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L'identità dei popoli è l'unico mezzo per salvare l'Europa

Perché il centrodestra deve riprendersi il pallino della questione europea


16/04/2018

di Renato Cristin*


A elezioni avvenute, stiamo assistendo a una fase di transizione anomala, surreale. Il governo precedente, scaduto con la fine della legislatura e sconfitto dal voto reale degli elettori, è ancora in azione, mentre il nuovo non è ancora all’orizzonte, reso difficile se non impossibile dall’esito formale di quello stesso voto. La responsabilità di questa situazione paradossale ricade totalmente sulla legge elettorale e sui suoi estensori. Il segno caratteristico di questa legge è la frettolosità. Scritta in fretta da chi (PD e alleati) aveva come unica preoccupazione quella di non scomparire dal panorama politico e di rendere ingovernabile l’immediato futuro, e votata in fretta per sottrarla ai riflettori della critica, anche di quella dell’opinione pubblica. Ed ora ne stiamo pagando le conseguenze. 
Il Paese è congelato. Il dibattito politico e l’elaborazione teorica sono ostaggio delle circostanze e delle tattiche di diluire tempi e contenuti della gestione istituzionale del potere (sia legislativo sia esecutivo). E’ noto da chi sia stata ordita questa rete, tessuta per intrappolare i vincitori o semi-vincitori delle elezioni e, cosa assai più grave e deprecabile, per neutralizzare, narcotizzandola e abbindolandola, quella maggioranza di elettori che si sono espressi per un cambiamento radicale di rotta rispetto ai governi para-tecnici e di sinistra-centro. La realtà che ne è scaturita è feroce, sgradevole per chi ama la nostra patria, deleteria non solo per l’immagine ma anche per la concreta vita civile della nazione. 
Noi siamo invischiati in polemiche di cortile, mentre nel frattempo l’Europa, con le sue istituzioni, procede, su percorsi che non presagiscono nulla di buono per l’Italia. Gli annunciati cambiamenti nelle politiche economiche o, soprattutto, in quella dell’immigrazione sono soltanto specchietti per allodole, trucchi gattopardeschi. Perciò, passato il turbine post-elettorale, il centrodestra dovrà riprendere subito le redini delle proprie azioni e delle proprie idee sulla questione europea. Sia che si trovi a governare, sia che ne stia fuori, dovrà riproporre e rielaborare temi e posizioni su cui si era attestato negli anni scorsi, tra i quali la questione identitaria è quello fondamentale. Già nel congresso di Fratelli d’Italia dello scorso dicembre, Giorgia Meloni aveva fissato un punto decisivo: per il centrodestra la questione dell’identità deve diventare il simbolo, la bandiera a cui riferirsi, come il concetto di libertà lo divenne nei primi anni Duemila. 
Il piano teorico nuovo su cui investire questa rielaborazione è un documento finora poco conosciuto, ma di grande interesse per il consolidamento dei fondamenti teorici e il rafforzamento dell’azione politica. La Dichiarazione di Parigi, elaborata da una decina di studiosi e intellettuali di diversi Paesi (filosofi, storici, sociologi, tra cui Robert Spaemann, Ryszard Legutko, Roger Scruton, Pierre Manent), riafferma la centralità dell’identità e della tradizione senza rifiutare aprioristicamente i processi di cambiamento storico e le esigenze di articolazione istituzionale che l’unione delle nazioni europee deve assorbire e regolare. Il pregio di questo documento consiste nel congiungere la critica con la costruzione: la denuncia del tentativo di annullare identità e nazioni (e, di conseguenza, i popoli) si unisce alla proposta di riassegnare a tutti questi fattori il ruolo guida nella stabilizzazione del continente. Gli strateghi del funzionalismo centralistico sostenevano che la permanenza dell’identità e delle sue formazioni nazionali fosse un elemento di disgregazione, ma oggi assistiamo al paradosso che tanto più forte è la centralizzazione tanto più veloce è il processo di disintegrazione, di scollamento fra le istituzioni e gli europei, intesi come singoli cittadini e come insieme di popoli. Se è così, allora bisogna fare un passo indietro, rifiutando la retorica del progressismo, e recuperare appunto quegli elementi fondamentali (identità, tradizione, nazioni e popoli) come assi su cui ricostruire l’Europa. 
La Dichiarazione rigetta dunque la «falsa Europa, utopica e tirannica» delle istituzioni sclerotizzate e conquistate dalla burocrazia, per recuperare «l’Europa vera», quella degli Stati-nazione e delle loro identità, capaci di respingere i tentativi di espropriazione, di alienazione del nostro patrimonio identitario. Sappiamo bene che «l’Europa vera non è mai stata perfetta», ma proprio le sue imperfezioni costituiscono un impulso essenziale a migliorare, a produrre riforme che però non minaccino lo spirito e l’esistenza storica degli europei come stanno facendo le strutture oggi operanti. La falsa Europa invece genera mostri spacciandoli per miti, come il multiculturalismo, un feticcio che i politicamente corretti e ideologicamente corrotti generatori del caos hanno eretto per frantumare le vertebre identitarie europee, già incrinate da decenni di indottrinamento incrociato: teorie della decolonizzazione, connesse a quelle della colpevolizzazione; sirene della globalizzazione e del correlato terzomondismo; denuncia del sistema capitalistico e ricerca di esotici meccanismi economici che farebbero sprofondare il continente in paludi ideologiche anti-occidentali; rifiuto della nostra storia per abbracciare alterità indefinite o, in ogni caso, a noi avverse. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. 
Riproporre oggi come punto centrale dell’agenda politica la questione dell’identità, declinata sul piano europeo, non è soltanto un’esigenza teorica, ma serve anche da bussola per orientarsi nella prassi. Certo, se la politica è concepita come puro pragmatismo, questa indicazione sembrerà astratta, e invece è proprio una concezione meramente pragmatica della politica a fare astrazione da una concretezza più solida di qualsiasi atto perché più vicina all’originario fondamento delle istituzioni simboliche di senso, astrazione cioè dalle idee, guardate con sospetto e, scena frequente e comica, con sufficienza da taluni politici che non avrebbero alcun titolo per farlo. Se non si comprende che solo da qui sorgeranno le condizioni di possibilità per risolvere i problemi materiali, si ripeteranno errori già visti nel passato di governo del centrodestra. Recuperiamo le idee, e tra queste l’identità prima di tutto, perché lì sta la chiave non solo per capire ma anche per agire con coerenza. 

*La Verità

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