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L'Antiquario di Brera e il feticcio dello strangolatore-vampiro

Edmondo Ferrario intriga giocando a rimpiattino fra presente e passato. Buone prove anche per Vergnani, Arlidge e Lewis


27/04/2015

di Mauro Castelli


Un noir milanese politicamente scorretto, che si nutre di omicidi e misteri, nonché della terrificante "eredità" di un sadico criminale. Un romanzo di robusta leggibilità che intriga giocando a rimpiattino fra presente e passato, mettendo a confronto personaggi reali di ieri e di oggi. Un viaggio avvincente e pericoloso all'ombra della Madonnina, che si rifà a una vicenda realmente accaduta. «In effetti - tiene a precisare Ippolito Edmondo Ferrario, autore de L'Antiquario di Brera (Fratelli Frilli, pagg. 368, euro 12,50) - il contesto, trama a parte, fa capo a luoghi e persone esistenti. A cominciare dalla bottega del protagonista, che è quella di Aliprandi Antichità (un negozio gestito da uno strambo collezionista di oggetti macabri, nel quale abbiamo anche girato il booktrailer del romanzo), passando per tutti i personaggi del quartiere in cui vivo, quello appunto di Brera. Ad esempio Antonio Cipriano del Bar Gelateria Toldo; Massimiliano Biagiotti del Caffè del Carmine, che ha ospitato una presentazione di questo mio libro; l'oste Gualtiero Panciroli del Ristorante Rovello 18 e molti altri. Non a caso il 90 per cento delle figure messe in scena fanno capo a persone reali. Amici che si sono prestati con gentilezza ed entusiasmo a far parte di questo lavoro, calzando i panni dei miei personaggi. Fermo restando, comunque, che una buona parte del romanzo è ambientata nella località turistica di Aprica, dove - anche in questo caso - mi sono permesso di utilizzare figure che il lettore del posto potrà facilmente riconoscere». A tenere banco nel canovaccio narrativo troviamo un "caustico" misantropo, il sessantenne Neri Pisani Dossi, proprietario di un negozio di antiquariato, «una specie di Wunderkammer (leggi "camera delle meraviglie" per collezionisti) per la verità un po' inquietante». Di certo un bel tipetto questo Neri, ancora alle prese con un burrascoso passato da sanbabilino. Il quale - lui che non amava i funerali perché non amava i preti e i loro discorsi insulsi; e ancora peggio detestava il ricordo del defunto da parte dei vivi - si ritrova a fare i conti con la terrificante eredità lasciata da Vincenzo Verzeni, il losco figuro morto a 69 anni e in circostanze misteriose, in quel di Bottanuco, il 31 dicembre del 1918. Il sanguinario serial killer noto come il "vampiro della Bergamasca" o lo "strangolatore delle donne", che per anni aveva seminato morte e terrore nelle campagne del suo paese. Colui che il dottor Cesare Lombroso - noto giurista, nonché fondatore dell'antropologia criminale - ebbe a definirlo, nel corso del processo a suo carico, come "un sadico sessuale, un vampiro e un divoratore di carne umana". Sta di fatto che novantasei anni dopo, in una moderna Milano proiettata verso l'Expo, il citato Neri Pisani Dossi, classe 1954, uno dei più illustri antiquari milanesi di stirpe patrizia, discendente del famoso scrittore Carlo Alberto Pisani Dossi, si ritrova a fare i conti (fermo restando il misterioso omicidio di cui rimane vittima un suo caro amico, che fa da spunto alla macchina narrativa) con la terrificante eredità lasciata da Verzeni: un feticcio che ha attraversato quasi un secolo di storia, capace di scatenare reazioni inconsulte nelle persone che, per entrarne in possesso, risultano disposte a rubare, torturare e anche a uccidere pur di averlo. Un feticcio che finirà per cambiare per sempre la sua vita e che lo porterà a riavvicinare gli sgangherati amici di trent'anni prima per farsi aiutare. Detto di questo libro dal ritmo incalzante, che a titolo di cronaca è già stato ristampato, riflettori puntati sull'autore. Appunto Ferrario, all'anagrafe Ippolito Edmondo, due nomi ereditati dai nonni, «inizialmente impegnativi, quasi da trauma quand'ero piccolo, anche se poi mi ci sarei abituato e addirittura avrei finito per apprezzarli». Nato a Milano il 20 maggio 1976, in questa città avrebbe frequentato il liceo scientifico, per poi limitarsi a qualche "puntata" universitaria. Iniziando a scrivere per caso - lui persona determinata anche se timida nei rapporti con il pubblico («Le presentazioni dei miei libri mi divertono, ma al tempo stesso mi turbano») - quando aveva 22 o 23 anni. «Periodo