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L'instabilità? Un male antico dell'Italia. E fra Pd e M5S? Prove tecniche per un Governo

Pentastellati e democratici stanno lavorando a un programma condiviso, ma la Lega non si arrende e tenta di ricucire lo strappo con Di Maio. Intanto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, valuta l’esistenza di una maggioranza che sostenga un Esecutivo di legislatura per evitare il ricorso a elezioni anticipate


26/08/2019

di Giambattista Pepi


In fondo al tunnel della crisi politica di mezz’agosto si intravvede una luce. Pd e Movimento 5 Stelle - prima con i capigruppo e altri esponenti delle segreterie e, poi, con i leader, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti - stanno alacremente lavorando per raggiungere un’intesa politica e programmatica in modo da presentarsi al Quirinale con l’accordo definito. 
Al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che dopo le consultazioni della scorsa settimana, aveva raccomandato ai partiti di agire con chiarezza e sollecitudine nell’interesse del Paese, Dem e pentastellati dovranno confermare che esiste in Parlamento una maggioranza in grado di sostenere un Governo di legislatura, scongiurando così il ricorso a elezioni anticipate. 
A guidarlo potrebbe essere ancora Giuseppe Conte.  Dopo l’endorsement di Grillo, che ne ha tessuto le lodi in un articolo sul suo blog, è stato proposto da Di Maio ai democratici che non lo vorrebbero chiedendo “discontinuità”, ma tengono la porta socchiusa. Una maggioranza Pd-M5S con Conte premier verrebbe sicuramente approvata dagli attivisti e dagli iscritti del Movimento attraverso la piattaforma Rousseau. Si è fatto anche il nome del presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, che però è stato smentito a Montecitorio. 
Pd e M5S hanno intanto avviato un’interlocuzione diretta, ma sulle trattative pesano ancora sospetti, rancori e diffidenze reciproche: eredità “velenosa” delle aspre contrapposizioni che hanno contrassegnato il passato delle due formazioni politiche. 
Il primo incontro tra le delegazioni, tuttavia, è andato bene: le rispettive piattaforme programmatiche sono pronte e, una volta condivise, dovrebbero condurre alla realizzazione del programma del Governo della svolta com’è stato definito dal Nazareno. 
Il pericolo che il banco possa saltare, semmai, viene dalle divisioni interne del Pd, visto che il senatore ed ex premier Matteo Renzi sospetta che il presidente del partito, Paolo Gentiloni, potrebbe mettersi di traverso e impedire la nascita della maggioranza giallo-rossa, sebbene questi timori siano subito stati fugati dalla segreteria. 
Tra loro, come un cuneo, prova a inserirsi, in maniera velleitaria e scomposta, alternando blandizie e minacce, la Lega. Che sarebbe disposta a riallacciare i rapporti con i vecchi alleati, che - almeno finora - non manifestano alcun segnale di disponibilità, visto che anche il padre “nobile” del M5S, Beppe Grillo, ha definito Salvini “inaffidabile e non credibile”. Più possibilista per un ritorno al passato, invece, Alessandro Di Battista, “voce” autorevole ma a volte scomoda dei pentastellati, che definisce una “cosa buona” le aperture della Lega. Ma Conte, da Biarritz, dove ha partecipato al G7, ha detto che “l’esperienza con la Lega è chiusa e non si riaprirà”, incassando il plauso dei Democratici. 
Ogni partito politico o coalizione ha bisogno di 316 deputati e 161 senatori per formare un governo. Se M5S e Pd mettessero da parte le loro differenze e tentassero - come sembra stiano facendo - di mettersi insieme, avrebbero complessivamente 327 deputati e 158 senatori, ipotizzando che tutti i loro leader eletti agiscano all’unanimità. 
I rappresentanti eletti del Pd, però, sono divisi in gruppi: la parte preponderante è vicina a Renzi, altri fanno riferimento a Orlando, Martina, Franceschini e Zingaretti. 
Se il primo gruppo votasse a favore della creazione di un governo, il M5S accettasse di parteciparvi e riuscissero persino a trovare il sostegno delle regioni autonome locali, si avrebbe una grande coalizione con 322 parlamentari alla Camera e 166 al Senato. Questi “numeri” sarebbe sufficienti per arrivare all’obiettivo ed evitare le elezioni. 
La domanda chiave è se questo Governo abbia a portata di mano un obiettivo specifico (e quindi un definito orizzonte temporale). In ogni caso, qualunque sia lo sbocco, questa crisi politica ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, una verità amara, difficilmente controvertibile: l’Italia è una Nazione ingovernabile. 
Bisogna riconoscere che aveva ragione il patriota Massimo D’Azeglio che, all’indomani della nascita del Regno d’Italia proclamato dal Parlamento il 17 marzo 1861 con capitale Torino, disse: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Eravamo e siamo ancora oggi così diversi tra noi per cultura, storia, lingue, tradizioni, modi di vivere, interessi e aspirazioni, che risulta ardua l’opera di chiunque aspiri o provi a governarci. 
