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L'economia tiene nonostante Trump. Semmai il rischio è la volatilità, quindi bisogna...

Gli analisti Pascal Blanqué e Vincent Mortier non sono preoccupati dalla politica neoprotezionistica Usa. Semmai temono che un’escalation delle tensioni commerciali possa minare la fiducia di consumatori e imprese. Per questo ai risparmiatori suggeriscono una strategia flessibile 


16/04/2018

di Giambattista Pepi


I mercati finanziari, pur beneficiando ancora di una prospettiva di crescita globale sincronizzata (probabilmente in dirittura d’arrivo), stanno diventando nervosi, affaticati dalla fase più matura del ciclo in cui stanno emergendo nuove fonti di volatilità. Per il futuro sarà cruciale capire in che modo avverrà l’uscita delle Banche centrali dalle politiche non convenzionali, visto che iniziano d intensificarsi i discorsi sulle politiche protezionistiche e che si sta entrando in una fase di “rallentamento dell’accelerazione dell’economia”, con una crescita ancora superiore al potenziale nella maggior parte dei mercati sviluppati, ma che dovrebbe frenare nel 2019. 
Economia Italiana.it, nell’intervista che vi proponiamo, ha chiesto a Pascal Blanqué e Vincent Mortier, analisti finanziari di Amundi Sgr di illustrare lo scenario macroeconomico e le incognite che gravano sulla prosecuzione di un ciclo espansivo che dura ininterrottamente dal 2009 negli Stati Uniti, dal 2013 nell’area dell’euro e da oltre sei anni nei Paesi emergenti. 
“Il presidente Trump - esordiscono i due analisti - ha firmato di recente un decreto che impone dei dazi (sull’alluminio e sull’acciaio - ndr): la sua intenzione è di aumentare la competitività dei produttori statunitensi, evitare che il deficit commerciale degli Stati Uniti cresca ancora e, in ultima analisi, rafforzare il supporto alla sua politica nazionalistica”.

Ritenete che questa fase caratterizzata da una schermaglia roboante tra Stati Uniti e Cina possa sfociare in una guerra commerciale su larga scala e finisca per coinvolgere altre aree come l’Europa e i Paesi emergenti al momento fuori dalla disputa? 
In questa fase non ci aspettiamo una guerra commerciale vera e propria nonostante la recente escalation con la Cina. Tuttavia, questi episodi rappresentano una nuova fonte di volatilità proprio in un momento in cui la liquidità sta diminuendo ed è previsto un inasprimento delle condizioni finanziarie. Le conseguenze delle minacce protezionistiche potrebbero essere di vasta portata se le contese dovessero diffondersi ulteriormente: il timore che aumentino le ritorsioni e che venga coinvolto un maggior numero di settori potrebbe influire negativamente sul clima di fiducia sulle decisioni d’investimento. Ciò potrebbe finire col mettere a repentaglio lo scenario di crescita favorevole, aggravando ancora di più i dubbi delle Banche centrali sulla condotta da adottare: attendere ancora prima di procedere allo smantellamento degli stimoli fiscali (soprattutto Banca Centrale Europea e Banca del Giappone) oppure reagire in modo più aggressivo (Fed) alle spinte inflazionistiche dal lato dell’offerta, che potrebbero essere esacerbate da un mercato del lavoro già saturo.

Nonostante il rapporto sul mercato del lavoro statunitense sia stato positivo, l’inflazione resta bassa o dormiente. 
Il rapporto di febbraio sul mercato del lavoro americano evidenzia che la manodopera in eccesso sul mercato del lavoro sta diminuendo, ma mostra anche un settore manifatturiero in ottima salute per quanto riguarda la creazione di posti di lavoro. Di conseguenza è probabile che la Fed prosegua il rialzo dei tassi nel tentativo di raffreddare le pressioni cicliche sui prezzi. Tuttavia, per quanto riguarda l’inflazione, non vediamo per ora alcun cambiamento strutturale, perché la risposta dei salari a un mercato del lavoro più saturo sembra essere ancora molto limitata.

