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L'Europa in bilico fra "spezzatini" secessionistici e mezzi per poter cambiare

La crisi catalana potrebbe far da detonatore ad altre 42 analoghe rivendicazioni. Con un corollario di tensioni politiche, finanziarie e divergenze sul debito che potrebbero risultare pericolose. A parlarne a Economia Italiana.it gli economisti Daalder e Cornelissen, i quali sostengono che la via del rilancio dell’Unione dovrebbe passare attraverso…


09/10/2017

di Giambattista Pepi


Lukas Daalder e Léon Cornelissen, rispettivamente Chief investment officer e Capo economista di Robeco

La peggior crisi finanziaria di tutti i tempi è per fortuna alle nostre spalle. Certo, la tempesta perfetta originata negli Stati Uniti tra il 2007-08 con l’esplosione della bolla immobiliare che ha generato la grande recessione propagatasi con un effetto-domino in tutte le macro regioni tra cui l’Europa, ha lasciato molte cicatrici. L’Eurozona, colpita due volte tra il 2008 e il 2012, prima dalla crisi finanziaria ed economica, poi da quella dei debiti sovrani (che mise a repentaglio la Moneta unica), è ritornata sul sentiero della crescita. Una crescita che prosegue ormai ininterrotta da 17 trimestri consecutivi, ma non ha saputo (o voluto?) implementare il livello di riforme strutturali originariamente progettato.
L’area dell’Euro sta rapidamente approcciando uno spartiacque. L’insorgenza dei populismi (con 42 ventilate secessioni al palo nella sola Europa, in primis quella della Catalogna), le tensioni politiche tra gli Stati membri, la crescente divergenza economica tra i partner e le questioni legate al debito porteranno l’Unione monetaria alla disintegrazione, oppure i membri decideranno di restare insieme a tutti i costi? E, forse, una volta che le acque si saranno calmate, l’Eurozona potrebbe emergere come un’Unione monetaria più ottimale di quanto non lo sia mai stata?
A queste e ad altre domande rispondono nell’intervista a Economia Italiana.it Lèon Cornelissen e Lukas Daalder, rispettivamente capo economista e responsabile degli investimenti di Robeco.

La dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna dalla Spagna (se ci sarà) potrebbe fare da detonatore alle polveri dei movimenti indipendentisti, populisti e antieuropeisti, che attendono occasioni ghiotte come questa per portare avanti i loro progetti scissionistici e secessionistici. La Brexit - comunque andranno i negoziati con l’Ue - è un monito per l’Europa. L’Europa è sull’orlo della disintegrazione?     
«Possiamo immaginare diversi modi in cui l’Eurozona potrebbe disintegrarsi. “Grexit”, “Frexit”, “Italexit”, perfino “Nexit” e “Fixit” (uscita della Finlandia) sono state tutte menzionate nel corso dell’ultimo anno. Sebbene queste potenziali uscite abbiano diverse cause dirette, non serve molta immaginazione per portare le ragioni a fattor comune: l’Eurozona non è un’area monetaria ottimale. L’idea è che perdere la possibilità di gestire in autonomia i tassi di interesse ha dei benefici (la prevedibilità degli scambi) ma può anche portare a maggiori costi poiché viene meno un facile meccanismo di ribilanciamento. In più, i costi potrebbero essere superiori ai benefici se ci dovessero essere frequenti shock asimmetrici e nessun meccanismo di aggiustamento alternativo. E questo metterà alla fine a repentaglio la tanto necessaria solidarietà all’interno del sistema. In più, mentre le persone hanno completa flessibilità di muoversi da una parte all’altra degli Stati Uniti, l’assenza di una lingua comune nell’Eurozona funge da barriera, impendendo così una libera circolazione del capitale umano, come altrimenti teorizzato».

Le due più importanti economia pro-Europa (Francia e Germania) sono impegnate in un processo riformatore ancora in embrione volto al rafforzamento e al rilancio delle istituzioni europee. Se attuate, queste riforme potrebbero accrescere la fiducia delle popolazioni europee e mettere a freno i populismi e i nazionalismi?
«Alla luce della crisi che una disgregazione dell’Eurozona probabilmente causerebbe, ci sono chiari segnali circa le intenzioni di restare uniti. E sono molti, e di diversa entità, i passi che possono essere intrapresi nel processo di integrazione. Un’idea è quella di finanziare gli investimenti con bond dell’Eurozona, che potrebbero rappresentare una forma embrionale dei tanto discussi Eurobonds: obbligazioni emesse a livello sovranazionale piuttosto che nazionale. Se tutto il debito dell’Eurozona fosse emesso così, la speculazione sui singoli mercati obbligazionari cesserebbe. Non che ci si possa aspettare alcuna condivisione del debito in tempi brevi, ma anche solo se qualche emissione venisse gestita a livello sovranazionale potrebbe aiutare come stabilizzatore macroeconomico a livello dell’Eurozona, aumentando le possibilità di sopravvivenza dell’Euro. Un’Unione bancaria completa è un secondo passo potenziale, ma al tempo stesso molto meno discussa in questo periodo. Un deposito di garanzia per l’Eurozona potrebbe prevenire una corsa agli sportelli, se un emittente nazionale dovesse continuare a trovarsi in difficoltà. Anche se questi passi potrebbero aiutare a solidificare il blocco e ridurre gli attacchi speculativi, potrebbero essere misure più finalizzate a combattere i sintomi del malanno piuttosto che il problema in sé. Infine, dei passi dovrebbero essere fatti per migliorare l’Eurozona, rendendola un’area monetaria più ottimale».

Come ricordavate sopra, a differenza degli Stati Uniti, l’Europa non parla una sola lingua. Lingue a parte, si fa fatica a far convivere insieme popoli europei così diversi con sistemi economici, fiscali, politici, tanto differenti. Cosa si potrebbe fare per attenuare i forti divari esistenti tra i 27 Stati dell’Ue?
«Considerando che non saremo in grado di cambiare le vaste differenze tra le strutture economiche e finanziarie delle diverse economie in breve tempo, un’ulteriore integrazione fiscale e politica sembrerebbero ciò che è in ultima istanza necessario per salvaguardare il futuro del progetto Euro. Il “patto” franco-tedesco sembra essere composto da riforme sul fronte dell’offerta in Francia (in particolare la riforma del mercato del lavoro) e una maggiore flessibilità verso la spesa fiscale dell’Eurozona da parte della Germania. Nonostante questo possa non essere il grande passo di svolta che risolverà tutti i problemi dell’area Euro, rappresenta almeno un passo nella giusta direzione».

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