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Italiani impauriti e incattiviti: nella fotografia del Censis c'è il "sovranismo psichico"

La causa scatenante? L'assenza di prospettive di crescita sia individuali che collettive


10/12/2018

di Artemisia


Italiani brava gente. Sembra uno slogan che appartiene al passato, almeno stando alla fotografia scattata dal Censis. Nel suo ultimo rapporto si parla di “sovranismo psichico” di un Paese in declino, impaurito, incattivito, impoverito, sempre più diviso tra un Sud che si spopola e un Centro-Nord che fa sempre più fatica a mantenere le promesse in materia di lavoro, stabilità, crescita, soprattutto futuro. L’elemento dominante, sintetizza l’Istituto di ricerca, è “l'assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive". 
La speranza di uscire dal tunnel della crisi è venuta meno. «È il rovescio del miracolo italiano, il sogno si è trasformato in incubo, è una cosa che scava nella storia», afferma il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii. 
La mancanza di lancio verso il futuro ha messo in crisi il rapporto con la politica. Anche se è difficile stabilire un rapporto di consequenzialità tra i due fattori. È molto probabile che si sia diffusa la percezione dell’incapacità dei partiti di interpretare le istanze degli elettori. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l'89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. Solo il 23% degli italiani affermi di aver migliorato la propria condizione socioeconomica rispetto ai genitori (la quota più bassa in tutta Europa) e il 63,6% è convinto di essere solo, senza nessuno che ne difenda gli interessi. 
L’incertezza del futuro, la mancanza di speranza verso un domani più prospero, la sensazione di essere in una palude dalla quale è difficile uscire, ha portato a una chiusura verso l’esterno, ciò che è diverso. Di qui la paura dell’immigrazione percepita come un fenomeno che va erodere la ricchezza del Paese. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l'immigrazione dai Paesi non comunitari, il 58% pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 75% che l'immigrazione aumenti il rischio di criminalità. Il potere d'acquisto degli italiani è inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008, ma soprattutto il problema è il timore di spendere anche quello che si ha, infatti la liquidità ferma cresce, nel 2017 superava del 12,5% quella del 2008. Ma a spendere meno sono gli operai e chi sta peggio, nelle famiglie di imprenditori la spesa per consumi tra il 2014 e il 2017 è aumentata del 6,6%. 
Gli italiani credono anche meno nell’istruzione come strumento di affermazione e di emancipazione sociale. Questo si esprime in un tasso di abbandoni precoci dei percorsi di istruzione del 18% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, quasi doppio rispetto a una media europea del 10,6%, nelle basse performance dei quindicenni italiani nelle indagini Ocse-Pisa, e in 13 punti percentuali di distanza che ci separano dal resto dell'Europa in relazione alla quota di popolazione giovane laureata. I laureati italiani tra i 30 e i 34 anni raggiungono il 26,9%, contro una media Ue del 39,9%. Le speranze dei giovani si stanno a poco a poco concentrando altrove: la metà della popolazione italiana è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso, e il dato sale al 53,3% tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. E un terzo ritiene che la popolarità sui social network sia un elemento indispensabile per arrivare alla celebrità. 
Tra il 2007 e il 2017 gli occupati giovani, di età compresa tra 25 e 34 anni, si sono ridotti del 27,3%, mentre nello stesso tempo gli occupati tra i 55 e i 64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani laureati occupati ogni 100 anziani a 99. E nel segmento di lavoratori più istruiti i 249 laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani sono diventati appena 143. Mentre sono aumentati i giovani in condizione di sottoccupazione, nel 2017 erano 237.000 tra i 15 e i 34 anni, un valore raddoppiato rispetto a sei anni prima. Aumentano anche i giovani lavoratori con part-time involontario, che passano a 650.000 nel 2017, 150.000 in più rispetto al 2011.

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