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L'imperfetta meraviglia? Una gelateria, ma anche la profondità del tempo che passa

Andrea De Carlo (che al debutto fu rifiutato da Natalia Ginzburg, ma non da Italo Calvino) dà voce a un romanzo dai toni leggeri, ma intensi e penetranti, della commedia brillante


31/10/2016

di Massimo Mistero


Lo ammicca la copertina con quel suo cono goloso in primo piano, sinonimo di instabilità, ma lo richiamano anche le prime righe del libro, quando un blackout, nella tarda mattinata del 18 novembre 2015, lascia al buio La Merveille Imparfaite, una gelateria di proprietà di una italiana, Milena Magliari. E appunto L’imperfetta meraviglia (Giunti, pagg. 366, euro 18,00) è il titolo dell’ultimo romanzo - seppure con ben altro significato - firmato da Andrea De Carlo, un eclettico personaggio (oltre che scrittore, anche musicista con due Cd all’attivo, pittore e fotografo) per certi versi unico nel nostro panorama narrativo, i cui libri sono stati tradotti in 26 Paesi e hanno venduto milioni di copie.
Ma anche un numero uno di piacevole impatto, che comunque non le manda a dire, come quando nel 2009 decise di dimettersi dalla giuria del Premio Strega con una lettera indirizzata al presidente Tullio De Mauro nella quale denunciava - cosa peraltro risaputa, ma guai a parlarne - le manipolazioni in atto nei principali premi letterari da parte dei grandi gruppi editoriali.
De Carlo, si diceva, una voce fuori dal coro («Sono curioso quanto metodico nel mio lavoro, in quanto scrivere richiede disciplina») che sa spaziare sui più diversi campi narrativi con un tono garbato quanto accattivante; una penna sapiente che, anche in questo caso, è riuscita a fare centro, regalando al lettore «il ritmo del rock, la leggerezza della commedia brillante e la profondità del tempo che passa» che finisce per stravolgere tutto. «Un continuo mutamento che è poi la bellezza della vita, la possibilità di essere veramente, fino in fondo, quello che siamo». Fermo restando che «la vita è troppo breve per sprecarla a realizzare soltanto i sogni degli altri».
Insomma, temi profondi - come quelli dell’omosessualità e della fecondazione assistita - che sviluppa e analizza da par suo (confermandosi un maestro nel trattare con dolcezza, sensibilità e ironia le inquietudini umane) in un lavoro ambientato in Provenza, quando i turisti diventano sempre più rari per essere rimpiazzati dalle prime nebbie d’autunno, anche se è ancora previsto un colpo di coda alla fiumana estiva: il grande concerto di una band inglese, i Bebonkers, in scena sia per fini umanitari che per celebrare il terzo matrimonio di Nick Cruickshank, vocalist del gruppo e carismatico leader che curiosamente troviamo alla guida di un’Ape Piaggio, modello Capri, che gli hanno spedito come regalo promozionale dall’Italia. Lui tutto preso a scolarsi dei Bloody Mary in compagnia di «quello scemo» di Wally, in quanto ha delegato la macchina organizzativa della cerimonia alla sua futura moglie, la volitiva Aileen.
Ma cosa c’entra in tutto questo Milena, la giovane donna italiana che i gelati li crea, li pensa e li esperimenta con la sensibilità dell’artista? C’entra, eccome, in quanto la storia ruota sì attorno all’equilibrio instabile del gelato, alla sua imperfetta meraviglia in quanto concepito per essere consumato o per liquefarsi, ma anche a quel che può succedere in ambito amoroso, un sentimento che spesso finisce per non durare. Appunto come quello di Milena. Lei che dopo alcune delusioni patite si è resa conto che è Viviane, una donna, la sua anima gemella. E per lei ha lasciato l’Italia e si è trasferita appunto in Provenza, dove ha deciso di dedicarsi anima e cuore alla sua passione: il gelato appunto (del quale l’autore, guarda caso, si dice particolarmente goloso). Sperimentando gusti inediti, legati ai prodotti locali e al ciclo delle stagioni. Come l’Albicocca Rossa di Saint Paul, il Corbezzolo del Maquis, la Susina Blu Notte di Tourrettes, il bruno dorato della Giuggiola di Montauroux, il verde intenso dell’Uva Spina di Mons, per i quali «si entusiasma e si commuove, così come si entusiasmano i clienti che hanno scoperto queste meraviglie».
Ed è qui, in un angolo della Provenza, che Milena convive da diversi anni con Viviane: un rapporto solido e stabile, tanto da indurla ad accettare di sottoporsi alla fecondazione assistita. Ma si tratta di un passo che la intriga e la impaurisce al tempo stesso, che forse non ha più voglia di fare. E il lettore si trova a confrontarsi con le sue ore segnate dai dubbi. Dubbi che prendono allo stomaco anche Nick, un uomo navigato che, dopo essersene infischiato dei desideri della madre borghese ed essersi guadagnato fama mondiale, ora si trova in caduta libera, incapace di mantenere la giusta lucidità nel prendere le sue decisioni. Alle prese com’è con un amore che ha perso l’incanto dei primi tempi.  Sarà «così che una rockstar inglese e una ragazza italiana incroceranno i loro destini. E nel giro di tre giorni, dal mercoledì al venerdì, tutto precipiterà in un vortice inevitabile ed esilarante».
