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L'addio a Pilade del Buono, un grande nella vita e nel giornalismo

Un uomo di altri tempi dalla penna felice e dalla battuta arguta. Lui che era vissuto all’ombra del fratello maggiore Oreste, del quale ne tesseva le lodi, e che si divertiva a minimizzare le sue importanti origini


22/07/2019

di Mauro Castelli


Pilade (Mario) del Buono ci ha lasciato a 88 anni. Ci ha lasciato e ha lasciato la moglie Anna e la figlia Alessandra, che gli aveva regalato un nipote, Giulio, per il quale impazziva. Di certo per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico sarà una ferita difficile da rimarginare. Fortunatamente supportata dai suoi tanti appunti di vita, quegli stessi che amava raccontare e ancora raccontare all’insegna di una sorprendente modestia. 
Lui che, destino infausto, era vissuto all’ombra del fratello maggiore Oreste del quale tesseva le lodi, ricordandone con affetto le cento e passa direzioni di testate e collane editoriali che si era guadagnato. Di fatto un fratello ingombrante che a suo dire dormiva pochissimo, il che gli consentiva di scrivere e ancora scrivere nelle lunghe ore notturne a disposizione. E al quale, quando la penna non era più quella felice di un tempo, vale a dire negli ultimi anni di vita (se n’era andato nel settembre 2003), scriveva persino dei pezzi che regolarmente venivano pubblicati a suo nome. 
Così come amava raccontare, il generoso Pilade, le sue avventure e disavventure di vita. Lui nativo - come Oreste e la sorella Rosaluce - di Poggio, una frazione del Comune di Marciana, sull’isola d’Elba, figlio di Alessandro e Vincenzina Tesei. Una famiglia dalle origini importanti: il nonno paterno Pilade era stato infatti imprenditore minerario, politico radicale e massone. Ma la sua propensione a sperperare quattrini aveva reso obbligatoria la vendita della villa del Pianello, dove i ricordi di Napoleone tenevano banco (in alcuni pezzi di argenteria erano state, ad esempio, sovrapposte le insegne dei del Buono a quelle dell’Imperatore francese). Quindi il trasferimento dapprima a Firenze, poi a Roma e, infine, a Milano, dove sarebbe decollata la carriera giornalistica sia di Oreste (così si chiamava lo zio paterno mai conosciuto, in quanto prematuramente scomparso) che di Pilade. 
Già, Pilade. Che aveva cominciato a lavorare all’agenzia Sportinformazioni all’inizio degli anni Cinquanta (una fucina di giornalisti di razza a partire da Beppe Viola) quando il grande Gianni Brera gli propose di diventare l’unico redattore (naturalmente abusivo, come allora facevano praticamente tutti i giornali) di Sport Giallo, un settimanale di critica sportiva edito dal vicepresidente del Genoa, Aldo Dapelo, che si proponeva come avversario del celebre Guerin Sportivo. “Visto che Sport Giallo aveva sede nell’agenzia, approfittando del fatto che Luigi Ferrario, alias Babbone (come l’avevo proclamato), proprietario/direttore di Sportinf, aveva la qualifica di facciata di caporedattore del settimanale, ero tranquillo. E quindi accettai l’offerta”. 
In seguito, il 21 aprile 1956, sarebbe partita la grande avventura de Il Giorno, il quotidiano di rottura voluto dall’Eni. E Pilade del Buono avrebbe contribuito a regalare smalto alla redazione sportiva, sulla carta guidata da Gianni Brera in quanto ben presto il numero uno sarebbe stato lui. E a questo proposito ha avuto modo di raccontare: “Ero a casa di Brera quando ricevette, una dopo l’altra, due visite di colleghi che lavoravano a Bergamo e alla Gazzetta, i quali, pur avendo accettato la sua offerta, ripensandoci, volevano dallo stesso Brera garanzie che Gianni non poteva ovviamente dare. Alla fine uno dei due, Gian Mario Maletto, accettò e io, in parallelo, gli proposi Angelo Pinasi che a sua volta aveva lavorato a Sportinf e che in quel momento seguiva per MilanInter, il settimanale di Scarambone e Missaglia, le squadre milanesi. Problema dunque risolto e così decollò la redazione sportiva del Giorno”. 
