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L’euro della discordia: oggi volercene sbarazzare è politicamente impossibile

“A patto di inimicarmi il direttore di questa testata lo ritengo un errore. Quindi, piuttosto che affidarci ai viaggi della speranza, restiamo sull'ambulanza dove ci troviamo confinati da quasi vent'anni”


01/03/2021

di Sandro Vacchi


A volte si litiga anche con gli amici, altrimenti a che cosa servirebbero? Tutti sono capaci di polemizzare con gli avversari dichiarati, mentre le discussioni più utili, anche se feroci, si fanno con chi vede le cose più o meno allo stesso nostro modo ma, non essendo malato di ideologia, è disposto ad ascoltare le opinioni altrui, perfino a pubblicarle. 
Se una discussione come quella che ho avuto l'ultimo giorno di febbraio con Mario Pinzi, direttore di questa testata, l'avessi avuta con una persona ideologizzata e fornita del paraocchi d'ordinanza del Partitone (ne conosco diverse) sarebbe finita a botte. Come minimo sarei stato scomunicato da Santo Padre Partito e mandato a fare autocritica. 
Cosa fa, al contrario, un liberale? Ti lascia scrivere sulla testata che dirige cose che non condivide quasi per niente. E' la prima volta che mi succede, quindi gli dico: “Grazie, Mario!” 
La questione è la seguente. Ad avviso di Pinzi, se ho ben capito, l'Italia, per tentare di uscire dalla crisi in cui si trova – politica, istituzionale, soprattutto economica – dovrebbe affrettarsi a uscire dall'euro, forse anche dall'Unione Europea, o a rimanerci facendo valere in primo luogo i propri interessi. Bruxelles non ce lo consente? Noi non accettiamo il diktat. L'Unione Europea ci impone l'euro, che in vent'anni ha ridotto in cenere la nostra economia un tempo florida? Si torni alla lira, o a un'altra valuta nazionale, e si emettano titoli di Stato ad alto interesse, appetibili dai cittadini, per finanziare in autonomia il debito pubblico, mandando al diavolo i furbastri supponenti guidati dalla mingherlina Ursula, in realtà un sergente delle Panzer Divisionen. 
Non mi spingo oltre nel riassumere il modo di vedere di un'altra persona, per non rischiare di dire una serie di corbellerie. Mi limito quindi al mio, di pensiero. Si fa per dire: non sono neppure ben certo di disporre di un cervello. 
Veniamo al dunque. L'Unione Europea, che secondo i padri fondatori sarebbe dovuta essere la panacea di ogni male, l'ancora di salvezza di un continente in macerie dopo la seconda guerra mondiale, il sistema per lavorare meno e guadagnare di più – così Romano Prodi descriveva l'euro – si è rivelata quella che a Roma si definisce una “ciofeca”, cioè una schifezza, oppure una “sola”, vale a dire una fregatura. Almeno se si guardano le cose dal punto di vista italiano. Soprattutto negli ultimi vent'anni ci abbiamo solamente rimesso: in termini di PIL, di aspettative economiche, di disoccupazione, di potere d'acquisto. 
Faccio un esempio personale. Quanto guadagno oggi, vent'anni fa, ancora con la lira, mi sarebbe sembrato un bel po'. In realtà mi consente di campare bene, ma decisamente peggio di allora. Nel 1975 acquistai la prima auto nuova della mia vita, una Fiat 127 bordeaux, pagandola un milione e 69 mila lire. Equivalgono a circa seicento euro. Oggi con quei soldi ci compero il carburante per tre o quattro mesi. Se volessi una utilitaria analoga a quella 127 di allora dovrei sborsare almeno quindicimila euro, pari a 30 milioni di lirette. Una cifra con cui, allora, avrei potuto comprare venticinque 127 come la mia. Tradotto: io come tutti ho subito una decurtazione astronomica del potere d'acquisto. 
Non considero l'inflazione, che negli anni Settanta galoppava? Depuriamo il calcolo da un'inflazione annua media di ben il 10 per cento. Un po' a spanne, la mia 127 oggi dovrebbe costare all'incirca 20 milioni di lire (invece dei 30 che costerebbe in realtà) pari a diecimila euro (e non a quindicimila). Tradotto ancora: il mio potere d'acquisto è diminuito del 50 per cento. Mi auguro che a voi sia andata meglio, ma conosco tanti ai quali è andata perfino peggio. Non ricordo bene i nomi di chi sosteneva che con l'euro saremmo stati tutti più ricchi: soprattutto, preferisco non ricordarli, ma vi assicuro che nel girone dei bestemmiatori ho già adesso un posto in prima fila. 
Cosa fa, il buon padre di famiglia, quando si accorge che quello che doveva essere il migliore investimento della sua vita avrebbe fatto molto meglio a spenderlo con Tatiana, quella russa di coscia lunga che fa un lavoro notturno al freddo e al gelo sotto un lampione? Si dà martellate sugli zebedei, alla Tafazzi, e così Tatiana se la dimentica per problemi fisici, oltre che economici. 
Ora, il buon Pinzi sostiene: usciamo dall'euro, ci stampiamo la nostra cara vecchia liretta e non ci facciamo più mancare né la 127 né Tatiana da caricarci sopra. Io dico di no, che non è più possibile. Non perché mi sia trasformato in un convinto europeista, ma perché quando si è dentro un pozzo nero, per venirne fuori è indispensabile l'aiuto di qualcuno, fosse anche la corda con cui impiccarsi, ma farlo da soli è praticamente impossibile. Una utopia, la speranza di trovare il Sacro Graal. 
