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L'Europa boccia l'Italia e l'Italia boccia l'Europa

Ma quanto può valere una guerra frontale contro Golia, vista il ruolo dei poteri forti a livello internazionale? Intanto Di Maio scivola sul reddito di cittadinanza mentre Salvini mantiene le promesse


08/10/2018

di Sandro Vacchi


Davide contro Golia: non è detto che sempre il primo abbia la meglio, anzi; soprattutto se col gigante sono schierati i detentori sempiterni del potere, da tutte le banche all'alta finanza, dall'establishment ai grand commis di Stato, dalle cancellerie agli alti funzionari ministeriali, dalle multinazionali ai circoli ultraesclusivi. Insomma, la catena di comando del mondo. 
Le dichiarazioni di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, perciò, sembrano un po' smargiassate da ragazzi al bar e un po' dimostrazioni di paura occulta, perché nessuno dei due può essere così incosciente da credere davvero a certe affermazioni. Nessun passo indietro rispetto al Decreto di economia e finanza con il deficit destinato a salire al 2,4 per cento del Pil? Otto mesi ancora e poi addio all'Europa di Bruxelles, di Juncker, della Merkel e di Macron? I conti si fanno alla fine, e il duo gialloverde non può credere seriamente che chi, da sempre abituato a comandare – spessissimo in modo infame – accetti di passare la mano senza colpo ferire e di andare ai giardinetti a dare il becchime ai colombi. 
L'Europa ha bocciato la manovra del governo italiano e il governo italiano boccia l'Europa: bello, perfino romantico, ma non sta né in cielo né in terra. E' vero: l'Italia non è la Grecia, che non aveva più lacrime da piangere quando è stata messa in ginocchio dalla Troika; però non è nemmeno la Gran Bretagna che si è potuta permettere la Brexit. E lo ha potuto per un motivo soprattutto, quello di non essersi mai invischiata nell'euro. Abbandonare a stretto giro di posta la moneta unica e l'Unione Europea, oppure anche soltanto sperare in una UE rivoluzionata alle radici dal voto di maggio dei Paesi sovranisti, populisti, antieuropeisti, è utopia demagogica. 
Non lo dico io, ma Luigi Di Maio stesso in una intervista al Corriere della Sera: «L'appartenenza all'Unione Europea non è in discussione, così come non lo è l'uscita dall'euro». 
La dichiarazione di guerra è perciò una più sensata dichiarazione di indipendenza e di riappropriazione di diritti per troppo tempo appaltati a Bruxelles e ai potentati che le ruotano intorno. La vittoria grilleghista di marzo qualcuno pensava che avrebbe indotto a salti di gioia la Commissione Europea, la BCE, la cattedrale di un potere fino a qualche tempo fa indiscusso e indiscutibile? I sudditi cominciano a ribellarsi alle fantasie regali di superpagati boiardi, impiegati e funzionari le cui pensioni sì dovrebbero mandare in fregola Giggino Di Maio e i suoi compagnucci di partito veterocomunisti. Tutto qui, per ora. 
«La visita di Mario Draghi era prevista da tempo e non credo che il presidente Mattarella si metta a mandare messaggi di preoccupazione utilizzando l'incontro con la BCE», ha minimizzato nell'intervista. Non dev'essere troppo tranquillo, tuttavia, essendo per lui probabilmente inspiegabile il perché la Lega sua alleata continui a guadagnare voti mentre i Cinque Stelle ne perdono. L'ultimo sondaggio vede Salvini al 33,8 per cento e i grillini al 28,5, con il Carroccio che in poco più di sei mesi dalle elezioni politiche ha raddoppiato i consensi, mentre i pentastellati hanno lasciato sul terreno 5 o 6 punti. 
Il reddito di cittadinanza non piace al 61 per cento degli italiani, mentre è accettato solamente dal 30 per cento: guarda caso, quasi tutti grillini, i quali ora corrono un rischio-boomerang, mentre il Capitano, come Salvini è chiamato dai suoi, sta mantenendo le promesse per quanto riguarda la sicurezza e le espulsioni. La controprova? 
All'estero è molto più considerato di Di Maio, al punto che il presidente francese Macron ha ricevuto all'Eliseo il più acerrimo nemico di Salvini, Roberto Saviano, e mica per discutere di reddito di cittadinanza e di “pensioni d'oro”, di cui gli importa rien de rien, ma di immigrazione. 
Non solo, ma i leghisti, che come visto sono un elettore su tre, in gran parte non sopportano il demagogo napoletano che vorrebbe privarli dei loro soldi versati in contributi previdenziali per regalarli soprattutto ai propri elettori sotto forma di assistenza. 
Che l'Inps stia andando a carte quarantotto a causa dell'assistenzialismo a pioggia è un segreto di Pulcinella, maschera napoletana non a caso, come non è un caso che la posizione di Salvini sui tagli alle pensioni elevate sia molto morbida e sfumata: Giggino abbassa il tetto, lui lo alza, così al primo resterebbero briciole per i suoi supporter, e il secondo non ne perderebbe troppi lungo la strada per entrare in prima persona a Palazzo Chigi. 