Redazione sulla quale, bene e spesso, tornava a parlare l’amico Pilade. “Una redazione che era composta “da Gianni Brera (inviato anche per grandi fatti non sportivi, cosa che non piacque eccessivamente agli altri inviati), Mariolino Fossati (che aveva già lavorato con Brera alla Gazzetta dello Sport alla fine degli anni Quaranta ed era il suo più fedele amico), i citati Maletto e Pinasi nonché il sottoscritto. Giulio Signori sarebbe invece entrato due anni dopo, su mia segnalazione (conoscendolo bene dai tempi di Sportinformazioni) come collaboratore nel periodo estivo prima dell’assunzione. A sua volta Gianni Clerici, allora tennista di prima serie all’epoca dei Sirola, Pietrangeli, Merlo e Gardini, poi conosciuto uomo di lettere e romanziere di successo, firmò immediatamente insieme ad altri straordinari collaboratori (Calvesi, Frossi, Tammaro, Gregori etc.)”. 
Il Giorno, si diceva, dove del Buono sarebbe rimasto per tredici anni, sino alla fine del 1968 quando, dopo un breve intervallo come caporedattore all’Avvenire sarebbe approdato al Corriere della Sera. Così eccolo raccontare dei mitici colleghi di redazione (come Bettinzoli, l’interista Bulgheroni, i Rovaron e via dicendo), ma anche del direttore/fondatore Gaetano Baldacci, quello “che sentiva i giornalisti sulla sua Jaguar in via Settala prima di assumerli, alla vigilia che il quotidiano decollasse. Colui che ci regalò l’edizione del pomeriggio (che, fortunatamente per noi redattori, si protrasse solo qualche mese: costava troppo, Il Giorno costava troppo), senza raddoppiare la redazione o irrobustirla adeguatamente. Un altro cadeau ci venne fornito dalla direzione Baldacci/Rozzoni: nell’inserto a rotocalco del lunedì erano comprese alcune pagine sportive che dovevano essere chiuse tassativamente, per ragioni tecniche (formandosi a Torino), il venerdì sera. Pagine sportive che uscivano il lunedì senza conoscere i risultati della domenica… In proposito ho un preciso ricordo: dopo 47 ore consecutive di lavoro staccai la spina e andai a casa dove venni raggiunto da una telefonata del vicedirettore Angelo Rozzoni, che di fatto faceva il giornale. Così, le ore, da 41 divennero 48”. 
D’altra parte la passione per il giornalismo di Pilade del Buono era tale da fargli dimenticare la fatica. Sempre all’insegna di una correttezza unica. Peraltro supportata da un ricordo personale. Successe che, alla nascita di Italia Oggi, il quotidiano economico che si doveva contrapporre al Sole 24 Ore, gli avessero offerto la vicedirezione (lui che fra l’altro aveva ricoperto la stessa carica presso la redazione de La Nazione di Firenze, mentre al Giornale di Montanelli - al seguito di Brera, al quale era profondamente legato - aveva fatto parte della redazione sportiva). La qual cosa, essendo lui un impagabile uomo di macchina al contrario dei fuoriusciti dal quotidiano confindustriale, mise in allarme l’allora direttore Gianni Locatelli, il quale mi incaricò di contattarlo per fargli una controfferta. Ne fu lusingato, ma da galantuomo qual era rifiutò, in quanto - pur non avendo sottoscritto nulla - aveva dato la sua parola. 
Parola che invece non venne rispettata dalla controparte. A quel punto mi chiamò per dirsi intenzionato ad accettare l’offerta di occuparsi come vicedirettore degli speciali del Sole. Ruolo che avrebbe ricoperto per un sacco di anni, con una miriade di lettere scritte (amava risolvere in questo modo - lui penna sopraffina - i problemi dei tanti colleghi che gli chiedevano supporto) e aneddoti al seguito. Uno per tutti: quando l’informatica entrò di prepotenza al giornale, decise che non faceva al caso suo. Non se la sentiva di approcciarsi a quella diavoleria rappresentata dal computer, che lui pronunciava ironicamente così com’era scritto. Per entrarne nei meccanismi bisognava infatti seguire dei corsi che vedevano in campo gruppi di cinque o sei giornalisti. Ma lui, per via dell’età (ma non era certo anziano), a insistere sul no e sulla decisione di andarsene. Senza ovviamente fare storie. 
Fortuna volle che trovassi una soluzione di compromesso, organizzandogli un corso ad personam nel suo ufficio. A fronte di un accordo: se non gli fosse sfagiolato, libero di lasciare. Risultato? La nuova materia lo avrebbe ben presto intrigato in misura tale che, tempo sei mesi, non solo sarebbe diventato consulente di altri colleghi un po’ meno dotati, ma si sarebbe comprato un computer per divertirsi, come diceva lui, a casa. E di computer personali ne avrebbe ben presto collezionati altri due. Sui quali, una volta andato in pensione, aveva iniziato a raccogliere i ricordi delle sue prime esperienze giornalistiche, a partire da quelle della sua tanto amata agenzia Sportinformazioni. Una storia mai pubblicata e che - per via di un vissuto personale - mi piacerebbe tanto poter leggere…

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