Se noi o una persona cara siamo gravemente ammalati, diciamo in punto di morte, ci affidiamo anche al dottor Di Bella, ai santoni vestiti da Toro Seduto, a un tale Viktor che ogni giorno mi massacra le balle con messaggi sul cellulare che promettono soldi, salute e drappelli di Tatiane: a tutti, ci affidiamo, nella speranza sempre più fioca di salvare la ghirba. 
Se all'orizzonte c'è un medico che sembra serio, preparato, affidabile, e che si chiama, poniamo, Mario Draghi. Ce l'ha consigliato un amico che se ne intende e che ha la faccia tranquillizzante di Prodi, o di Gentiloni, o di Mattarella, ci affidiamo a lui o al santone, visto – oltre tutto – che altri amici tedeschi, francesi, spagnoli, si mettono nelle sue mani? Non facciamo costosissimi viaggi della speranza (o della disperazione) negli Stati Uniti, in Cina a mangiare testicoli di tigre in polvere, o dai guaritori filippini, ma rimaniamo sull'ambulanza dove ci troviamo da vent'anni. Anche se, con ogni probabilità, si rivelerà un carro funebre. 
E' troppo tardi per scenderne, non dovevamo mai salirci! A un certo punto la corsa inevitabilmente finisce: la nostra (dell'Italia) è finita qui. E la striscia del traguardo si chiama Corona Virus, Covid-19. Una bestia che ha tagliato in pochi mesi del 4,3 per cento il PIL americano, del 5,3 quello giapponese, del 6 per cento quello tedesco, e quello italiano di un astronomico 10,6 per cento. La svolta filo europeista di Matteo Salvini non c'è stata, a mio avviso, perché di colpo chi invocava le ruspe si è rammollito come una lettrice di Liala e ha tradito i principi che gli avevano attirato le simpatie potenziali del 35 per cento dell'elettorato. A cosa serve, se a votare non ci si va mai? 
Non si sarà reso conto, Salvini, che da cinque anni a questa parte le cose sono cambiate? Che il mondo muta aspetto ogni giorno, e la politica anche? Non sarà che Giorgia Meloni – tanto di cappello – sia rimasta invece un passo indietro, per un motivo puramente ideologico: non cedere di un passo? “Se avanzo seguitemi. Se indietreggio uccidetemi”, diceva Mussolini, che del tutto antipaticissimo alla Meloni non risulta. Il paraocchi dell'ideologia ce l'hanno i comunisti, cara Meloni! I liberali, se tali sono, sanno adattarsi al tempo in cui vivono senza operazioni suicide. I compagni invocano una patrimoniale a ogni cambio di governo (e loro, chissà perché, ci sono sempre, anche se non li elegge nessuno), ma lei non può dire ogni ora che dobbiamo fare l'interesse dell'Italia anche da soli. Uscire dall'euro? Nemmeno la Meloni lo sostiene più. Farlo adesso, nelle condizioni in cui siamo, e con il Covid, equivarrebbe a saltare da un treno in corsa a trecento all'ora. 
Non risulta che altri Stati ci pensino, fanno marcia indietro perfino gli economisti più duri vicini alla Lega. Dall'euro si doveva uscire molto prima. O, meglio, non si doveva entrare mai! Come hanno fatto i danesi e gli svedesi, mica i cannibali! 
Noi, invece, come pecore dietro ai pastori Prodi e Ciampi. Per sederci al tavolo con i leoni (Germania in primo luogo), che ci hanno mangiato. Persino i “padri nobili” dell'euro oggi disconoscono il figlio, ma ormai il Moloch è enorme. E il Covid gli si è alleato nella distruzione. Intanto noi stiamo a bearci con Rocco Casalino in televisione, con Giuseppe Conte nuovo capetto di un movimento che cade a pezzi come un lebbroso, con tale Luigi Di Maio che afferma “Siamo una forza liberale”, rivolto a gente che aveva come parola d'ordine “Vaffanculo al sistema!”? Non ci forniscono nemmeno i vaccini, tanto contiamo poco. Ci prendono per i fondelli da anni, perché li lasciamo fare. 
Uscire dall'Europa e dall'euro? Prendere all'improvviso il coraggio a due man? Caro Pinzi, hai scambiato gli italiani per giapponesi, pronti a uccidersi, a rimanere trent'anni nella jungla delle Filippine dopo la fine della guerra perché non avevano sentito l'ordine di deporre le armi dal loro imperatore? 
E' finito quel mondo. Da noi non è mai esistito, e anche quel poco di onorevole che avevamo, grazie agli onorevoli si è dissolto. Gli italiani dovrebbero attingere ai loro risparmi, superiori al mastodontico debito pubblico, per acquistare titoli di Stato e finanziare il pagamento dei debiti e la ripresa dell'economia? Dare i soldi a questi “sgovernanti”? No? A chi, allora, alla Meloni? Ha il 15 – 16 per cento dei voti: secondo i sondaggi, ma nessuno l'ha ancora votata. 
E' tardi! Irrimediabilmente tardi. Finiremo male, probabilmente siamo già finiti. E i nostri figli con noi. Abbiamo peccato di superbia credendoci giganti d'Europa quando eravamo dei nani, e per di più storpi, sbilenchi. Abbiamo un sacco di soldi da parte? Teniamoceli stretti, altroché titoli di Stato denominati in lire! Serviranno ai nostri figli senza lavoro per tirare avanti, e a noi anziani per mangiare pane e tonno prima di finire dentro un loculo al cimitero. Insieme con i sogni dell'Italia, Paese di santi, poeti e navigatori: i primi sono (ne dubito) in paradiso, i secondi fanno da sempre l1 a fame, i terzi spesso annegano.

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