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L'evanescenza della nozione di progresso e l'inossidabilità del suo mito

Da Karl Kraus a Robert Musil, da George Orwell a Ludwig Wittgenstein fino a George von Wrigt, il filosofo Jacques Bouveresse espone la critica filosofica di un concetto divenuto la parola d’ordine del nostro tempo


30/07/2018

di Giambattista Pepi


Il progresso è il processo di avanzamento e di sviluppo delle discipline e delle culture in contesti sociali diversi tramite mutamenti nel corso del tempo, avendo quindi il miglioramento delle condizioni umane. Nella sua accezione generale è questo il significato che si può attribuire alla parola progresso. Ma la nozione o, se preferite, la cognizione di progresso cambia a seconda della disciplina o del settore o del contesto nel quale viene utilizzata. Così, in filosofia s’intende lo sviluppo della società umana nella sua storia concepita come un lineare procedere, dove i miglioramenti di ogni aspetto dell’esistenza umana, presupposti come prevalenti rispetto alle interruzioni e agli arretramenti, si accumulano in modo da determinare condizioni positivamente avanzate, materiali e spirituali della vita umana. 
Nell’ambito scientifico, invece, più semplicemente è il progredire della scienza; in quello sociale il miglioramento delle condizioni di vita per una parte crescente della popolazione, mentre in economia è il processo di acquisizione di conoscenze e abilità che espande l’insieme dei beni in astratto producibili, finali e intermedi o l’insieme delle tecniche di produzione conosciute, migliorando così l’efficienza produttiva delle dotazioni dei fattori produttivi. 
Come si vede, il progresso è una nozione evanescente, impalpabile, indefinibile. Se non fosse per essa, la retorica della modernità non avrebbe molto senso, visto il prevalente scetticismo che erode il pensiero postmoderno. Negli ambienti scientifici, in quelli politici ed economici o manageriali la parola “progresso” è divenuta sinonimo di speranza, di compito, di obbligo. Il dovere di servire il progresso è, insomma, la vera e propria parola d’ordine del nostro tempo, la fede da fare propria per non incorrere nell’anatema dell’esclusione da ogni agire pubblico. 
Numerosi filosofi e pensatori contemporanei, da Karl Kraus a Robert Musil, da George Orwell a Ludwig Wittgenstein e a Georg Henrik von Wright hanno sviluppato un notevole pensiero critico di questa idea che Jacques Bouveresse, filosofo del linguaggio al Collège de France,  riprende e sviluppa nel suo libro Il mito moderno del progresso filosoficamente considerato (Neri Pozza, pagg. 111, euro 12,50) per mostrare una totale insensatezza di una nozione per la quale “tutto ciò che si fa oggi di nuovo nelle nostre società, e anche tutto ciò che semplicemente si fa, è situato sotto il segno del progresso”. 
Fin dal 1909 in un articolo intitolato Der Fortschritt (il progresso), il filosofo Karl Kraus denunciava il carattere vuoto e formale dell’idea di progresso: più che un movimento è uno Standpunkt, termine che, in tedesco, significa contemporaneamente “punto di vista” e “punto fisso”.  Un punto di vista fatale: qualunque cosa facciamo, siamo sicuri che debba corrispondere a un progresso, mai al regresso. 
Ciò che unisce, come un fil rouge, le riflessioni critiche di questi filosofi sulla nozione di progresso non è il concetto in quanto tale, ma la sua retorica. Ad esasperare Karl Kraus - scrive Bouveresse - “non è tanto l’idea del progresso in se stessa quanto le forme di idolatria che essa suscita, e quella specie d’isteria sollevata all’epoca nei giornali dalle performance della tecnica o dalla realizzazione di prodezze come la conquista del Polo Nord. L’idea del progresso, nell’uso che attualmente se ne fa, ha smesso, secondo lui, di essere un’idea filosofica per trasformarsi in un concetto giornalistico. Lo stesso vale per Ludwig Wittgenstein (in particolare nelle Note sul “Ramo d’oro” di Frazer) che “tratta con totale disprezzo il senso di superiorità che l’uomo moderno prova nei confronti dei suoi predecessori, e non è per niente impressionato dalle prestazioni e dallo spettacolo ai quali quest’ultimo tende attualmente a ridurre sempre di più la realtà di ciò che viene chiamato “progresso”. 
In realtà egli milita, al contrario, per “una forma d’umiltà e di rispetto nei riguardi dei fenomeni della natura e dell’ordine naturale. Anche per von Wright l’oggetto della critica non è, come gli è stato rimproverato, il progresso in quanto tale, ma quello che egli chiama “il mito del progresso”. Che è poi la componente fondamentale di ciò che possiamo chiamare la modernità classica. Un esempio di “mito del progresso”? Lo rinveniamo ne L’avenir de la science di Ernest Renan. Dove Renan sviluppa un’idea di progresso alla quale non solo è divenuto difficile credere, ma che è anche impossibile condividere: egli concepisce il progresso come “un movimento cui non si può resistere capace di trascinare la specie umana verso la perfezione, e al quale è del tutto impossibile opporsi”. 
Questa idea mitizzata del progresso è quella che Wright non può accettare. Scrive Bouveresse: “In tale idea del progresso il fatto nuovo non è tanto quello di credere che l’umanità possa in effetti fare progressi in diversi campi, ma la convinzione che la possibilità e perfino la necessità di un progresso privo di limiti siano inscritte nella natura dell’essere umano in quanto specie”.
La critica filosofica della nozione di progresso, ovvero della sua fede e del suo mito, non implica, per ciò stesso, che dobbiamo sentirci esentati dall’esigere e dal dovere di realizzare progressi veri. Insomma, per dirla con Kraus, “piuttosto che “agitarsi sulla scena, tentando di credere e di far credere che si sta avanzando, bisogna per l’appunto scegliere di dimostrare che si è in movimento, procedendo realmente”. Comprendere appieno questo passaggio fondamentale è indispensabile per riportare il progresso nel suo alveo naturale e realistico, astraendo dal suo mito: quello del miglioramento della condizione materiale dell’uomo ovunque viva, ma nel rispetto della natura e delle altre specie viventi: un limite invalicabile che deve essere sempre costantemente verificato per comprendere se quello che vediamo manifestarsi è un vero avanzamento e non un regresso. 

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