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L'aumento delle aliquote Iva? Sempre più probabile

Nonostante le smentite di Luigi Di Maio e Matteo Salvini il nuovo balzello potrebbe scattare a gennaio. E Bruxelles già gongola per gli ulteriori previsti introiti


23/04/2019

di Catone Assori


Se fosse messo al totalizzatore l’aumento delle aliquote Iva, le quote vincenti sarebbero offerte a livello di saldo. Nel senso che, nonostante le smentite che Luigi Maio e Matteo Salvini continuano a sbandierare, la possibilità, a partire da gennaio, di un salto in avanti delle aliquote (si parla dal 22 al 25,2 per cento per quella ordinaria e dal 10 al 13 per cento per quella intermedia) risulta quasi scontato. Vista peraltro la disastrosa situazione dei conti pubblici, con un debito che, mese dopo mese continua a crescere, e come peraltro ha lasciato intendere il ministro Giovanni Tria. Anche se sul Def, il Documento di economia e finanza, è riportato l’obiettivo di “adottare misure per il disinnesco delle clausole di salvaguardia fiscali del 2020”, ma senza parlare di uno stop “integrale” agli aumenti. Come dire… 
Tria, si diceva. Che, per le sue posizioni segnate dalla concretezza, è stato messo sulla graticola in quanto invise ai nostri due bellicosi vicepremier, impegnati come sono a suonarsele di santa ragione in vista delle elezioni europee del 26 maggio. Poi, visto che di mezzo c’è la tenuta del Governo, chi vivrà vedrà.   
Di fatto questo ventilato rialzo delle aliquote potrebbe costare caro agli italiani, come peraltro lasciano intendere alcune simulazioni. Ad esempio, secondo calcoli fatti dalle associazioni dei consumatori, questa operazione porterebbe nelle casse erariali 23 miliardi di euro. Ovviamente pagati dalle famiglie italiane, che si troverebbero a sborsare, nell’arco di un anno, una cifra pesante. Cifra che, stando all’Ufficio Studi Confcommercio e a seconda delle decisioni che saranno adottate, si aggirerà fra i 382 e gli 889 euro all’anno. 
Ma ci sono altre due ipotesi sul tavolo ministeriale: quella di limitare i ritocchi dell’Iva a un solo punto (in questo caso l’aliquota ordinaria salirebbe al 23 per cento e quella intermedia all’11) nonché quella legata a un aumento selettivo, da verificare voce per voce. “Spostando, ad esempio, alcuni prodotti o servizi che sono nella fascia intermedia in quella ordinaria. In questo caso, si potrebbe pensare a incrementi per alcuni settori, come quello dei servizi turistici o di alcuni generi alimentari”. 
Ma quali sarebbero i prodotti più penalizzati in caso di un aumento pieno? Sempre secondo le stime di Confcommercio, se l’aliquota intermedia salisse appunto dal 10 al 13 per cento ne pagherebbero lo scotto, tra l’altro, i prezzi di yogurt, omogeneizzati, salumi, farmaci, elettricità e voli aerei, mentre il ritocco di quella ordinaria interesserebbe prodotti come caffè, sigarette, abbigliamento, calzature, smartphone e profumi. 
Ovviamente, su questa scottante tematica, non poteva mancare il parere della Cgia di Mestre, che in una nota ha espresso la sua netta contrarietà. Gli artigiani mestrini ricordano infatti che, nell’ipotesi peggiore, se cioè non venissero recuperati entro la fine di quest’anno 23,1 miliardi di euro, l’aliquota ordinaria dovrà giocoforza crescere ai citati massimi livelli. Un balzo che “ci consentirebbe - viene amaramente ironizzato - di posizionarci in testa alla classifica dei più tartassati dall’Iva in ambito europeo”. 
Detto questo, va infine ricordato che a beneficiare dell’eventuale aumento delle aliquote sarà anche l’Unione europea, in quanto i nostri versamenti vengono in parte calcolati proprio sulla base del gettito dell’Imposta sul valore aggiunto. E non si tratta, è bene ricordarlo, di minutaglie. Insomma, in abbinata al danno (con penalizzazione al seguito dei consumi interni) anche la beffa.

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