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L'azzardo del Governo: una manovra da 21,5 miliardi con conseguenze imprevedibili

L’Esecutivo ha approvato e trasmesso al Parlamento il Documento di economia e finanza che prevede il finanziamento, in deficit, di reddito e pensione di cittadinanza, flat tax, potenziamento delle forze dell’ordine, e superamento della Legge Fornero. E dal 15 ottobre voce alla Commissione europea


08/10/2018

di Giambattista Pepi


Il secondo da sinistra è il ministro delle Finanze della Francia, Bruno Le Maire, segue il ministro dell'Economia e delle Finanze, Giovanni Tria e, a destra, di spalle, il Commissario agli Affari economici e monetari, il francese Pierre Moscovici

Per il nostro Governo, quella appena trascorsa, è stata una settimana di passione. La Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (approvata dal Consiglio dei ministri e presentata in Parlamento) ha scatenato una tempesta che ha coinvolto i mercati finanziari, la Borsa, l’Europa, i partiti dell’opposizione, la Confindustria e ha portato persino il presidente della Bce, Mario Draghi a incontrare riservatamente il nostro capo dello Stato, Sergio Mattarella, per cercare di avere qualche delucidazione in più su questa complessa manovra economico-finanziaria. 
Contrariamente agli impegni assunti con la Commissione europea e riconfermati a più riprese da esponenti del Governo romano, nel Def (documento all’interno del quale vengono messe per iscritto tutte le politiche economiche e finanziarie selezionate e fissati gli obiettivi del Bilancio con una prospettiva temporale triennale: dal saldo strutturale, alle stime del Pil, fino all’indebitamento) è stata delineata una manovra di finanza pubblica che alza l’asticella del deficit portandola al 2,4% (anziché tenerla sotto il 2% come si aspettava Bruxelles, come richiesto dalla Commissione europea e ribadito nelle raccomandazioni del Consiglio europeo di giugno), in modo da poter disporre di quella che gli economisti e gli esperti di contabilità definiscono fiscal stance
In altre parole un surplus di bilancio per un ammontare di 21,5 miliardi, volto a consentire di finanziare nel 2019 (ma per poter proseguire il finanziamento nel successivo biennio si stima occorrano almeno altri 40 miliardi) le misure che i partiti della maggioranza (M5S e Lega) avevano promesso agli elettori. 
In particolare la dote finanziaria sarà ridistribuita così: 9 miliardi per il reddito e le pensioni di cittadinanza, 7 per introdurre la cosiddetta “quota” cento per andare in pensione (età anagrafica e anni di versamenti contributivi) e superare la legge Fornero, un miliardo per i centri per l’impiego, due per la flat tax, un miliardo per assumere circa 10mila persone che andranno a integrare gli organici delle forze dell’ordine e 1,5 miliardi per un fondo dedicato a ristorare le vittime di truffe finanziarie (dimenticando che esiste già un Fondo vittime di truffe finanziarie istituto nel 2006 e alimentato con le risorse recuperate dai cosiddetti rapporti dormienti di cui ci siamo occupati su questo giornale recentemente). Così come sono ipotizzati incentivi per spingere le auto elettriche e ridurre le auto diesel. Misure che viaggeranno su un doppio binario, sfruttando anche i cosiddetti disegni di legge collegati al Bilancio 2019. 
Nonostante la manovra sia ampia e abbia portato il Governo in rotta di collisione con i mercati e la Commissione europea, le risorse rese disponibili nel Bilancio 2019 potrebbero non bastare. E, quindi, cautelativamente, è stato deciso di “sterilizzare” solo in parte l’aumento dell’Iva previsto dalle cosiddetta clausola di salvaguardia introdotte dal Governo guidato da Silvio Berlusconi nel 2011 d’intesa con Bruxelles, mentre potrebbe tornare a innalzarsi parzialmente nel biennio 2020-21 (ma il Governo avrebbe comunque tempo e modo di intervenire esattamente come hanno fatto gli esecutivi precedenti di Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni). 
“Con gli interventi previsti in manovra - si legge nel documento che fa da cornice alla manovra - il Governo spingerà la crescita di 0,6 punti percentuali nel 2019, di 0,5 nel 2020 e di 0,3 nel 2021”.  E così, nonostante le stime del Pil per quest’anno vengano riviste al ribasso, quelle del prossimo triennio sono confermate rispettivamente all’1,5% per il 2019, l’1,6 per il 2020 e l’1,4% nel 2021. 
