi? Hanno fatto poco, in parte perché non dispongono di spazi fiscali per sostenere la domanda di consumi attraverso gli investimenti (è il caso di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) e in parte perché paesi come la Germania e Olanda, che potrebbero adottare misure espansive, non sembrano intenzionati a farlo. 
Eppure dalla stessa Bce il messaggio è giunto chiaro e a più riprese: la politica monetaria ha dato il massimo e senza l’aiuto dei Governi la macro-area europea potrebbe non farcela a far lievitare la domanda e a portare le aspettative d’inflazione vicino agli obiettivi. Da ultimi lo hanno fatto l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, nel suo discorso di commiato e la subentrante al vertice dell’Istituto centrale di Francoforte, la francese Christine Lagarde. La quale si è detta favorevole a proseguire la politica monetaria espansiva, ma è allo stesso tempo consapevole che la leva monetaria, senza essere accompagnata da misure e provvedimenti degli Stati che incrementino gli investimenti, non può bastare a sostenere l’economia dell’area dell’euro (nel terzo trimestre il dato congiunturale acquisito è stato dello 0,1%) che, al mondo, è la regione che cresce di meno. 
Si è riaperto pertanto il dibattito sulle misure che i Governi possono mettere in campo, nonché sulla possibile revisione delle regole del Patto per la Stabilità e la Crescita, in modo da allargare gli spazi per misure espansive anche nei Paesi (come il nostro) che attualmente non dispongono di margini per misure discrezionali. 
Un’ipotesi è quella della goldenrule, che porterebbe ad aumentare gli investimenti pubblici, la componente della spesa che negli anni scorsi ha risentito maggiormente delle difficoltà dei bilanci pubblici e della preferenza degli Esecutivi per la spesa corrente. 
Questo obiettivo potrebbe essere perseguito trattando diversamente, all’interno degli obiettivi di bilancio, una quota del deficit destinata a finanziare l’incremento dello stock di capitale pubblico. In altre parole i fondi che lo Stato destina a finanziare la realizzazione di infrastrutture non verrebbe considerata ai fini del calcolo del deficit in rapporto al Prodotto interno lordo.


La tendenza prevalente degli ultimi anni è stata rappresentata dall’arretramento degli investimenti pubblici. L’esigenza di rimettere mano alle infrastrutture è avvertita diffusamente, a prescindere anche dalla necessità contingente di sostegno all’andamento della domanda aggregata. 
Naturalmente, il contesto di tassi d’interesse a zero - mantenuti dalla Bce negli ultimi anni - rappresenta una buona occasione per finanziare opere dalle quali ci si può attendere un rendimento positivo in termini di impatto sulla crescita nei prossimi anni. La condizione naturalmente resta quella di saper selezionare opere che incidano effettivamente sullo sviluppo intervenendo dove emergono esigenze reali e con progetti risolutivi delle difficoltà del Paese. 
In Italia dovremmo essere in grado di riattivare la macchina degli investimenti pubblici e privati. L’obiettivo di breve periodo di sostenere la domanda aggregata e l’opportunità di finanziare gli investimenti a tassi d’interesse bassissimi non devono, però, fare perdere di vista l’esigenza primaria che è quella di fornire al Paese una dotazione infrastrutturale adeguata. Come mostra il grafico del Fondo Monetario Internazionale che pubblichiamo, dal 2011 al 2018, la forbice tra l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione Europea, per volume di investimenti in rapporto al Pil, si è allargata sempre di più. 
La storia degli ultimi anni, nel “caso” italiano, è ricca di aneddoti che, da un lato, confermano l’esigenza di rilanciare le opere, e in particolare di mettere mano agli interventi più urgenti in tempi rapidi (ad esempio il riassetto idro-geologico del nostro territorio che sta collassando, come i recenti nubifragi hanno purtroppo evidenziato in maniera eloquente e drammatica) ma, d’altro canto, anche di evitare di sprecare risorse in opere poco utili al Paese. Emblematico il Mose: un enorme sistema di dighe mobili a scomparsa che dovrebbe fungere da barriera e fermare le maree che dall’Adriatico entrano nella Laguna innalzando pericolosamente il livello dell’acqua a Venezia, com’è peraltro accaduto nei giorni scorsi. Questo sistema in costruzione dal 2003 (nel 2014 era scoppiato lo scandalo legato a tangenti e corruzione e i lavori vennero bloccati, con 35 arresti al seguito) sinora è costato 5,3 miliardi di soldi pubblici. Si stima che la spesa totale per il progetto potrebbe sfiorare i 7 miliardi, ma poi bisognerà pensare anche alla manutenzione: i calcoli ufficiali parlano di 80-90 milioni di euro l’anno necessari per far funzionare l’opera a dovere, ma secondo molti esperti la cifra supererà i 100 milioni, considerando soprattutto che perizie e controlli sulle cerniere delle paratoie hanno riscontrato segni di cedimento ancor prima che il Mose sia entrato in funzione. In altre parole, i costi valgono i benefici? 
Saper selezionare le infrastrutture per la crescita richiede anche classi dirigenti competenti e lungimiranti, in grado di individuare quei progetti che possono cambiare i comportamenti aprendo nuove opportunità (si pensi all’alta velocità che da noi si ferma a Napoli, escludendo il resto del Sud e la Sicilia, come se queste aree facessero parte di un altro Stato), ma anche istituzioni che sappiano evitare lievitazioni improprie dei costi delle opere senza per questo ostacolarne la realizzazione.

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