Di Maio ha illuso anche molti dei propri elettori, che gli voltano le spalle di fronte ai fatti e alle cifre. Giggino avrà avuto la disgrazia di doversi occupare di conti, tasse, tagli e pensioni, mentre Matteo si è fatto bello con tre o quattro colpacci contro gli scafisti che gli hanno procurato l'approvazione, spesso tacita, anche dei nemici. Perché – chi l'avrebbe mai detto, vero PD? - agli italiani, almeno a quelli che sgobbano, interessa non diventare secondi in patria, non perdere la casa perché deve entrarci un migrante più o meno clandestino, non rimetterci in sanità, scuole, sicurezza. E gli importa – chi l'avrebbe mai detto, vero Di Maio? - che non gli si tagli la pensione sudata in decenni di lavoro, che non la si regali a chi spesso non ha mai sudato in vita sua, che metà del reddito non gli venga mangiato dalle tasse. 
Ecco perciò che Di Maio è destinato a perdere ancora posizioni in classifica. Succederà presto, quando Standard & Poors e Moody's declasseranno, e non di poco, l'Italia. Perché? Ma perché, con la scusa dello sforamento del rapporto deficit-Pil, un'abitudine per il colosso germanico, un Paese con 2.336 miliardi di debito come l'Italia non può permettersi di buttare via soldi per mantenere un esercito di nullafacenti. Mantenere, poi, è una parola grossa, in quanto si è calcolato che i nove miliardi che andrebbero l'anno prossimo a cinque milioni di persone grazie al reddito di cittadinanza significherebbero 1800 euro a ciascuno. Si comincerà in aprile, dunque in nove mesi i simpatizzanti di Giggino Vestolebole prenderebbero duecento euro al mese. Complimentoni! E tanti accidenti al signorino. 
Bruxelles aprirà una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia, con tanto di multa pari allo 0,2 per cento del Pil (quasi tre miliardi e mezzo), e la Banca Europea degli Investimenti potrebbe tagliarci i finanziamenti. I fondi di investimento stranieri, i veri motori del mondo, servono per piazzare i nostri Buoni del Tesoro in giro per il pianeta. Se lo spread, vale a dire la differenza fra il valore dei Btp italiani e dei Bund tedeschi, farà schifo, quindi il nostro debito sarà considerato ad alto rischio da americani, arabi, russi, cinesi, ma anche australiani, brasiliani, sudafricani, di chi sarà la colpa? Dell'avventato governo italiano, nella fattispecie del presidente del consiglio Giuseppe Conte, del ministro dell'Economia Giovanni Tria e – fiato alle trombe! - di Giggino Di Maio. Mentre il primo e il secondo sono apparsi per caso sulla scena politica, però, il terzo sarà in ottima posizione per scomparire. A vantaggio di chi? 
Del più amato dagli italiani, il Lorello Cuccarini che parla milanese. 
Il quale, da perfetto lumbard, sa come si fanno quadrare i conti, chi merita e chi non merita, chi deve essere detassato e chi invece perseguito, chi deve finirla col magna-magna: vedi, a mo' d'esempio, certe Ong e cooperative, i barconi, i traffici di clandestini. 
E l'Europa, Bruxelles, l'euro, Juncker, la Merkel... L'Unione ci sarà sempre, ma dopo il 26 maggio satrà diversa da quella attuale; l'euro andrà ridiscusso come ormai predicano anche coloro che lo hanno partorito. Non tanto Romano Prodi, che lo fa per farsi dimenticare, ma fior di economisti a cominciare da Giulio Sapelli e Paolo Savona. 
Juncker? La Merkel? Fine corsa, si scende. 
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno scritto sul Corsera di sabato 6 ottobre: «Non si cresce se si pone a carico di chi produce il peso di mantenere cittadini che vanno in pensione a 62 anni e poi ne vivono altri venti... Non si cresce se si pone a carico di chi lavora il peso di sussidi di disoccupazione permanenti... Non si cresce se si puniscono le aziende che riescono a conquistare i mercati... Non si cresce se si perdonano gli evasori aumentando le imposte a chi le tasse già le paga e le ha sempre pagate... I segnali che l'Italia sta dando al resto del mondo sono molto preoccupanti». Secondo voi a chi si rivolgevano i due economisti? Al capopopolo che sere fa esultava dal balcone di Palazzo Chigi, miracolato a 32 anni da uno spregiudicato destino, oppure al capopopolo che ammette di sbagliare molto spesso, di non essere un santo e di avere tanto da imparare? 
Luciano Violante, uomo di sinistra, ex magistrato e già presidente della Camera, ha scritto che quello italiano è il primo esecutivo totalmente immerso nel mondo dei social, nel quale l'emozione prevale sulla ragione. E' verissimo. Salvini vive appiccicato al tablet, Di Maio è addirittura una creatura della piattaforma Rousseau della Casaleggio & C. Ma chi dei due rappresenta la ragione, almeno finora?

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