Share |

L'Ue? "Un esempio per tutti: più delle liti contano i valori"

Il futuro dell’Unione, secondo il giapponese Tetsuro Akanegakubo, è nella sua storia, anche se il rilancio passa attraverso il rafforzamento delle istituzioni. E se la Brexit è servita da lezione, l’euro ha regalato stabilità e frenato l’inflazione. Resta invece ancora caldo il problema dell’immigrazione: “Non ammiro Salvini, ma l’Italia non aveva altra scelta”


08/04/2019

di Giambattista Pepi


Ha le idee chiare Tetsuro Akanegakubo - 80 anni, 42 dei quali vissuti a Roma come corrispondente del quotidiano Shakai Shimpo di Tokyo - sull’attualità e le prospettive dell’Unione europea, attesa dal banco di prova delle elezioni del 26 maggio. Così eccolo prendere posizione su diversi temi portanti, fermo restando che l’Europa conta più delle scaramucce dei singoli Stati perché è fondata sui valori e gli ideali. Per questo potrà garantire un futuro di pace e prosperità ai suoi cittadini, a patto che vengano rafforzati i poteri delle istituzioni a cominciare dal suo Parlamento. 
E per quanto riguarda i partiti populisti? Non avranno la maggioranza alle elezioni di maggio. E anche se la conquistassero non avrebbero interesse a bloccare la macchina istituzionale. A sua volta l’euro non è solo un simbolo di unificazione, ma una valuta che agevola gli scambi, garantisce la stabilità della politica monetaria e permette di tenere sotto controllo l’inflazione. Per contro la politica sull’immigrazione dei porti chiusi non gli piace, ma non vede altre soluzioni per impedire gli incessanti sbarchi. A meno che Bruxelles non voglia fare come la Cina: investire di più in Africa per fare sviluppo e impedire gli esodi. 
Ricordiamo ai lettori di Economia Italiana.it che la “chiacchierata” con Akanegakubo si rapporta con l’ormai lunga serie di interviste dedicate ai corrispondenti dalla Capitale dei più importanti quotidiani mondiali. Con l’intento di dare voce a un interessante quadro di riflessioni e di approfondimenti.

La questione degli immigrati, la crisi dell’Ucraina, le divergenze sulle visioni dell’Europa hanno messo a dura prova, negli ultimi cinque anni, la coesione sociale ed economica e l’unità politica.  Come vede i travagli comunitari un giornalista come lei, trapiantato da oltre quattro decenni in Italia? 
L’Europa, nonostante tutto, è forte e unita perché condivide i grandi valori universali: la pace, il rispetto della dignità dell’uomo, la tutela e la promozione delle libertà (di pensiero, di associazione, di movimento, politica, di culto), la tutela delle minoranze, l’affermazione dei regimi liberaldemocratici contro le tirannie: lascito della Rivoluzione francese, ma anche frutto della vittoria degli Stati alleati contro gli Stati dell’asse, espressione delle ideologie totalitarie, nella Seconda guerra mondiale. Non sono preoccupato della situazione attuale: non saranno certo le polemiche, le scaramucce, le dichiarazioni sopra le righe di qualche premier o esponente politico, a mettere in discussione il patrimonio di valori e di ideali che costituiscono solide fondamenta dell’Europa e, in particolare, dell’Unione europea. Per me l’Europa è ancora oggi un baluardo della democrazia e della libertà per tutto il mondo. Come gli Stati Uniti d’America. Certamente più del Giappone e di altri Paesi asiatici e dell’America latina.