Detto del libro, ennesima chicca narrativa dell’autore (un lavoro ricco di temi forti, ma trattati con signorile padronanza), spazio al personaggio. Per la cronaca De Carlo (all’impatto un bell’uomo, forse un po’ narciso, anche se lui smorza subito i toni assicurando di non riconoscersi sotto tale angolatura) è nato a Milano l’11 dicembre 1952 da madre piemontese e padre genovese (a sua volta figlio di un siciliano e di una cilena). «Papà era un (noto) architetto, mamma una traduttrice dall’inglese. Ed è stato merito loro se mi sono appassionato alla lettura sin da piccolo, visto che la casa era zeppa di libri, ma senza il televisore. Una specie di sofferenza, in quanto mi isolava dai compagni quando parlavano delle trasmissioni più seguite. Sta di fatto che in quel contesto mi sarei innamorato di autori come Flaubert o i grandi russi dell’Ottocento, senza trascurare saggi storici e biografie. Iniziando a scrivere quand’ero ancora un ragazzino, per poi fare il salto di qualità quando mia madre, per il mio diciottesimo compleanno, mi regalò una portatile, una storica Lettera 22 di colore rosso che purtroppo mi è stata rubata, con la quale mi sarei sbizzarrito a buttare giù appunti, racconti, lettere, due interi romanzi mai pubblicati (in quanto considerati esercizi di ricerca e formazione, che ho ancora nel cassetto, ma di scarsa qualità) e, infine, i miei primi due romanzi pubblicati. Insomma, sarebbe stata quella macchina per scrivere a fare la differenza».
A partire da Treno di panna, «che avevo inviato a diversi editori ricevendone un’unica risposta, peraltro negativa: quella di Natalia Ginzburg della Einaudi. Fortuna volle che Italo Calvino (un uomo di poche parole, per certi versi enigmatico) non fosse dello stesso avviso. Calvino che una settimana dopo mi scrisse assicurando invece il suo appoggio alla pubblicazione». E aveva ragione lui, ragione da vendere.
Ma facciamo un passo indietro. Andrea, all’ombra della Madonnina, sarebbe cresciuto e avrebbe frequentato il liceo classico al Berchet (protagonista dei primi capitoli di Due di due), per poi laurearsi in Lettere moderne con una tesi sulle comunità anarchiche d’Aragona durante la guerra civile spagnola. Un periodo vivace, anche se in realtà Milano non l’avrebbe mai amata veramente («Soltanto al ritorno dal mio girovagare per il mondo ne avrei scoperto i lati più interessanti»). Semmai l’avrebbe vissuta - da ragazzo - alla stregua di un intermezzo in attesa di passare le vacanze estive a Bocca di Magra, un piccolo paese di pescatori al confine tra la Liguria e la Toscana.
Ma Milano avrebbe comunque visto maturare il suo percorso di formazione anche al di fuori degli studi. Ad esempio, durante l’ultimo anno di liceo, occupandosi di fotografia come secondo assistente («Non pagato») di Oliviero Toscani: «Un innovativo genio degli scatti che mi avrebbe trasmesso la sua passione, tanto che ancora oggi fotografo di tutto, per poi postare le foto più interessanti sul mio sito Facebook».
Conclusi gli studi, Andrea si sarebbe messo a girare il mondo, trascorrendo lunghi periodi negli Stati Uniti (dove, oltre a insegnare italiano, si sarebbe dedicato anche ad altri lavori, come «il cameriere in un ristorante», mestieri che avrebbe peraltro raccontato nel suo primo romanzo). A seguire si sarebbe stabilito in Australia dividendosi fra Sidney, Melbourne e il Queensland, per poi rigiocare la carta degli States, ma anche puntando sul Centro e il Sud America, nonché su diverse città europee. Tornato in Italia, avrebbe diviso il suo tempo fra Milano, Roma e la campagna delle Marche. Sin quando, nel 1981, Einaudi non gli pubblicò - come già detto - Treno di panna, scritto in inglese con il titolo Cream Train, supportato da una prefazione di peso: quella appunto di Italo Calvino.
Un successo internazionale («Credo molto nella naturalezza delle storie, trascinato da personaggi dotati di un robusto retroterra») che anni dopo sarebbe approdato sul grande schermo per la regia dello stesso De Carlo, con l’interpretazione di Sergio Rubini. A quel punto la sua strada di scrittore sarebbe risultata tutta in discesa. Ricevendo addirittura gli apprezzamenti di Federico Fellini: «Mi venne presentato in occasione del Premio Comisso, che avevo vinto e del quale la moglie Giulietta Masina era la madrina. Successivamente lo tornai a incontrare a Roma mentre stava preparando il soggetto del film E la nave va e mi chiese se volevo fargli da assistente. Fu così che lavorai con lui per circa un anno».
Un’esperienza costruttiva quanto intrigante che si sarebbe tradotta nella realizzazione del cortometraggio Le facce di Fellini, incentrato sul rapporto tra il grande regista e i suoi attori, «lavoro che venne proiettato nel corso di una serata a Saint Vincent prima di sparire nel nulla. Fortuna ha voluto che inaspettatamente sia stato ritrovato alcuni mesi fa dal direttore della Fondazione Fellini di Rimini, il quale me ne ha mandato una copia in formato Vhs. Lui che ora si sta dando da fare per trovare il proprietario dei diritti - dopo la morte del produttore Franco Cristaldi - al fine di poterlo proiettare».
Che altro? Un ultimo richiamo legato alla sua passione per la musica, nata quando aveva dodici o tredici anni, ma che ancora oggi lo intriga e lo diverte. «Mi capita infatti di suonare in occasione di certi incontri, come successo lo scorso settembre al Festival della comunicazione di Camogli, dove io e alcuni amici musicisti ci siamo divertiti un sacco a suon di blues e di vecchi pezzi rock». E questo è quanto.

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