Tornando al quadro macro, il Def, però, mostra come a peggiorare sia il deficit strutturale, cioè la misura su cui l’Ue valuta i miglioramenti dei conti pubblici dei Paesi: questo “numero” peggiorerà il prossimo anno di 0,8 punti percentuali passando dallo 0,9% di quest’anno, all’1,7% per poi rimanere stabile su questo livello anche nel 2020 e nel 2021. È stato rinviato il pareggio di bilancio “strutturale”, previsto in precedenza nel 2020 (ma non è una novità poiché è dal 2011 che tutti i Governi che si sono succeduti lo hanno fatto) quando “la crescita e la disoccupazione saranno tornati ai livelli pre-crisi”. 
Il Governo per contro registra una progressiva discesa del debito pubblico che passa dal 131,2% del 2017 al 126,7% del 2021, attestandosi al 130,9% di quest’anno. Non esclusa la possibilità di una “riduzione più accentuata” “qualora si realizzi una maggior crescita”. 
Inoltre per ricucire lo “strappo” con la Commissione Ue, il ministro dell’Economia e Finanze, Tria, in maniera irrituale, ha inviato agli uffici della commissione agli Affari economici e monetari, una lettera a sostegno del Def e della futura Legge di Bilancio 2018. 
“Come sostenuto in diverse occasioni, la manovra di bilancio che questo Governo si appresta a varare è coraggiosa e responsabile, puntando alla crescita e al benessere dei cittadini, assicurando in seguito un profilo di riduzione del deficit, che passerà dal 2,4% del 2019 al 2,1% del 2020 per chiudere all’1,8% del 2021” ha scritto, tra l’altro, Tria. L’impatto delle singole misure sull’economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell’intera manovra. 
“Ora si apre la fase di confronto con la Commissione europea, che potrà valutare le fondate ragioni della strategia di crescita del Governo delineata dalla manovra” ha inoltre precisato il ministro, aggiungendo: “Come è avvenuto all’interno del Governo, auspico che il dialogo con la Commissione europea rimanga aperto e costruttivo, tenendo conto delle reali esigenze di cittadini e imprese e del ruolo che svolgono le Istituzioni. In questo dialogo il Governo si presenta compatto e fiducioso”. 
Camera dei deputati e Senato della Repubblica, come ricordato sopra, dovranno ora approvare le risoluzione del Def entro il 10 ottobre. In queste sedi andrà votata, a maggioranza assoluta, anche l’autorizzazione del Parlamento a modificare il piano di rientro verso l’obiettivo di medio termine (in sostanza il rinvio del pareggio di bilancio), conseguenza delle nuove indicazioni su indebitamento netto e sul saldo strutturale. Entro il 15 ottobre, poi, il Governo deve inviare la bozza alla Commissione Ue, che avrà due settimane di tempo per respingerla qualora riscontrasse gravi ed evidenti violazioni delle regole del Patto di stabilità. Se ciò succedesse significherebbe chiedere immediate modifiche al Parlamento e una nuova bozza entro tre settimane, che dovrà ripassare al vaglio Ue. 
Entro il 30 novembre, infine, la Commissione dovrà pubblicare il suo giudizio sulla Legge di bilancio, che analizza nel dettaglio la situazione dei conti pubblici anche alla luce dell’eventuale scambio di lettere che ci sarà con il Governo. Nel giudizio Bruxelles indicherà quale e quanto scostamento ci sarà dagli obiettivi di risanamento concordati, ovvero se e quanto il debito cala. E potrebbe indicare la necessità di una manovra correttiva per rispettare le regole. 
Con il secondo debito più alto dell’Eurozona, dopo quello della Grecia, l’Italia rischia fin dal 2015 di finire sotto la nuova procedura introdotta dal Two Pack, annesso al Fiscal Compact. La procedura non è mai scattata per nessuno. Finora l’Italia l’ha sempre scampata, grazie alla flessibilità e a una benevola interpretazione delle regole da parte della Commissione, soddisfatta che il debito avesse quantomeno dato segnali di stabilizzazione. Ma se dovesse aumentare, a maggio 2019, potrebbero scattare le sanzioni previste: un deposito dello 0,2% del Pil e la riduzione obbligatoria del debito di un ventesimo all’anno.

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