nel quale ancora non sapevo cosa volessi fare nella vita. O meglio, in realtà sognavo di diventare un culturista di professione. Poi la mia vita prese altre strade. Mio nonno materno Edmondo - tiene infatti a ricordare - possedeva una galleria d'arte e, a un certo punto, mi chiese di dargli una mano nel curare i cataloghi. Finii per appassionarmi e, ben presto, mi misi a realizzare anche delle piccole guide dedicate all'entroterra ligure. In seguito conobbi l'allora direttore del Secolo XIX di Genova, il quale mi fece collaborare con la sua testata. Sta di fatto che, passo dopo passo, sarei approdato ai saggi e ai romanzi, pubblicati da editori via via più importanti, come Castelvecchi e Newton Compton. Fermo restando il rapporto umano e di amicizia che si sarebbe instaurato con i fratelli Frilli». Una professione, quella dello scrittore, peraltro supportata dalla lettura di saggi e argomenti di nicchia, con una passione, che si è però andata appannando nel tempo, per il libri di Mauro Corona e con un'altra ancora in auge per Valerio Evangelisti («Per me una fonte di ispirazione»). Che altro? Il matrimonio con Chiara, che gli ha regalato Agata, Diletta e Arturo, la qual cosa lo avrebbe consigliato di mettere a riposo la sua passione per le moto sino a concentrarsi sul meno pericoloso hobby del giardinaggio. «Al momento, infatti, mi limito a guardare, nel garage di casa, le mie due vecchie Ducati, in abbinata a una Harley Davidson che da sempre ha rappresentato il mio cavallo di battaglia e che ora utilizzo sempre meno». E per quanto riguarda il lavoro? «Mi occupo di comunicazione ed eventi, ma ho anche un negozio vuoto che affitto a tempo a chi vuole mettere in vendita i propri prodotti. Più un piacere che una reale fonte di reddito...». E per quanto riguarda il domani come autore? «Non ho intenzione di mettere a riposo Neri Pisani Dossi, un uomo così diverso dai soliti agenti e detective della narrativa di settore; un tipo difficile, legato alla destra xenofoba, che non condivide l'allargarsi di una società multirazziale, che non guarda in faccia ad alcuno pur di arrivare allo scopo, in ogni caso poco avvezzo ai compromessi. Ma anche capace, lui così burbero e disincantato, di inaspettati slanci umani». Un personaggio di altri tempi dalla personalità complessa, abitudinario e metodico, che indossa un tabarro, il cappello e si appoggia all'inseparabile bastone. Intorno al quale si muovono variegati comprimari, come il "Barone nero", il collezionista di occultismo Ferraris dalla faccia da topo, l'autista tutto muscoli e poco cervello Gaetano, ma anche l'affascinante Valentina in quanto un'angolatura sessuale rappresentava, nella trama, una specie di condizione narrativa obbligata. Ma soprattutto è Neri a tenere la scena, lui che «nella nuova storia che sto già scrivendo, e che uscirà il prossimo anno sempre per la Fratelli Frilli, intendo coinvolgere nel caso di un omicidio-suicidio legato alla pedofilia».
Voltiamo... libro con Gargoyle, che torna a proporre il modenese Claudio Vergnani in un romanzo dalle tinte forti, certamente fuori dagli schemi. La qual cosa non deve stupire in quanto questo autore intende promuovere vie alternative rispetto a quella che lui ama definire come «la rimodulazione del già letto». E se è vero che una casa editrice, «se non vuole chiudere, deve pensare agli incassi», è altrettanto vero che si adoperi «per costruirsi una scuderia di autori forte di una propria idea stilistica». Magari come quella che lui stesso porta avanti ne La Sentinella (pagg. 462, euro 18,00) all'insegna di una qualità e una capacità evocativa fuori dal comune. Peraltro all'insegna di un assunto: «Scrivo quello che vorrei scovare in libreria e che invece non trovo. In quanto forse manca la volontà di innovare. Il che non vuol dire rivoltare un genere come un calzino, ma inserirsi nel suo interno con rispetto e competenza, in altre parole apportando nuova linfa. In buona sostanza cercando di non tradirne mai i capisaldi». E per quanto riguarda, lui portavoce dell'horror, questo suo ultimo romanzo? «Innanzitutto non è un horror in senso stretto, semmai un thriller di quelli che, quand'ero giovane, mi sarei aspettato di trovare nella collana Urania». In altre parole ne La Sentinella siamo in un futuro non ben definito, in un'era di uguaglianza e spiritualità, in un mondo dove non sono più necessari polizia ed esercito. Ciò che prima era privilegio delle classi ora infatti