Le contraddizioni della globalizzazione, la pressione dei movimenti migratori, il terrorismo di matrice islamica, l’incapacità di gestire e rispondere con provvedimenti appropriati alla crisi finanziaria ed economica del 2007-08, la più grave dopo quella del 1929, hanno gonfiato le vele della protesta degli strati popolari canalizzata da movimenti e partiti di ispirazione nazionale, sovranista e populista, che oggi vedono la migliore risposta alla crisi di identità degli Stati nella chiusura delle frontiere, nell’elevazione di muri e argini, nell’ampliamento delle singole sovranità a discapito delle Istituzioni comunitarie. Quali gli eventuali rischi? 
Anche se ottenessero la maggioranza alle elezioni di fine maggio, non credo proprio che gli esponenti dei partiti sovranistici o nazionalistici avrebbero poi effettivamente voglia di fare cose contro l’Europa perché i singoli Stati - e questo lo capiscono anche i bambini - da soli non possono fronteggiare, date le ridotte dimensioni, un gigante come la Cina. 
Si parla molto dell’immigrazione, ma serpeggiano nell’opinione pubblica forme di xenofobia se non vogliamo definirlo tout court razzismo e pur essendoci stata l’integrazione e la tolleranza nei confronti degli immigrati che hanno nel corso dei decenni raggiunto gli Stati europei, oggi sembra questo l’argomento che maggiormente divide gli Stati europei sulla politica di gestione dei flussi migratori con atteggiamenti ora di apertura cauta, ora di chiusura severa. Gli europei dovrebbero ricordarsi della loro storia recente. Dal Settecento in poi molti Stati europei (Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Germania, Italia) hanno colonizzato quasi tutta l’Africa compiendo scempi e brutalità senza comparazione con gli episodi di criminalità compiuti da immigrati. Dopodiché l’Italia, da sola, non può affrontare e risolvere il problema dell’immigrazione, ma nemmeno l’Europa può farlo. Di cosa si preoccupano coloro che sparano a zero contro gli immigrati, forse che tutti gli abitanti dell’Africano si trasferiscano in Europa. 
Si critica la Cina che in Africa sta investendo nell’acquisto di terreni, di quote e partecipazioni in società statali africane impegnate in attività minerarie, nella realizzazione di infrastrutture materiali ed immateriali, nel commercio, nelle tecnologie e così via. Secondo me questa è la via per impedire che le popolazioni alla fame lasciano i loro villaggi e le loro città e cerchino un futuro di pace e benessere in Europa. Ecco gli Stati europei dovrebbero provare ad investire e collaborare con la Cina di più in Africa. Perché se si sviluppano i paesi poveri da dove maggiormente proviene il flusso migratorio in Europa, migliorano le condizioni di vita della popolazione locale, e si contribuisce alla stabilizzazione politica degli Stati favorendone la transizione verso forme di governo dal volto umano. 
Io ammiro gli italiani perché hanno un cuore molto grande e in questi anni hanno fatto molto per alleviare le condizioni di disagio degli immigrati giunti nel Paese e degli altri che dopo essere sbarcati da voi hanno deciso di trasferirsi in altri paesi europei. Non ammiro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha deciso di non consentire l’ingresso nei porti alle navi delle Ong che hanno salvato immigrati in mare sfruttati dagli schiavisti, ma non vedo altre soluzioni. In Giappone le leggi sono molto più severe nei confronti degli immigrati: le frontiere sono chiuse. Punto e basta. Il comportamento degli italiani e degli europei è migliore rispetto a quello di altri Stati.

Quindi chiudendo i porti all’immigrazione clandestina Salvini vuole contrastare l’attività degli schiavisti che approfittano delle condizioni di queste persone per illuderli, dietro il pagamento di migliaia di dollari, che in Europa troverebbero pace e benessere. Ma resta sullo sfondo il fatto che gli immigrati servono all’economia visto che ci sono lavori che gli europei non vogliono fare e che servirebbero a ringiovanire le popolazioni che stanno precocemente invecchiando? 
Il problema del basso tasso demografico che riguarda sì gli Stati europei, ma anche altri Paesi - voglio ricordare il Giappone e la Cina - secondo me non si risolve aprendo indiscriminatamente le frontiere e facendo affluire migliaia di immigrati dall’Africa, ma regolarizzando i flussi mediante un sistema di “quote” annuali. Ma per tornare a parlare dell’invecchiamento demografico, il Giappone aveva 80 milioni di abitanti nel 1945 e oggi 110 milioni. Molti di questi lavorano fino a 70 anni e oltre, ma i Governi non pensano di risolvere il problema con gli immigrati, ma con l’intelligenza artificiale e con il robot; semmai favorendo la natalità. Penso che anche gli Stati europei dovrebbero fare così. Insisto: per stroncare l’attività di mercanti e schiavisti occorre che l’Europa si muova nella direzione di accrescere gli investimenti in Africa per realizzare con i governi di quei Paesi le infrastrutture e i servizi indispensabili allo sviluppo economico e sociale.

Ma gli italiani, e forse penso anche altri europei, si domanderebbero: ma perché dobbiamo essere noi a realizzare investimenti nei Paesi africani, quando i governi corrotti e violenti non li fanno pur avendo risorse? Come si sa, inoltre, gran parte degli aiuti forniti attraverso le organizzazioni umanitarie internazionali non va a beneficio delle popolazioni bisognose locali… 
Questo è vero. Ma in fondo è la stessa accusa che fino a         qualche anno fa si sentiva nella propaganda della Lega Nord nei confronti del Mezzogiorno d’Italia: perché lo Stato deve elargire sussidi e aiuti alle popolazioni delle regioni meridionali cui contribuiamo con le nostre tasse per assistere nullafacenti e bacchettoni e amministrazioni locali indebitate perché spreconi e corrotte? Credo che la strada maestra sia quella di offrire collaborazione ai Paesi africani in difficoltà in modo da fermare l’esodo verso l’Europa degli strati più poveri delle popolazioni locali. Tante volte si invoca per il Mezzogiorno una politica straordinaria, sul modello della Cassa straordinaria per gli interventi nel Mezzogiorno, che operò per venti anni. Ecco, penso che anche l’Europa dovrebbe varare un piano straordinario di aiuti allo sviluppo per l’Africa.