Non occorre certamente ripercorrere qui la nostra storia dal 1948, cioè dalle prime elezioni politiche libere dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale a oggi, per trovarne conferma. Basterebbe scorrere gli annali delle statistiche sulle elezioni politiche per sapere che la vita media dei Governi repubblicani è di 14 mesi. E tutti, chi più, chi meno, hanno avuto una vita travagliata. Un po’ com’è avvenuto per quello giallo-verde durato quattordici mesi. 
Presi singolarmente, naturalmente, ce ne sono stati di più duraturi: si pensi, ad esempio, a quelli guidati dai democristiani Giulio Andreotti, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Amintore Fanfani e del socialista Bettino Craxi, che restarono in carica dai due ai quattro anni. Nella Seconda Repubblica, quella post Tangentopoli, si distinsero per durata quelli del cattolico di sinistra Romano Prodi e del democratico di sinistra, Matteo Renzi, ma la vita degli Esecutivi tricolore è la più bassa non soltanto se comparata con quella degli altri Stati europei, ma in assoluto nel mondo. 
Il premier più longevo è stato comunque Silvio Berlusconi, che resta, a dispetto dell’età, ancora sulla breccia: quattro volte Presidente del Consiglio dei ministri nella XII, XIV e XVI legislatura. Nell’arco di 17 anni è stato a Palazzo Chigi per nove anni, seppure non continuativi. 
Meglio di lui, ma quando l’Italia era una monarchia, hanno fatto Giovanni Giolitti e Benito Mussolini. Ma, attenzione: pur potendo contare su ampie maggioranze, tre dei quattro Esecutivi presieduti da Berlusconi sono naufragati a causa dell’entrata in crisi della coalizione. Proprio com’è avvenuto nel caso di Conte che poteva contare su una maggioranza numericamente consistente, ancorché non omogenea. 
Pur sapendo che il voto è l’esercizio della sovranità popolare su cui è stata fondata la Repubblica italiana, siamo sicuri che sarebbe la soluzione più opportuna e realistica con l’attuale legge elettorale? Siamo certi che non si riproporrebbe una situazione come quella del marzo 2018, quando ci vollero tre mesi e mezzo per varare una maggioranza e un Governo che, dopo appena 14 mesi, ha gettato la spugna? E anche in passato non mancano certo precedenti su cui riflettere. 
Nel 1994, Berlusconi con Forza Italia, Udc-Cdu, Lega Nord ed altri partiti minori vinsero le elezioni e disponevano di un’amplissima maggioranza in Parlamento: governarono insieme dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995, nove mesi appena, prima che Umberto Bossi, leader della Lega, lo sfiduciasse. O quando il Governo di Romano Prodi (Ulivo), nato il 18 maggio 1996 cadde il 21 ottobre 1998, cioè poco più di 15 mesi dopo la sua costituzione per un voto di fiducia non ottenuto alla Camera dei deputati per un solo deputato in seguito al ritiro dell’appoggio di una parte del gruppo di Rifondazione comunista. E potremmo continuare per un pezzo. 
Resta sullo sfondo un grande problema: si chiama stabilità. Le riforme elettorali andate in porto non sono mai riuscite ad affrontare e risolvere questo problema. Che si appalesa periodicamente. Rivelando l’inefficacia e, dunque, l’inefficienza, del nostro sistema politico e, in definitiva, l’incapacità manifesta di sapersi riformare. 
La Costituzione repubblicana sarà pure - Roberto Benigni docet - la più bella del mondo, ma la forma di governo (parlamentare) e il nostro sistema elettorale (il Rosatellum è la legge con la quale abbiamo votato il 4 marzo 2018, ma non è che quelle precedenti avessero fatto molto meglio) lasciano alquanto a desiderare visto che non si riesce mai ad avere una maggioranza coesa e numericamente consistente da poter assicurare che il Governo duri per un’intera legislatura. 
Il nostro sistema non è comparabile a quelli che garantiscono il bipartitismo perfetto: il partito che vince governa, quello che perde fa opposizione. Ciascun partito ha un ruolo che gli viene assegnato prima, non dopo le elezioni. E tra Governo e opposizione c’è il rispetto dei ruoli e la reciproca legittimazione. Da qui la richiesta del Pd di inserire il taglio dei parlamentari, priorità del M5S, all’interno di una riforma complessiva che punti al bipartitismo. 
Un problema - quello della stabilità e durata dei governi - che si dovrebbe affrontare avviando già in questa legislatura una stagione di riforme istituzionali che ridisegnino la forma di governo (da parlamentare a presidenziale) e il sistema elettorale (maggioritario, corretto da una bassa soglia di sbarramento) che consentirebbe di coniugare la rappresentatività con la stabilità delle maggioranze in Parlamento.

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