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L'insostenibile leggerezza dei lavori del cavolo

L’antropologo David Graeber, in un saggio dirompente, denuncia la contraddizione del modello di economia di mercato che ha generato e favorito il diffondersi del fenomeno dei mestieri privi di senso e di utilità sociale


08/10/2018

di Giambattista Pepi


Ampi strati della popolazione nel mondo trascorrono l’intera vita lavorativa a svolgere compiti che in cuor loro ritengono non andrebbero affatto svolti. E, se le cose stanno così, com’è possibile allora provare a parlare di dignità del lavoro se si ha l’intima convinzione che la propria occupazione non dovrebbe esistere? È come se qualcuno ci costringesse a svolgere un’occupazione priva di utilità sociale al solo scopo di impegnare il nostro tempo. Il danno morale e spirituale che deriva da questa situazione è grave: è una cicatrice che segna la nostra anima collettiva, anche se praticamente nessuno ne parla. 
David Graeber, professore di antropologia alla London School of Economics, è convinto che al mondo esistano un sacco di lavori che non servono a niente e a nessuno. Questa convinzione è stata espressa in un breve articolo pubblicato nell’aprile 2013 sulla rivista radicale “Strike!” (sostantivo inglese utilizzato nel bowling per definire il colpo che abbatte tutti i birilli con il lancio della prima boccia; oppure nel baseball per il lancio della palla messo a segno contro il battitore), dal titolo provocatorio Sul fenomeno dei lavori del cavolo, che l’autore avrebbe poi ripreso ed approfondito arricchendolo di dati, ricerche e riflessioni nel saggio Bullshit Jobs (Garzanti, pagg. 389, euro 19,00) tradotto da Albertine Cerutti. 
Senza minimamente volerlo, Graeber colse nel segno e l’articolo riscosse un successo travolgente quanto inatteso, diventando subito virale: milioni di visualizzazioni, traduzioni in venti lingue nel giro di poche settimane, campagne spontanee di guerrilla marketing da parte di attivisti politici. Insomma è come se avesse toccato il nervo scoperto di centinaia di migliaia di persone che si sono sentite per così dire “chiamate in causa” dall’autore perfettamente consapevoli di svolgere un lavoro inutile e assolutamente improduttivo per la società, ma di non avere mai avuto il coraggio di dirlo e di smettere di farlo. 
Muovendo da una delle più sentite preoccupazioni dell’economia contemporanea, Graeber punta il dito contro una deformazione tipica del capitalismo finanziario che permette a milioni di persone di svolgere un lavoro inutile senza impedire loro di esserne tragicamente consapevoli. E quali sarebbero questi lavori del cavolo? I consulenti per le risorse umane, i coordinatori delle comunicazioni, gli avvocatori societari sono soltanto alcuni esempi di lavori che, a parere dell’autore, sono privi di utilità sociale. 
Tutte figure che il capitalismo efficientista - al contrario degli Stati socialisti, come l’ex Unione Sovietica, nei quali l’occupazione era considerata tanto un diritto quanto un sacro dovere e pertanto venivano creati tutti i lavori funzionali all’ideologia che ne stava a fondamento - avrebbe dovuto eliminare, invece di generare e favorire. Il fenomeno “dell’occupazione senza senso” che continua a espandersi oltre ogni limite è la negazione dei principi e dei postulati sui quali si basa un’economia liberale o di mercato, dove il lavoro è mirato alla produzione di beni e di servizi e alla successiva vendita e, dunque, alla generazione e distribuzione della ricchezza. 
E fa specie sapere che esistono, in tutte le parti del mondo, persone che (“nonostante pensino che sia del tutto accettabile che chi svolge lavori inutili guadagni di più e goda di maggiore onore e riconoscimento rispetto a chi fa qualcosa che loro ritengono utile”) sono depresse ed infelici perché sono pagate per non fare nulla o comunque niente che secondo loro giovi in qualche modo ad altri. 
Questo libro non si limita a parlare e a denunciare un’evidente distorsione della cultura economica degli Stati liberali moderni, ma ha anche una finalità politica: è un atto d’accusa contro una classe dirigente e un ceto politico che hanno consentito - con la complicità di una parte dei mass media, delle università e dell’intellighenzia  - l’asservimento collettivo di una parte della popolazione “costretta”, suo malgrado, a svolgere attività lavorative del tutto prive di significato o perfino controproducenti. La reazione a questa situazione non può che essere quella del rancore, del risentimento, dell’odio nei confronti di altre persone, che, al contrario, fanno lavori magari meno retribuiti, ma economicamente utili e di valore sociale. 
L’autore auspica, dunque, che il suo libro possa contribuire ad alimentare un dibattito e una riflessione su questa deriva del neocapitalismo liberista che fa apparire per vero un lavoro finto, e fa sembrare autentica ricchezza quella che, come il reddito di cittadinanza, è puro assistenzialismo, ma sotto le mentite spoglie di incentivo economico.

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