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La Boschi, De Bortoli e il pensionato suicida


15/05/2017

di Sandro Vacchi


No, il protagonista principale di questa storiaccia non è Ferruccio De Bortoli, e neppure Maria Elena Boschi o suo padre Pier Luigi, né Federico Ghizzoni di UniCredit, e nemmeno gli altri banchieri che si muovono sulla scena, compreso Ignazio Visco governatore di Bankitalia. E neanche Graziano Delrio o Matteo Renzi e il suo Giglio magico. No, il protagonista è Luigino D'Angelo.
“Chi è?” domanderà la maggior parte dei lettori. È, o meglio era, un pensionato di 68 anni che aveva perso i risparmi di una vita, centomila euro, dopo il decreto salvabanche che avrà sì puntellato certi istituti di credito amministrati da cani, ma che di certo non ha salvato lui, che non trovò di meglio che uccidersi. Rovinato dal fallimento della Banca Popolare dell'Etruria, si impiccò dopo aver scritto alla povera moglie una lettera nella quale, pensate, diceva persino di provare vergogna per come aveva perduto i soldi: non al gioco, non con le amanti, ma affidandoli alle mani “fidate” di una banca. Lui si vergognava, Luigino, ex dipendente Enel e sindacalista Cgil, quindi con ogni probabilità elettore del PD. È stato ripagato nel modo che sappiamo, e provava vergogna lui, mentre non ne sono minimamente sfiorati i controeroi di questa storiaccia tutta italiana descritta e interpretata in punta di penna e di pandette e di minacciate querele.
Il signor Luigino è morto, sua moglie è vedova e senza un soldo, gli altri si saranno tutti colpevolmente dimenticati di lui e ora giocano a chi fa “Buh!” più forte per spaventare le controparti, in un gioco di potere che è dei grandi, dei forti, dei senza scrupoli, dei sempre in piedi, degli inaffondabili. Non dei tanti Luigini d'Italia snobbati, presi in giro, turlupinati da Lor Signori. Carne da macello erano, sono e sempre saranno.
Lo sono stati i 35 mila risparmiatori che solamente in Toscana hanno visto volatilizzarsi in un amen 300 milioni, una media di 15-20 mila euro a testa, investiti nelle azioni o nelle obbligazioni subordinate dell'Etruria: robaccia che dava un rendimento inferiore addirittura a quello dei titoli di Stato. Eppure i vertici dell'istituto, consapevoli che avesse quasi due piedi nella fossa, spingevano i direttori di filiale a invitare i clienti inconsapevoli, i tanti signori Luigino, a mettere soldi, e altri soldi ancora, nella loro carta straccia. “Mala gestio” la definì Visco l'anno scorso.
Altroché! Gli ispettori della Banca d'Italia trovarono l'Etruria in agonia già nel 2014, con 517 milioni di perdite, il patrimonio dissolto e gli amministratori che sembravano non accorgersene. Sembravano, perché il Corriere della Sera scriveva chiaro che le pressioni a collocare la cartaccia partivano direttamente dal Consiglio d'amministrazione.
E chi era direttore del Corriere in quel periodo? Ferruccio De Bortoli. Un direttore, soprattutto del primo e più importante giornale italiano, organo da sempre della borghesia imprenditoriale, finché dirige è in qualche modo legato, è comprensibile, ma dopo può togliersi liberamente i sassolini dalle scarpe e scrivere libri rivelatori.
Ora, De Bortoli ha un solo, leggero difetto: non è un cuor di leone. È anche la sua maggior virtù, però, grazie alla quale ha diretto per due volte il Corrierone e una volta anche il confindustriale Sole 24 Ore, giornali che nessuno metterebbe mai fra le mani di un Vittorio Feltri, e in passato di Indro Montanelli.
Ciò detto, De Bortoli è un cavallo di gran razza, un giornalista coi fiocchi e un signore, e soprattutto è benissimo introdotto nel mondo bancario, finanziario e imprenditoriale, altrimenti nessuno gli avrebbe affidato i due colossi editoriali. E grazie alla guida dei due giornaloni le sue conoscenze sono aumentate, i suoi rapporti si sono stretti, la sua agenda si è arricchita: il tutto nel modo più professionale possibile, almeno fino a prova contraria, prova alla quale adesso come adesso non credo minimamente.
