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L'avvolgente trama del quotidiano e i segni del tempo firmati da Maurizio Cucchi

Con Paradossalmente e con affanno il poeta, una delle voci più interessanti dell’ultimo mezzo secolo, ripercorre l’inizio e il presente della sua arte. Giocando sulla nostalgia…


17/07/2017

di Luca Minola


Paradossalmente e con affanno, l’ultimo libro di poesie di Maurizio Cucchi uscito per Einaudi (pagg. 68, euro 10,00), sigilla, ovviamente per ora, tutto il lavoro poetico di uno dei più noti e studiati poeti contemporanei. Traccia l’inizio e il presente della poetica di Cucchi. Propone in maniera compatta e fiera la prima plaquette dell’autore datata 1971, composta dal 1963 al 1969. Precede l’imprescindibile e fatidica opera de Il disperso, collegandola a un testo recente, La sciostra, una “dimora felice”, luogo esistente, magazzino di materiali edili lungo la Martesana a Milano, un luogo della memoria, che richiama un mondo passato, stravolto dall’incertezza e dalla velocità contemporanea.
L’autore in ogni caso pecca giustamente di nostalgia, di volenterosa semplicità nel presentare ancora una volta al lettore la propria storia, la realtà in una piena coscienza civile e morale che vibra di richiami e operosa poesia.
Interessante è peraltro l’avviarsi verso i segni lasciati dal tempo, dalla poesia che Cucchi ormai compone da oltre cinquant’anni, fin dalla giovinezza: la cura di questa parola e l’avvolgente trama del quotidiano che si distende in tutte le pagine che questo autore ha scritto, assorbe l’inchiostro delle stampe restituendo immagini, volti, fotografie e odori.
In effetti per Cucchi gli odori sono fondamentali, gli odori creano gli ambienti, esaltano i muri, i mattoni delle case del proprio potere. Aderiscono alla materia. Nessun poeta come lui ama la materialità, la profonda umanità di ogni cosa. Il suo radicamento risente di una connessione immediata alla vita, al coincidere tutto particolare di un costante sprofondamento nel reale, di una fantasia che si nutre di polvere e collettività. La preghiera che il poeta ancora ripete è poter immagazzinare ogni cosa, ogni forma, ogni linguaggio della propria vita.
L’immediatezza del dettato propone questo: “Il viso inutile di uno sconosciuto/ le frasi smozzicate perdute agli angoli/ della bocca/ i giochi di prestigio su un filo teso/ un occhio all'orologio sempre/ con un affanno e un tormento/ perché è ridicolo riconoscersi/ in un groviglio di ombre”.
L’attesa si nutre di tempo, segue una trama che anticipa le vite, che presenta il conto lungo di tutta una vita. Questo traccia un’ansia precisa, quella di esserci sempre e comunque. Di navigare il nulla della quotidianità, l’attesa feriale della morte, i lavori odiati o non del tutto affini, questo nel vuoto incalcolabile del nostro procedere. Perentorio e indicativo il finale di Primavera ’67 - “Potrebbe essere anche l’ora adatta per morire” - che riassume in modo crudo la continua emergenza della vita come della poesia, che vivono di istanti, di intervalli cadenzati, nocivi e magnifici.
Cucchi modella a sua immagine il mondo intero, lui stesso si conferma nelle forme di un soggetto accidentale, non del tutto chiaro, disperso appunto nelle miriadi di tentazioni di un possibile subalterno che parla per noi, che mangia per noi, che vive al nostro posto, che desidera guardare il mondo con i nostri occhi, che respira per noi. Esplorare l’amore della parola è vivere nel pericolo, mostrarsi fragili, ulteriormente umani nel nominare tutte le meraviglie che ci avvolgono sempre, anche nel dolore più nero, anche quando a un poeta non escono i colori, e che sia chiaro in qualche modo e sempre che tutti “Siamo orfani di padre”.

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