Ma torniamo a parlare dell’Europa. Negli ultimi anni abbiamo constatato l’insofferenza crescente di diversi Stati (l’Italia, la Grecia, i Paesi del patto di Visegrad, tra cui l’Ungheria) verso le regole vincolanti dei Trattati applicate in maniera ortodossa dai burocrati di Bruxelles e dalle istituzioni comunitarie come la Commissione europea. Sarebbe necessario avviare delle riforme nell’Ue per adeguarne il passo al sentire comune, alle aspirazioni e ai bisogni delle popolazioni e dei singoli Stati? 
Sì. È necessario, ma le riforme le fanno le istituzioni comunitarie, non i singoli Stati. Mi spiego: i governi attraverso i loro rappresentanti nel Parlamento europeo le propongono, poi si discutono, infine si approvano. Ma non è possibile che ogni Stato membro, che ha sottoscritto a suo tempo i Trattati istitutivi, faccia quel che gli pare e pretende deroghe o eccezioni alle regole che tutti hanno accettato per il buon funzionamento dell’Unione europea. Penso che ci vogliano più investimenti, ma le trattative e le riforme si fanno nelle sedi proprie. Questa regola deve valere per tutti. L’Italia non può stabilire quanto deve essere il deficit rispetto al Pil, non può spendere ciò che non ha in bilancio, non può lasciare crescere indifferentemente il proprio debito pubblico, ignorando che esistono delle regole nei Trattati che fissano un “tetto”. Si può chiedere comprensione, tolleranza, pazienza, ma le regole vanno rispettate.

Euro. C’è chi lo difende e chi l’attacca. Chi dice che ha favorito le economie più forte e integrate come la Germania e altri Stati del Nord Europa, e chi, invece, ritiene che sia stato un “cattivo affare”: penso alla Grecia, all’Italia, al Portogallo, a Cipro. 
È un elemento unificatore e un vantaggio. Il tasso di cambio non muta come avviene invece quando ogni Stato aveva la propria moneta nazionale. Inoltre serve a garantire la stabilità monetaria e a tenere sotto controllo l’inflazione. Ricordo ancora negli anni Ottanta e Novanta quando l’Italia aveva ancora la lira, che l’inflazione era a doppia cifra. Ricordo ancora la tassa straordinaria sui conti correnti imposta durante la notte dal Governo presieduto da Giuliano Amato. Oggi l’Italia è protetta dalle oscillazioni dei tassi di cambio che riguardano altre valute nazionali: penso al rapporto dollaro-yen, sterlina-dollaro, franco svizzero-dollaro e così via. Penso che l’euro sia stato utile per l’Italia. Se oggi o negli anni scorsi durante la crisi avesse avuto ancora la lira, il Paese ne avrebbe risentito maggiormente.

Quali ulteriori passi avanti deve compiere l’Ue? 
Occorre che il Parlamento europeo abbia più potere.

Quali sono le tue previsioni per le elezioni europee di fine maggio? 
I populisti saranno più rappresentati. I socialisti si difenderanno meglio dei popolari, ma insieme potrebbero coalizzarsi e dar vita a una maggioranza.

La saga della Brexit. Gli inglesi a maggioranza si sono espressi per l’uscita, ma il Parlamento non decide. 
Mi sembra che l’uscita avverrà, ma senza alcun accordo. Il primo ministro Theresa May ci sta provando, ma il Parlamento ha finora bocciato i suoi tentativi. Mi pare che il problema sia quello del confine tra Irlanda del Nord e Irlanda. Gli inglesi storicamente hanno sempre tenuto alla loro indipendenza e penso che, in un modo o nell’altro, usciranno dall’Unione europea. Un problema a parte è se ne avranno svantaggi o utilità da questa uscita.

L’uscita del Regno Unito così difficile sarà un esempio da imitare o piuttosto un monito per altri Paesi europei a percorrere la strada della Brexit? 
No, penso che nessun altro paese europeo ci stia pensando. Nemmeno in Italia se ne parla più. L’ha escluso categoricamente il Governo in carica, ma anche nell’opinione pubblica non se ne parla più. La Brexit è stata una lezione per l’Europa. Non per far capire le difficoltà e gli oneri cui andrebbe incontro un Paese che decidesse di lasciarla, quanto piuttosto per riflettere sul fatto che l’Europa conta molto più di quanto sembri e l’unità e i valori su cui si è fondata sono ciò che fa la differenza rispetto ad altre organizzazioni sovranazionali.

(riproduzione riservata)