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L'Alzheimer e la speranza. Padovani: "Ci avviciniamo"

L'incredibile happening di Levico Terme


17/09/2018

di Sandro Vacchi


Alessandro Padovani

Può succedere che una bella signora bionda si alzi dal tavolo per accodarsi alla banda di matti che, armati di tromboni e tamburi, spandono allegria fra chi pranza. Lei canta e balla, rosa nella sua maglietta, rosa come vorrebbe fosse la sua vita: se si rendesse conto di cos'è la sua vita di malata di Alzheimer. 
La scena è surreale, come lo è l'happening della disperazione e della speranza, che si chiama Alzheimer Fest. Occorre un estremo coraggio per organizzare qualcosa del genere con malati, parenti, medici, curiosi, bambini, boy scout, perfino asinelli. 
«La patologia dell'Alzheimer è ben più distruttiva dell'indebolimento della memoria e della capacità, che è fisiologico per l'anziano. E' un taglio netto e irreversibile con il passato, con la memoria, con l'ambiente di vita e di esperienze della persona», ha scritto Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro, strenuo difensore dei diritti delle persone con demenza.
«La malatia no la tol de mez la vita», cioè la malattia non toglie di mezzo la vita, è stato però lo slogan del meeting di Levico Terme, a due passi da Trento: parole povere per diffondere la speranza nella cura, che non appare più un miracolo.
Il lago, le montagne, il parco e, nello scenario da Mulino Bianco, lei: la malattia, la iena che si mangia le menti ma non i cuori. Fanno male gli sguardi vuoti, ma altrettanto ne fanno gli occhi lucenti come quello della donna in rosa. Fanno male soprattutto quei parenti svuotati di ogni energia che tengono per mano le loro vite, vedovi di persone non defunte in senso letterale, ma che non ci sono comunque più.
Nel mondo sono 46 milioni i malati di demenze, la metà dei quali di Alzheimer, seicentomila almeno solamente in Italia. E a causa dell'invecchiamento della popolazione si prevede che fra trent'anni i casi saranno il triplo.
E' l'impero del male e dei mille perché ai quali l'essere umano, povero essere, non sa dare risposte; eppure è anche il regno del bene, dell'amore allo stato supremo. Questo è il paradosso della “festa” dominata dai paradossi. «Trattiamo la malattia di chi non è malato ma non di chi è già malato», è la sintesi che fa Alessandro Padovani.
Docente di neurologia all'Università di Brescia, il più giovane nella storia della specialità in Italia, responsabile di Neurologia 2 nella stessa città, è considerato il Cristiano Ronaldo del settore. Il fenomeno portoghese ha passato lungo tempo alla ricerca del primo gol in serie A, poi ha marcato addirittura una doppietta. Anche il ricercatore in camice bianco sa che il momento arriverà, e si allena con dribbling infiniti fra laboratorio, università, day hospital, pubblicazioni, congressi e volate come quella all'Alzheimer Fest.
«Se trent'anni fa mi fossi domandato a che punto saremmo stati, mi sarei aspettato più avanti di oggi», confessa. «Riusciremo mai a trattare questa malattia? Sì, rispondo, nonostante le perplessità». E apre il libro dei sogni che tali non sono, ormai. «Le sperimentazioni di farmaci vanno avanti da anni sugli animali, che in molti casi guariscono dalle demenze, o addirittura non si ammalano. Presto (memorizzate l'avverbio, n.d.r.) avverrà anche nell'uomo. Molte persone sono nelle condizioni di sviluppare la malattia di Alzheimer, eppure non si ammalano; la metà dei novantenni ha depositi di Beta amiloide nel cervello, ma non sono malati. D'altra parte, però, esistono ammalati in uno stadio avanzato, eppure senza placche di amiloide e con analisi favorevoli».
Significa che la proteina Beta amiloide non è la causa dell'Alzheimer?
«Significa che non è tutto, ed è un bel rompicapo. Noi puntiamo sulla lotta all'amiloide e i risultati si vedono. Il problema è però il tempo, vale a dire che i farmaci funzionano quando la malattia è ancora lieve, mentre quando è grave si sconfina nella tragedia». Intervenire per tempo, dunque? Ai primi sospetti? «E' così. I farmaci allo studio hanno un probabile effetto soltanto nelle forme precoci di Alzheimer, come nel decadimento cognitivo lieve. Per esempio, non è grave che una persona che segue la cronaca ritenga che i morti del ponte Morandi a Genova siano stati 50 o 60 e non 43. E' trattabile, la sua malattia si può congelare. Ma gli altri?». 
Appunto, gli altri? «Siamo in tanti a cercare in direzioni diverse, le scoperte si succedono da un anno all'altro anche in maniera imprevedibile. Il progresso farmacologico troverà presto risposte. Nel settembre del prossimo anno avremo i risultati delle sperimentazioni in atto, che ci parleranno di successo o di fallimento. Andiamo avanti, e non mi stanco di insistere sulla necessità della prevenzione: dieta appropriata, esercizi di memoria, lettura e studio, aria aperta, attività fisica, vita sociale». Vita sociale, appunto come all'Alzheimer Fest.
La soluzione un giorno arriverà, un giorno che oggi sembra vicino. Ne è convinta anche Andreina Giustiniani, giovane ricercatrice di Palermo, che punta sulla stimolazione magnetica del cervello. «Si pratica da una ventina di anni, ma oggi è molto avanzata, i potenziali sono elevati. La cosa certa è che l'Alzheimer è un disturbo molto complesso e gli approcci per affrontarlo sono diversi».
Come molteplici sono i sostenitori dell'Alzheimer Fest, ideato dal giornalista del “Corriere della Sera” Michele Farina, una valigia di idee, incontri, film, canzoni, cucina, poesie trascinata da medici e ricercatori, ma anche da poeti, attori, fotografi, associazioni del volontariato. E la conclusione più appropriata è di una dottoressa che da tredici anni lavora in una casa di riposo, dove purtroppo la malattia giunge al termine: «Si scrive ricerca, ma si legge speranza». 
Per saperne di più ci si può mettere in contatto con la onlus Associazione Italiana Ricerca sull'Alzheimer (Airalzh), nata quattro anni fa con l'obiettivo di migliorare la qualità della vita dei pazienti e di contribuire alla scoperta di nuove terapie. Il sito è www.airalzh.it

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