è alla portata di tutti. Una specie di paradiso? Tutt'altro. Semmai la rappresentazione di un nuovo inferno. In scena troviamo infatti il dilagare del cannibalismo, il proliferare di antiche sette legate al culto dei morti, la demenza indotta dall'uso di droghe, una mostruosa fauna mutante... Insomma, una situazione al limite che porta la Chiesa a istituire severe selezioni per la formazione di Ordini scelti che mettano un freno ai pericoli. Ed è in tale contesto - a fronte di una selezione disumana - che nasce l'Ordine delle Sentinelle. Ma cosa succede se i prescelti si rivelano peggiori dei cattivi che dovrebbero combattere? Eppure una società distopica (intendendo con questo una comunità indesiderabile e spaventosa) «non nasce da presupposti malvagi, ma dalla rinascita della spiritualità, delle arti e degli ideali di giustizia. Ma una loro gestione risulta tutt'altro che facile, e a volte le conseguenze del Bene non sono meno devastanti di quelle del Male». In tale ottica Vergnani cerca di far quadrare il cerchio dando vita a un qualcosa di indefinibile, a metà tra parabola horror e contesto evangelico. Tratteggiando il tutto all'insegna di un interrogativo: «Se ogni cosa andasse come vorremmo saremmo comunque in un mondo felice?». Di certo un bel tipo il nostro autore, che furbescamente ama giocare al personaggio. Come peraltro da profilo ufficiale: «Sono nato sotto la Ghirlandina nel 1961. A quattro anni già leggevo e da allora non avrei più smesso. Strada facendo sono stato uno svogliato studente di liceo classico, ancor più svogliato fuoricorso di Giurisprudenza, in quanto preferivo giocare a scacchi e tirare di boxe». Allontanato dai Vigili del Fuoco, dopo una breve e burrascosa parentesi militare ai tempi del primo conflitto in Libano, avrebbe sbarcato il lunario passando da un mestiere all'altro, portandosi comunque dietro una radicata avversione per il lavoro: dalle palestre di body building alle ditte di trasporti, dalle agenzie di pubblicità alle cooperative sociali, sempre in fuga da obblighi e seccature. Può bastare? Certo, ma solo dopo aver ricordato che ha dato alle stampe una trilogia vampiresca (Il 18° vampiro, Il 36° Giusto e L'ora più buia), nonché il romanzo I Vivi, i Morti e gli Altri, tutti pubblicati da Gargoyle. Senza dimenticare Per ironia della morte (Nero Press) e Lovecraft's Innsmouth (Dumwich). E questo è quanto.
Proseguiamo con il britannico M.J. Arlidge, una mano calda e di piacevole lettura che da 15 anni lavora in televisione, dove si è specializzato nella produzione di serie di alto livello. Dopo avere iniziato alla BBC e aver trascorso sette anni alla Ecosse Films, ha dato vita a una sua società specializzata in crime serial a uso e costume di network inglesi e americani. Fra le sue produzioni ricordiamo Torn, The Little House, Undeniable e quella alla quale sta attualmente lavorando, Silent Witness. Il suo primo romanzo, Questa volta tocca a te, è diventato in breve tempo un caso editoriale a livello internazionale (è stato tradotto in 22 Paesi) per la sua sconvolgente caratura. Un lavoro che per certi versi «ha riscritto le regole del thriller» e che ha entusiasmato il presidente e amministratore delegato del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, Stefano Mauri, tanto da indurlo a proporlo in prima persona ai librai. Logico quindi che Corbaccio non si sia lasciata scappare l'occasione di portarsi a casa i diritti anche per il suo secondo romanzo, che nella sola Inghilterra ha già venduto 280 mila copie, ovvero Nessuno escluso (pagg. 368, euro 16,40, traduzione di Giovanni Arduino). Un libro dove a tenere banco - a un anno di distanza dai tragici fattacci di Questa volta tocca a te - è nuovamente l'ispettore di polizia Helen Grace («Un personaggio che aspettavamo da anni», ha avuto modo di annotare un certo Jeffery Deaver), una protagonista alla Kay Scarpetta di Patricia Cornwell, disposta a convivere con un terribile segreto. A tenere banco in questo suo secondo thriller - grintoso e sconvolgente quanto ricco di suspense - è un assassino drammaticamente spietato, che non solo uccide un uomo felicemente sposato, ma gli strappa anche il cuore per spedirlo in un pacchetto alla moglie e ai figli. Il suo cadavere viene ritrovato fra i rifiuti di una casa abbandonata in una zona malfamata della periferia di Southampton, frequentata soltanto dai reietti della società. E visto che la vittima è un irreprensibile padre di