Quando, perciò, il mite, prudente e composto Ferruccio asserisce di disporre di fonti più che attendibili che gli hanno rivelato il caldo interessamento di Maria Elena Boschi perché UniCredit rilevasse la semidefunta Banca dell'Etruria, quasi una banca di famiglia, non ho difficoltà a credergli. Dell'Etruria il padre di miss PD, Pier Luigi, era vicepresidente, e lei azionista, e il fratello addirittura dipendente. L'istituto ha sede ad Arezzo e i Boschi sono di Laterina, provincia di Arezzo.
Il quid della faccenda è: quale è stato il grado di pressione esercitato dall'allora ministra sulla grande banca di Ghizzoni? De Bortoli per primo non trova nulla di strano nel fatto che un politico si occupi di questioni che riguardano il proprio collegio elettorale. E ci mancherebbe! Allora la minacciata querela da parte della Boschi sembra la reazione di chi ha la coda di paglia. Non è un caso che la controreplica di De Bortoli sia stata: «Sono un collezionista di querele. Mi auguro non sia solamente una minaccia, così vedremo come sono andate le cose.» Oddio, fatina dagli occhi turchini, non la vedo proprio bene.
Notizie di Ghizzoni dell'UniCredit? Meno di zero, sparito sulle colline piacentine a osservare la più assoluta consegna del silenzio predicata ai banchieri dal loro guru Enrico Cuccia. Non ci sono state smentite, però, e il libro Poteri forti (o quasi) va a ruba. E a ogni copia si alimenta il dubbio che il Giglio magico renziano occulti chissà quali segreti.
La “questione massonica” riemerge ogni qualvolta si parla di Renzi e dei suoi. «De Bortoli sembra ossessionato da me. Che UniCredit studiasse il dossier Etruria è un segreto di Pulcinella. Forse De Bortoli mi addebita il fatto di non essere entrato nel Consiglio d'amministrazione della Rai», cerca di spiegare con la solita finezza l'ex presidente del Consiglio. Replica dell'ex direttore: «Peccato che io abbia rifiutato per due volte la presidenza della Rai.» E in aggiunta, a dimostrazione del fatto che non dispone di armi spuntate: «La richiesta di dimissioni della Boschi mi sembra eccessiva. È normale che un politico segua le cose del proprio territorio.»
Oddio, proprio normale non sembrerebbe, se in una certa banca il numero due è il papà del politico suddetto. E se nel marzo 2014 a casa sua, presente la figliola fresca ministra, si svolse una riunione semisegreta dei vertici Etruria e Veneto Banca, anch'essa alla canna del gas, alla ricerca di una via d'uscita, scrive Il Fatto Quotidiano.
Quanto alle dimissioni della Boschi, le ha chieste il Movimento 5 Stelle, rincarando la dose appena si è saputo che anche il ministro Graziano Delrio aveva tentato di mettere in contatto l'Etruria di papà Boschi con la Popolare dell'Emilia Romagna: per la “legge” del politico che si interessa al territorio, lui è di Reggio Emilia. E si è detto stupito, ha parlato di doverosa attività istituzionale e di un dossier aperto e subito richiuso dalla banca emiliana, alla quale evidentemente l'Etruria già doveva sembrare una bomba a orologeria. Con i poveri clienti, invece, tutti zitti.
Da anni si discute degli affari di Tiziano Renzi mentre il figlio sedeva a Palazzo Chigi. Da anni si sa di papà Boschi e adesso salta fuori la storia debortoliana della bella Maria Elena più o meno insistente con UniCredit. La domanda che mi pongo, ripetitiva, noiosa, è sempre la stessa: se, finché governava, il signor cavalier Silvio Berlusconi avesse chiesto spintarelle per Mediaset, sarebbe stato impiccato a un albero o a un traliccio a Piazzale Loreto?
Ma in Italia la “giustizia” è a senso unico, soprattutto nell'alternanza di governi di tecnocrati ed eurocrati imposti alla faccia degli elettori e dei risparmiatori, che - non sia mai! - potrebbero rivoltarsi ai vari Merkel, Napolitano e Renzi, in ordine decrescente.
Va dato tuttavia atto alla Boschi di essere una ragazza di spirito. Quando Valerio Staffelli, di Striscia la notizia, le ha consegnato il Tapiro d'oro, non si è ritratta schifata come avrebbe fatto una Boldrini qualsiasi, ma ha commentato sorridente: «Finalmente si realizza il mio sogno. Ho fatto tutto per bene e il libro di De Bortoli sarà servito almeno a farmi prendere il Tapiro. Non tutti nella vita ci riescono.» No, il signor Luigino D'Angelo non c'è proprio riuscito. Lui.

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