Share |

L'ideologia del merito mina il principio dell'uguaglianza

Lo storico Mauro Boarelli ci mette in guardia dai rischi che corrono le società basate sulla meritocrazia 


06/05/2019

di Giambattista Pepi


La meritocrazia è un neologismo coniato dal sociologo inglese Michael Young che lo utilizzò per la prima volta nell’opera Rise of the Meritocracy (L’avvento della meritocrazia) pubblicata nel 1958. Fu grazie a questo libro, che divenne in breve tempo un bestseller e fu tradotto in molte lingue dopo che diversi editori si erano rifiutati di pubblicarlo, che la parola meritocrazia sarebbe divenuta d’uso comune. 
Per essere pignoli, la parola era già stata usata due anni prima dal sociologo inglese Alan Fox in un articolo pubblicato su una rivista della sinistra inglese molto influente negli ambienti del partito laburista, ma fu Young a farla diventare popolare. Young, sia detto per inciso, era stato l’autore del manifesto politico per le elezioni del 1945 che portarono Clement Attle, leader dei labour a diventare Primo ministro inglese. 
In origine venne utilizzato in senso spregiativo per indicare una forma di governo distopica nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dall’attitudine al lavoro. L’oppressione generata da un siffatto sistema sociale finisce per portare a una rivoluzione in cui le masse si ribellano e rovesciano i governanti divenuti arroganti e distanti dai sentimenti del popolo. 
Nel vocabolario comune il termine è entrato con un’accezione positiva, specialmente in Italia, dove con esso si indica una forma di governo dove le cariche pubbliche, amministrative e qualsiasi ruolo o professione che richieda responsabilità nei confronti di altri è affidata secondo criteri di merito e non di appartenenza a lobby o altri tipi di conoscenze familiari (il nepotismo e, in senso allargato, il clientelismo) o di casta economica (l’oligarchia). 
Nella schiera degli oppositori della meritocrazia possiamo annoverare Mauro Boarelli che nel saggio intitolato Contro l’ideologia del merito (Laterza, pagg. 147, euro 14,00) da poco pubblicato, critica l’ideologia del merito mettendone in evidenza i limiti, le contraddizioni e indicando anche quali sono i rischi cui può portare la meritocrazia assunta a sistema e metodo di selezione delle persone. 
Mentre i fautori della meritocrazia credono che un sistema basato sul merito sia più giusto e più produttivo e garantisce la fine di discriminazioni fondate su criteri arbitrari quali il sesso, la razza e le origini (o le appartenenze) sociali; gli oppositori della meritocrazia, al contrario, sono dell’avviso che caratteristiche come intelligenza e sforzo non sono misurabili con accuratezza. Perciò, dal loro punto di vista, qualsiasi attuazione della meritocrazia comporta necessariamente un alto grado di arbitrarietà ed è, di conseguenza, imperfetta. 
Secondo Boarelli (è dottore di ricerca in storia all’Istituto universitario europeo di Firenze, ma vive e lavora a Bologna dove si occupa di progettazione culturale in un ente pubblico) dietro la parola merito si celerebbe un’ideologia pericolosa e tendenziosa che sta trasformando la scuola, l’università, il sistema sanitario, la pubblica amministrazione, il mondo del lavoro nel nome della concorrenza e del mercato. 
Ma quali sarebbero i rischi paventati dallo studioso? Il concetto di cittadinanza - spiega nel volume - è messo a rischio e, con esso, il principio dell’uguaglianza sociale. Che viene spiegato così citando un passo del libro di Young: “L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali: e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità. Dopo una lunga battaglia si è potuto costringere alla fine la società a conformarvisi: i mentalmente superiori sono stati innalzati al vertice, e i mentalmente inferiori sono stati calati al fondo”. 
Solo apparentemente, dunque, il merito sostituisce gli obsoleti criteri di selezione basati sul sangue (clan, gens) e sul reddito (censo), rendendo la società più giusta; nella realtà (il merito) crea nuove divisioni di classe e nuove forme di autoritarismo la cui solidità non è affidata solo alla violenza repressiva, ma anche - e soprattutto - al consenso che l’ideologia riesce a costruire convincendo i perdenti della giustezza e inevitabilità della loro condizione.

(riproduzione riservata)