famiglia, l'interrogativo è d'obbligo: come e perché è finito in un postaccio del genere? Il caso è di quelli che la stampa ama cavalcare, ma è anche un caso di quelli che fanno tremare le autorità. In effetti tutto fa pensare a un serial killer impegnato a dare la caccia a persone perbene, almeno in apparenza. E la conferma arriva puntuale con il ritrovamento di un secondo cadavere, a sua volta orribilmente mutilato. Le cronache parlano di una specie di Jack lo Squartatore al contrario: un assassino che dà la caccia a uomini stimati e irreprensibili, ma con una doppia vita. Insomma, una sorta di spietato angelo vendicatore. Sta di fatto che per Helen Grace è l'inizio di un incubo. A lei sono infatti affidate le indagini, e nella sua corsa contro il tempo dovrà guardarsi non solo dalle trappole mortali di una mente perversa («Hai segnato il mio destino. Ma adesso sono io a guidare il gioco. E tu non hai più scampo»), oltre che da giornalisti senza scrupoli, da un capo che non vede l'ora di farla fuori e, soprattutto, dai fantasmi del suo passato... Lei che percepisce la furia che si nasconde dietro questi omicidi, ma ciò che non sa è quanto sia terribile né cosa l'aspetti alla fine di questa catena mortale. Che dire: un canovaccio per palati forti, cupo quanto agghiacciante, in ogni caso originale e di piacevole lettura. In altre parole, un lavoro da non perdere.
L'ultimo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla penna dell'esordiente Luana Lewis, nativa dello Zimbabwe. Che, per via del suo lavoro (è una psicologa clinica specializzata nella cura degli stati d'ansia, depressione e stress post-traumatici, che ha anche condotto ricerche a Johannesburg sui sopravvissuti alle violenze), non deve aver faticato più di tanto a imbastire un adrenalinico thriller psicologico, impregnato di tensione e sviluppato sul crinale - come da richiamo in quarta di copertina - di tre preoccupanti interrogativi: cosa faresti se qualcuno bussasse alla tua porta e chiedesse il tuo aiuto? Cosa succederebbe se lo facessi entrare, e non riuscissi più a mandarlo via? E se ti raccontasse un segreto terribile su qualcuno che ami, ma la realtà fosse addirittura peggiore? Di certo il canovaccio di Non ti avvicinare (Longanesi, pagg. 322, euro 16,40, traduzione di M. Cristina Pietri) inizialmente si propone all'insegna di una quasi soporifera normalità. Con qualcuno che entra nella tua vita, vi si annida e in men che non si dica la cambia ferendoti nel profondo. All'insegna di una verità condita di bugie che finirà per stravolgere il trantran quotidiano di una signora in realtà troppo fragile, che vive protetta soltanto dalle mura amiche dove abita. Ma a rovesciare questo stato di quiete, in un gelido pomeriggio di allerta neve con tutto quel che ne consegue, è un inaspettato arrivo alla porta di casa senza che il sensore d'allarme abbia lanciato il suo segnale assordante. Di fatto suona il campanello e tutto non sarà più come prima per Stella, che si trova sola nella sua moderna abitazione di campagna in quanto il marito Max è lontano per lavoro. Lui che la sta curando dalla sua agorafobia (la paura degli ambienti aperti, comunque non familiari) e lei che sembra lentamente migliorare, anche se non si sente ancora in grado di uscire da casa, dove si trova rinchiusa da quasi diciotto mesi. E, ovviamente, non è nemmeno a suo agio nel far entrare qualcuno. Eppure «doveva correre un rischio, infrangere la vita da invalida che si era creata, prima che fosse troppo tardi». D'altra parte la bella ragazza, magra e agitata, che ha suonato alla porta riesce a intenerirla. E non le sembra rappresentare un pericolo, visto che la trova sconvolta e bisognosa d'aiuto. Così la fa entrare e, ben presto, la ragazza inizierà a raccontarle una storia sconvolgente. Dopo di che nulla sarà più come prima... Che dire: frammentato su tre piani narrativi, questo lavoro si propone tanto spiazzante quanto coinvolgente. A fronte di una forza narrativa fuori dal comune, che proietta il lettore, senza darlo a vedere, nel buio di una notte di menzogne e di misteri. Insomma, un sorprendente thriller firmato da una nuova penna di settore, peraltro già avvezza agli scaffali in quanto autrice di due studi, An Adult's Guide to Childhood Trauma e Dealing with Rape, entrambi però collegati alla sua professione di psicologa clinica. E che pertanto non possono fare testo nel nostro campo.

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