Stando così le cose, secondo voi gli investitori devono mantenere ferma la rotta, nonostante il rumore incombente? Oppure devono modificare la loro strategia di approccio all’investimento? 
Visto il contesto, siamo dell’idea che le opportunità d’investimento andranno ricercate adottando soprattutto strategie relative value visto lo sganciamento (diverse posizioni in materia di politiche monetarie) tra la Fed, da un lato, e la Banca Centrale e la Banca del Giappone, dall'altra, le diverse fasi del ciclo economico nei diversi paesi e la sensibilità ai fattori esterni. Nell’ambito delle obbligazioni continuiamo ad osservare pressioni rialziste sui tassi anche se con diverse velocità di aggiustamento. A livello di strategia d’investimento, consigliamo di ampliare le fonti di diversificazione in diverse direzioni, adottando un approccio globale e più diversificato sul mercato del credito. Sul fronte azionario, gli utili dovrebbero continuare ad essere il vero motore dei rendimenti. L’outlook qui appare ancora positivo. Tuttavia, a medio termine, è fondamentale valutare la portata di una revisione rialzista strutturale dell’andamento degli utili per valutare il potenziale di ulteriori rialzi e, dall’altro lato, il rischio di un ciclo di “espansione e frenata” (boom and bust scenario) come negli anni Novanta. In Europa, prevediamo che gli utili cresceranno attorno al 6% (con una percentuale più alta per i settori ciclici). 
Negli Stati Uniti, vediamo al lavoro delle forze che potrebbero portare potenzialmente a utili più alti per azione, comprese le conseguenze delle politiche fiscali del presidente Trump (ad esempio la ripresa delle spese per le infrastrutture e delle spese in conto capitale). Tuttavia, per poterla definire una revisione strutturale dovremmo anche assistere a un’accelerazione della crescita della produttività e su questo punto preferiamo non pronunciarci per il momento. Pertanto ci attendiamo un prolungamento dell’attuale ciclo degli utili, che ora ci pare più ciclico che strutturale. Per quanto riguarda le azioni, vista la volatilità in aumento, i titoli difensivi potrebbero ritornare in auge, ma è probabile che sia troppo presto per assistere a una rotazione massiccia verso i settori difensivi. Nel complesso, crediamo che sia fondamentale mantenere un approccio attivo agli investimenti, con una forte focalizzazione sia sulla selezione dei titoli, sia sull’allocazione settoriale del proprio risparmio. Visto che sussistono ancora evidenti rischi di una nuova correzione di mercato (nuovi picchi di volatilità, per ora mancanza di rotazione degli stili e dei settori e valutazioni non particolarmente interessanti), le strategie di copertura continuano ad avere un ruolo cruciale.

Volendo entrare nel dettaglio, quali sono le vostre valutazioni sulle principali classi di investimento finanziario e come deve comportarsi il risparmiatore che volesse rivedere la composizione del proprio portafoglio? 
L’aumento delle tensioni sul fronte del commercio inducono ad accrescere la diversificazione, ovvero invitano a ridurre l’esposizione azionaria verso l’Europa e il Giappone e ad aumentare contestualmente la preferenza per le azioni degli Stati Uniti. Il mercato americano dovrebbe beneficiare ancora di una robusta crescita dell’economia e di un prolungamento del ciclo grazie alla politica fiscale. Manteniamo la nostra opinione favorevole sugli attivi rischiosi perché i fondamentali sono ancora positivi, ma le coperture strutturali continuano a svolgere un ruolo cruciale in questa complessa fase di transizione verso una fase di mercato più matura.

E per quanto riguarda le obbligazioni? 
Poiché continueranno le pressioni rialziste sui tassi d’interesse, ci sembra il caso di mantenere una duration breve basata sui fondamentali e, in Europa anche sulle valutazioni. Siamo ancora ottimisti riguardo al credito per via dei fondamentali e invitiamo ad adottare in futuro un approccio più prudente. In questo contesto è di importanza strategica ampliare le fonti di rendimento e limitare il rischio di concentrazione. A tale proposito privilegiamo le attività cartolarizzate negli Stati Uniti e sfruttiamo le opportunità creditizie in Europa.

I mercati azionari dopo gli storni di febbraio e marzo continuano a essere nervosi. Gli investitori devono preoccuparsi? 
Gli investitori sono in una fase in cui si stanno adeguando al maggior livello di volatilità. La crescita degli utili per azione è ancora robusta su scala mondiale, quindi il quadro dei fondamentali non è mutato in modo sostanziale; tuttavia sono da tenere sotto controllo elementi quali i timori riguardo a un eventuale picco della dinamica e l’escalation potenziale verso una guerra commerciale. Prevediamo che in futuro il mercato sarà più selettivo a livello settoriale e dei titoli.

Infine, le attività reali. 
Viste le valutazioni elevate sui mercati pubblici e i tassi di interesse in parte bassi e in parte in via di rialzo, sono aumentate le posizioni degli investitori nel private equity e, probabilmente, rimarranno consistenti: crediamo che il private equity sia ben posizionato per fornire dei buoni rendimenti assoluti e per garantire la diversificazione del portafoglio. Secondo noi sarà importante adottare nuove strategie di differenziazione così da individuare le perle nascoste e avere successo in un contesto competitivo.

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